FRANCO CARDINI.
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ALLE RADICI DELLA CAVALLERIA MEDIEVALE.
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Parte 4.
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2014. Editrice Il mulino, BOLOGNA.
ISBN 978-88-15-25101-5. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista
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Indice di questa parte.
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Parte terza. In principio, la forza.
Capitolo ottavo. Il guerriero a cavallo nei "secoli bui" .
Capitolo nono. La nuova ondata barbarica: il Messia-difensore.
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Fine Indice.
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Parte terza. In principio, la forza.
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Capitolo ottavo.
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Il guerriero a cavallo nei "secoli bui" (seto-nono sec.)
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Il capitolo tratta della figura del guerrieri durante i cosiddetti 'secoli bui', partendo dalla
considerazione di come sia nel basso impero che nei costumi germanici fosse in uso - seppure con
funzioni e soprattutto per ragioni diverse - creare un ristretto gruppo di militari attorno alle figure
dell'autorit, vere e proprie 'guardie del corpo'. Questo 'comitatus' era composto dai guerrieri pi
valenti e nobili, essendo la figura del soldato concepita soprattutto presso i popoli 'barbari' quale vera
espressione di uomo libero e degno. Ma in che misura la distinzione fra il 'comitatus' e il popolo in
guerra era apprezzabile al livello militare vero e proprio? V'era un salto di qualit effettivo, ad
esempio, sul piano del rispettivo equipaggiamento? V'era, pi precisamente, una specifica differenza in
ordine all'uso del cavallo, una differenza che ci permetta di situare questo problema a un certo "punto"
della genesi cavalleresca? Si tratta dunque della lenta e lunga genesi dell'esercito - fanti, cavalleria
pesante, cavalleria leggera - per giungere infine a considerare come queste trasformazioni abbiano
inciso sulla formazione del 'cavaliere' inteso in senso medievale.
1. Tecnica e societ: l'Oriente
Un balenare corrusco di armi, una successione quasi ininterrotta di guerre, di stragi, di
sofferenze, che sono rimaste paurosamente impresse nella memoria degli uomini, fa da sfondo alla
storia europea dell'Alto medioevo. Non senza fondamento la cosiddetta "et oscura" viene
rappresentata come rotta soltanto dai bagliori sinistri delle armi; e il silenzio, che copre tanti momenti e
aspetti della vita sociale di quei tempi,  parso lacerato soltanto dalle urla dei barbari e dai gemiti dei
vinti.
Sulla guerra mettono l'accento le fonti coeve, alla guerra richiamano i reperti archeologici,
come se quella societ avesse vissuto in funzione della guerra, dominata dalla realt della guerra.
Ed  una realt, che sembra rinnovarsi nel tempo senza soste: una guerra che sovente non
conosce regole, n limiti imposti alla crudelt e alla ferocia(1).
Anche se la storia dell'umanit ha conosciuto molte epoche dominate dalla triste bccina
guerriera, in poche altre il portare le armi, il combattere, l'uccidere o il cadere uccisi ha costituito un
valore altrettanto pregnante e determinante nel quadro della vita associata che in quella altomedievale;
in poche altre il comune pericolo e il bellum omnium contra omnes hanno inciso di pi sulla sensibilit
collettiva; in poche altre si  arrivati al punto di modellare non le forme della guerra sulle esigenze
della societ, bens le strutture della societ stessa sulle esigenze della guerra. Dal crogiolo
bassoimperiale e romano-germanico esce insomma, in tutto l'Occidente cristiano, una Kriegerkultur,
una civilt nella quale il guerriero  tutto (governante, giudice, gestore della ricchezza) e il non
guerriero vive in funzione sua e grazie a lui, ricevendone protezione e mantenendolo in cambio col
proprio lavoro. Per i Romani della decadenza l'esercizio delle armi era una noiosa necessit alla quale
si cercava di ovviare riempiendo gli eserciti di barbari e di gente d'umile condizione: quindi presso di
loro il termine miles aveva acquistato un significato semiservile, nel senso almeno che includeva
un'idea di servizio. Per i Germani, al contrario, il portare le armi era un titolo di onore e di dignit,
nonch al tempo stesso - lo abbiamo gi visto - una fonte di autentica gioia. Il poter andare armato,
l'essere miles, costituiva tra loro la prova della libert personale e la condizione per il godimento dei
diritti civili; l'uso delle armi era anzi considerato ristretto ai liberi in maniera addirittura sacrale. Paolo
Diacono narra che, essendo una volta i Longobardi costretti a far combattere degli schiavi causa
un'estrema carenza di guerrieri, li affrancarono prima con un rito solenne: tanto forte era l'idea che il
servo non potesse usare le armi(2). E pi o meno la stessa cosa sembra esprimere Procopio, quando,
dicendo che gli Eruli fanno talvolta combattere gli schiavi ma donano loro lo scudo solo dopo che
abbiano fornito prova di capacit e di valore, adombra un'altra cerimonia iniziatica dietro alla consegna
di quell'arma(3).
Se i capi germani ripresero dai ricchi Romani l'uso di circondarsi di guardie del corpo, i
cosiddetti buccellarii, vero  altres che quest'uso era assai vicino a quello del comitatus guerriero o
addirittura identificabile con esso; e vero inoltre che i Romani l'avevano appunto originariamente tratto
a loro volta dai costumi dei Germani. Vero soprattutto, infine, che passando dal mondo bassoimperiale
a quello romano-germanico tale costume assunse un valore pi alto e una pi importante funzione di
quanto prima non avesse. Nel contesto romano, il seguito di guardie del corpo non aveva alcuna vera
tradizione n alcuna autonoma dignit: era semplicemente la triste, necessaria risposta alle carenze o
all'inesistenza della pubblica autorit, al momento di congiuntura insomma. Nel contesto germanico il
comitatus era la secolare fucina dei migliori e pi nobili guerrieri, un'occasione d'arricchimento morale
e professionale oltrech economico. Solo guerrieri liberi e magari d'illustre schiatta vi accedevano; ma,
per quanto talvolta anche laeti e servi vi figurassero, esso restava pur sempre un elemento di obiettiva
promozione sociale(4). Il dovere delle armi era in realt, per i Germani, piuttosto un diritto e un piacere
alle armi. Ed era logico che, all'etica romana basata sulla coscienza d'essere civis, cio d'appartenere a
una societ ordinata rispetto alla quale esercitare diritti e adempiere doveri, si sostituisse la coscienza
d'essere fidelis, cio d'appartenere a un gruppo differenziato e privilegiato rispetto al resto della
societ, e di conoscere nella fedelt al capo il massimo dei doveri.
Rispetto alla totalit dei Germani liberi e quindi armati (il populus-exercitus), i membri del
comitatus dei re o dei capi costituivano dunque un gruppo separato temibile per la perizia tecnica e la
qualit dell'equipaggiamento, un gruppo insomma di guerrieri specialisti ch'erano permanentemente
tali, per professione.
Naturalmente, il comitatus assunse presso i vari popoli germanici aspetti e dimensioni
altrettanto vari, e ricopr importanza da popolo a popolo non meno differente, a seconda dei diversi
contesti sociali nei quali si presentava. Ma  indubbio che il seguito dei re e dei grandi - si chiamasse
comitatus, gasindium, trustis o contubernium - e quindi i singoli guerrieri a esso afferenti - si
qualificassero milites, comites, pueri, custodes, gasindi, antrustiones, contubernales, buccellarii, viri
fortissimi, gens armata o cos via - occupavano nelle monarchie romano-barbariche un posto di
riguardo.  stato contestato che esso fosse tale dal punto di vista giuridico(5); lo era per senza dubbio
dal punto di vista del genere di vita, e tale lo rendevano la consuetudine con il principe e l'esercizio
continuato di quelle pratiche guerriere che, sole, erano sentite degne dell'uomo libero.
Naturalmente in questi comitatus - e pi in quelli "privati" dei grandi che non in quelli dei re -
si perpetuava quel clima di avventura e di "extralegalit" (ma il termine  inappropriato) che gi si
coglie nella bella pagina tacitiana descrivente tale sodalizio e, pi ancora, nella Gefolgschaft vichinga
con i suoi fuorilegge-belva, i berserkir. Se ogni buon germano libero era guerriero quanto agricoltore, i
professionisti della guerra si reclutavano invece a quel che sembra piuttosto tra i dracins, i
pregiudicati, gli esuli, gli stranieri, coloro che avevano bisogno della protezione di un potente per
mettersi al riparo da un qualche pericolo, e che a loro volta non avevano in cambio da offrirgli se non
l'uso spregiudicato della loro forza e della loro perizia in guerra, la loro capacit di uccidere. Gregorio
di Tours, sprezzantemente chiamando gladiatores, muriones, sicarii questi guerrieri(6), delineava con
efficacia un mondo canagliesco di banditi-guardie del corpo, di mercenari, di compagni di rischi ma
anche di scelleratezze dei grandi. Tra i comites regis che erano dentro alle segrete cose della corona e
possedevano un potere e un prestigio - di fatto se non di diritto - pari ai pi alti funzionari, e i sicarii
mantenuti da un qualche potente per le sue guerre private, poteva esservi una grande diversit di livello,
ma v'era una sostanziale omogeneit di ruolo. E ci va detto anche se  impossibile tradurre in termini
quantitativi il peso della presenza dell'istituto comitativo nelle societ romano-germaniche
altomedievali. Istituto che era comunque assai diffuso; e le varie bande dovevano essere di varia entit,
fino a giungere - nel caso dei comitatus reali - a una sorta di milizia permanente, distinta dall'esercito
popolare che si radunava con la leva generale di tutti i liberi, lo heriban dei Franchi. Distinta, diciamo,
per quantit e qualit; distinta per modo di reclutamento e per funzioni; distinta per ruolo specifico in
campo aperto e per efficacia militare; distinta, infine, perch scelta non e lege, sulla base della libert
che abilitava a portare le armi, ma e virtute, sulla base dei personali pregi guerrieri.
Ma in che misura la distinzione fra il comitatus e il popolo in guerra era apprezzabile al livello
militare vero e proprio? V'era un salto di qualit effettivo, ad esempio, sul piano del rispettivo
equipaggiamento? V'era, pi precisamente, una specifica differenza in ordine all'uso del cavallo, una
differenza che ci permetta di situare questo problema a un certo "punto" della genesi cavalleresca?
Nel Basso Impero, come s' visto, la fortuna dei barbari nell'esercito romano era stata fra l'altro
connessa alla necessit di servirsi di corpi mobili di cavalleria pesante. Erano in genere mercenari
germanici quei cavalieri scelti che costituivano l'exercitus comitatensis derivato dal comitatus
Augustorum. Ma si trattava di Germani orientali, di quei "Germani delle steppe" cio che, a contatto
con Sciti, Sarmati e Persiani, avevano presto imparato l'arte del combattere a cavallo, e per giunta
pesantemente armati: un'arte presupponente tutta una serie di requisiti tecnici, una speciale
attrezzatura, animali pi vigorosi e particolarmente addestrati. Prima, i Germani utilizzati ad esempio
da Cesare per contrapporli alla cavalleria gallica erano pi che altro una fanteria montata, che usava il
cavallo per spostarsi piuttosto che per combattere; si trattava di Germani occidentali, "Germani delle
foreste" non specializzati nelle arti equestri. Le cose dovevano appunto cambiare con l'apparizione,
sulla scena occidentale, dei Goti e di tutti gli altri popoli che da loro erano influenzati e a loro affini. Si
trattava di Vandali, Eruli(7), Sciri, Gepidi, Longobardi: gli Alamanni impararono da loro. Come i Goti,
tutti questi popoli dovevano considerare il combattere a cavallo cosa non solo pi efficace, ma anche
pi onorevole del combattere a piedi(8).
Le cose andarono diversamente per i Germani occidentali: gli Alamanni salirono a cavallo, s'
detto, un po' pi tardi e sotto l'esempio degli altri popoli sopraggiunti; Franchi e Sassoni rimasero a
lungo dei combattenti a piedi, che si servivano semmai del cavallo per gli spostamenti, salvo poi
scenderne quando si trattava di guerreggiare. Quest'uso doveva del resto essere assai diffuso, e
giustificato da vari motivi: soprattutto dal fatto che la superiorit della cavalleria - quanto meno della
leggera - sulla fanteria era tutt'altro che un dato fermo e incontrovertibile. Nella celebre battaglia di
Tagina, i fanti romano-orientali stretti ordinatamente in ranghi, coperti dai loro scudi e protetti dalla
siepe delle loro lance, si opposero con successo all'irruenta ma disordinata carica dei cavalieri goti,
spaventandone i cavalli con il suono delle armi battute contro gli scudi mentre con le frecce
scavalcavano parecchi nemici e uccidevano degli animali; inoltre neutralizzarono gran parte degli
attacchi condotti con la manovra "a fondo" delle lance sia con lo stroncarne a colpi di spada la parte
superiore, sia con l'afferrare a due mani le aste e tirarle in modo da strapparle ai lancieri nemici, che al
tempo stesso venivano sbilanciati. La riuscita di tutta questa manovra fa intendere quanta strada da
compiere avessero ancora i formidabili cavalieri goti prima di trasformarsi nel loro "invincibile"
discendente medievale. In particolar modo: non erano stabili in sella; non erano abbastanza
pesantemente armati, e rimanevano pertanto vulnerabili ai colpi d'arco; attaccavano in modo
disordinato e non sufficientemente rapido, dando all'avversario il tempo di adottare delle contromisure;
non possedevano cavalli assuefatti al combattimento, per cui era loro impossibile manovrare in perfetta
libert di movimenti; infine - last, but not least - avevano a che fare con una fanteria ancor ben
equipaggiata e addestrata, quale l'Occidente non vedr pi fin verso la fine del Duecento. Sui campi di
battaglia altomedievali i tempi dell'ippocrazia non erano ancora maturi.
A Tagina Narsete colloc al centro del suo schieramento i Longobardi, gli Eruli, e gli altri
"barbari-cavalieri": ebbe prima per cura di farli smontare, un po' perch non si fidava di loro, un po'
perch il pericolo che nell'urto la cavalleria si sbandasse era tutto men che aleatorio(9). La cavalleria
gota dunque, non abbastanza addestrata e disciplinata n armata in modo sufficientemente pesante, sub
una sconfitta da truppe all'interno delle quali la fanteria svolgeva ancora un ruolo di rilievo, anche se si
trattava di fanteria equipaggiata ormai in modo da resistere all'attacco di cavalieri (non pi pilum, bens
uso alternato di lancia, spada e arco) e insomma diversa dalla vecchia fanteria legionaria. Ma appunto
questa evoluzione della fanteria, che tradisce la sempre pi incombente preoccupazione di opporsi a
forze a cavallo, rimane il dato da rilevare su ogni altro. Cos come non  vero che Adrianopoli abbia
segnato la disfatta definitiva del guerriero a piedi e l'ingresso della storia militare - n di quella
soltanto - nel medioevo cavalleresco, non sarebbe neppure giusto ritenere Tagina una sorta di
anti-Adrianopoli. La questione sta altrimenti: il prevalere della cavalleria sulla fanteria fu graduale e
non esente da occasionali inversioni di tendenza; fu per giunta condizionato da precise ragioni storiche
(la fine del grande impero che aveva potuto tenere insieme le disciplinate e uniformi armate a piedi),
etniche (l'irrompere sulla scena europea dei popoli della steppa), tecniche (la modificazione delle armi
d'offesa e di difesa, la selezione delle razze equine verso tipi di animale pi forti e meno ombrosi, le
invenzioni o meglio le nuove applicazioni nel campo della barda). Certo  che il largo monopolio
esercitato dai Germani sull'attivit militare, sia a ovest come classe politica delle monarchie
romano-barbariche, sia a est come funzionari dell'esercito bizantino, port come conseguenza - in una
societ fortemente depauperata anche dal punto di vista demografico e in costante pericolo - il
predominio di un'lite armata e montata, con la relativa perdita di importanza nelle arti marziali stesse
di quanto atteneva a tattica e a strategia e la sopravvalutazione della forza, del coraggio e dell'abilit
guerriera personale come virt militari sostitutive del senso del dovere, della disciplina e dello spirito
organizzativo che avevano fatto la gloria della fanteria legionaria di Roma. Nella stessa misura in cui,
sul piano giuridico-politico, la fedelt personale prendeva il posto del rispetto della legge e della
coscienza civica, sul piano militare l'audacia prevaleva sulla disciplina e sullo studio.
Naturalmente, i cambiamenti avvennero con lentezza, e non fu la cavalleria tout court a
prevalere - abbiamo visto gi che quella leggera non manc di dare cattive prove di s - bens quella
pesante, l'erede dei clibanarii.
A Bisanzio, il processo di trasformazione dell'esercito in questo senso  gi vivo e presente fino
dal sesto secolo, e segue del resto la strada tracciata dalle riforme costantiniane. L'anonimo scrittore di
cose militari del periodo giustinianeo e il trattato che va sotto il nome dell'imperatore Maurizio non
lasciano dubbi su ci(10). Nella campagna di Belisario contro i Vandali(11) e nella guerra gotica in Italia
il ruolo sostenuto dalla cavalleria catafratta  notevole, anche se la fanteria  ben lungi dal restare in
sottordine; ma si tenga presente che a sua volta si tratta d'una fanteria pesante. Della situazione militare
al tempo di Giustiniano sono fonti specifiche e fondamentali Procopio, l'anonimo De re strategica e
l'altro anonimo a esso contemporaneo, autore d'un trattato De arte sagittaria(12). Le discrepanze fra
queste fonti, anzi, sono forse dovute - pi che a errori o fraintendimenti - a un'effettiva divergenza
d'opinioni su certi grandi temi tecnici, per esempio l'uso dell'arco e la relativa efficacia.
La cavalleria romano-orientale era in gran parte costituita da mercenari di stirpe barbarica. Essi
prendevano il nome di phoidertoi ma, a differenza degli antichi foederati di Roma, non mantenevano
quadri nazionali; erano riuniti alla rinfusa, sotto il comando di ufficiali di nomina imperiale, in quadri
multinazionali, che non senza efficacia sono stati paragonati alla "legione straniera" francese. Si
trattava di Germani - Eruli, Longobardi, Gepidi - ma anche di Caucasici, Balcanici, Armeni, Anatolici,
Unni, Mauri. Accanto a essi, ma da non confondersi con essi, vi erano i veri e propri successori dei
foederati romani, cio i smmachoi: barbari alleati dell'impero che combattevano organizzati in quadri
nazionali, sotto i rispettivi capi.
La cavalleria giustinianea era organizzata in reparti detti katlagoi, pi tardi tgmata, in media
di trecento uomini ciascuno; tra le armi usate sia dai cavalieri sia dai fanti eccelleva, secondo Procopio
e l'anonimo De arte sagittaria, l'arco, che opportunamente maneggiato era efficace anche contro scudi
e loriche: ma su ci i pareri dovevano esser discordi, giacch l'anonimo De re strategica ne tace(13).
Oltre all'arco, i cavalieri portavano generalmente lancia e spada; la cavalleria catafratta serviva in
prima linea e montava cavalli a loro volta corazzati mediante testiere, colli, pettiere. Questo
concentrarsi del corazzamento equino sul treno anteriore dell'animale ha un significato tattico non
equivoco: la cavalleria catafratta serviva alle cariche a fondo, in linea retta, che investivano
ortogonalmente il fronte nemico; niente tattica di volteggio, inattuabile del resto con cavalli appesantiti.
V'era certo anche una cavalleria leggera, che serviva per a compiti d'osservazione e d'esplorazione:
in battaglia il suo uso era ristretto.
Se dai trattati d'et giustinianea ci spostiamo a quello pseudo-mauriziano, della fine del sesto
secolo circa o al massimo dei primi del settimo (cio appena qualche decennio dopo Giustiniano), si ha
agio di apprezzare il progresso nel frattempo compiuto dalla cavalleria e la sempre maggior importanza
rivestita da essa nelle armate di Bisanzio. "Quali ne siano state le cause  facile immaginare: da una
parte le esperienze di guerra, prima con Vandali, Goti, Persiani, e poi, pi recentemente, con Franchi
(554-561), Longobardi (568-572), Slavi (582-602), vari (558-626) e Turchi Kutrigori (576), dall'altra
l'immissione nell'esercito di notevoli gruppi di questi barbari, hanno fatto s che la struttura di esso e la
stessa tattica di combattimento venissero modificate"(14). Il nemico per eccellenza dello
pseudo-Maurizio  ancora il Persiano: ma con l'apparire sulla scena storica bizantina degli Arabi, verso
il 634, le cose non dovettero troppo mutare.
Due elementi risultano chiari dallo pseudo-Maurizio: intanto, anche se in linea di principio il
dovere dei cittadini di servire nell'esercito non era stato denunziato, in pratica ormai quella delle armi
era divenuta una professione volontaria, altamente privilegiata e remunerativa; poi, la cavalleria aveva
ormai il netto sopravvento sulla fanteria. Vi si riflette, tra l'altro, che il cavaliere eccelle sul fante
perch  pi utile negli inseguimenti e nei ripiegamenti, e inoltre perch pu combattere sia a cavallo
sia a piedi, mentre il fante ovviamente solo a piedi(15). E con ci si prospetta una molteplicit di
situazioni tattiche e strategiche che richiedevano un armamento costoso, un esercizio continuo,
insomma degli specialisti: era lontano ormai il tempo delle gloriose armate popolari, degli eserciti
democratici che avevano sorretto il volo delle aquile romane.
Ma la cavalleria magnificata dallo pseudo-Maurizio richiedeva, per scendere in campo, uno
sforzo finanziario non indifferente: anzi, era un vero e proprio investimento, da parte sia dello stato sia
del singolo combattente a cavallo. A carico del primo erano difatti vitto, alloggio, vestiario,
equipaggiamento, barda (cio corazzamento) del cavallo; del secondo l'armamento personale, i due
cavalli regolamentari con relativa bardatura, cio finimenti (un cavallo che serve a un uomo armato
pesantemente  sottoposto a uno stress eccessivo e necessita d'una riserva) e in parte le spese per il suo
personale di servizio. Un cavaliere atto a combattere era un'unit di combattimento, ma era parte al
tempo stesso di una pi complessa unit logistica costituita dal guerriero stesso, da due cavalli, dal
necessario personale di servizio: servitori, intendiamoci, quindi inermi; non "serventi" atti a loro volta
alla battaglia. I meno abbienti di ciascun reparto venivano aiutati mediante una sovvenzione a
equipaggiarsi perfettamente, e ci manteneva una certa uniformit; ma insomma l'esercito bizantino
doveva essere qualcosa di molto ibrido fra l'armata, la carovana, l'impresa commerciale, tanto pi che
ai soldati era permesso di portarsi dietro - con le salmerie - familiari e concubine.
Non tutti coloro che prestavano servizio nell'esercito erano dunque combattenti. E tra questi
ultimi v'era una grande diversit funzionale e qualitativa di armamento, trattamento, paga. Vi risaltava
l'aristocrazia degli epilktoi, membri del seguito degli alti ufficiali: cavalieri scelti, scarsi di numero ma
riccamente armati, ben stipendiati e forniti di privilegi tra cui quello di un personale specifico di
servizio. Si trattava di uomini di grande valore e di fedelt a tutta prova, che a quel valore e a quella
fedelt soltanto dovevano la loro condizione privilegiata, e che pertanto valore e fedelt ponevano al
vertice del loro "codice" morale: il che doveva riuscir loro poi familiare visto che si trattava in genere
di Germani, l'etica dei quali appunto rotava attorno a quei due poli.
Ottimo l'equipaggiamento. Il cavaliere portava una tunica di foggia "avarica" di tessuto pi o
meno pesante secondo le stagioni, ampia e lunga tanto da potergli coprire le ginocchia quando
cavalcava himtion, zostrion); una cotta di maglia di ferro lunga fino alle caviglie di tipo avarico o
persiano lorkion, zbe), cinta in vita e fornita di cappuccio di maglia che poteva esser portato dietro le
spalle (skaplon), una "pellegrina" (mantellina) e un mantello di feltro, con larghe maniche, per il
maltempo; un casco metallico con puntale, da usarsi solo in combattimento (kasss); uno scudo
metallico forse di bronzo, rotondo e tutto sommato piuttosto piccolo in modo da non intralciare il
cavaliere (skoutrion)(16); solo i buccellarii portavano guanti corazzati, che sembra non fossero
obbligatori. Il cavallo era fornito di sella con secondo arcione, testiera e pettiera forse di maglia di
ferro, forse di feltro.
Quanto alle armi offensive, il cavaliere disponeva di arco con relativa faretra (toxrion), nonch
di lancia lunga con asta di legno e punta di metallo (kontrion), fornita a met asta d'una correggia che
serviva evidentemente a recuperarla e forse a portarla appesa durante le marce. La lunghezza di questa
lancia si aggirava a quanto sembra sui tre metri e mezzo: il nome e il tipo di quest'arma riconducono, 
evidente, al konts dei catafratti. Una spada corta e dritta, di tipo persiano o avarico (spathon),
completava l'armamento. Cos coperto di metallo e adorno di fiamme colorate, il cavaliere doveva
apparire magnifico e formidabile: ci era importante dal punto di vista psicologico, e difatti lo
pseudo-Maurizio commentava che "quanto pi un soldato porta armatura adorne, tanto pi  voglioso
di combattere e incute paura ai nemici"(17).
Un simile guerriero, per risultare efficiente, aveva bisogno di un vasto equipaggiamento fatto di
piccoli, ingombranti, necessari attrezzi, nonch di una continua manutenzione. Oltre alle due lance e ai
due cavalli - uno dei quali tenuto da un servo - che dovevano essere a sua costante disposizione, tutto
un organico di servizio gli faceva da supporto logistico. Tutto un corredo di uomini e di mezzi era
necessario per mettere in campo un solo combattente a cavallo. Il fatto che negli armamenti e nella
tattica cui fa riferimento lo pseudo-Maurizio fossero presenti con tanta frequenza i richiami al costume
avaro chiarisce da dove i Bizantini si aspettavano i maggiori pericoli e da dove traevano i migliori
esempi di combattimento equestre(18).
Attraverso i molti Germani che servivano nell'esercito bizantino, questo tipo d'armamento non
tard a passare, pur con le dovute modifiche, in Occidente. Non passarono invece altri elementi non
meno importanti che facevano parte del quadro militare descritto dallo pseudo-Maurizio: prima fra tutti
la disciplina. L'intelligente autore del trattato sa descrivere pregi e difetti dei "popoli biondi" in una
pagina che ce li mostra con estrema vivezza:
I popoli biondi fanno gran conto della libert; sono audaci, imperturbabili nella battaglia,
ardimentosi e irruenti; disprezzano chi si mostra vile e si ritira, sia pure per poco. Disdegnano senza
difficolt la morte. Combattono nel corpo a corpo in modo violento, sia a cavallo come a piedi. Quando
durante una battaglia equestre - come pu accadere - sono ridotti alle strette, tutti quanti, come un sol
uomo, scendono dai cavalli e si schierano come fanti, (anche se sono) pochi contro molti cavalieri,
senza mai cessare dal combattimento. Sono armati di scudi, di lance e di spade corte, che essi portano
sulle spalle. Amano il combattimento a piedi e gli assalti impetuosi. Nei combattimenti si schierano, sia
a piedi sia a cavallo, non in reparti di numero definito (...) ma per trib e riuniti gli uni agli altri per
parentela di sangue e per vincoli di amicizia, per cui spesso, quando degli amici loro cadono nella
mischia, si espongono assieme al pericolo in battaglia nell'intenzione di vendicarli. Il fronte del loro
schieramento in battaglia  regolare e concentrato, ma gli attacchi a piedi e a cavallo si fanno in modo
violento e sfrenato, senza paura, come se fossero isolati. Non ubbidiscono ai loro comandanti, e non se
ne preoccupano, al di fuori di ogni astuzia e di ogni misura di sicurezza; disprezzano, anzi, ogni tipo di
formazione, soprattutto di cavalleria, atta al momento. Si lasciano facilmente corrompere dai soldi,
perch sono avidi. Li abbattono le vessazioni e le disgrazie. Quanto i loro animi sono audaci e
impetuosi, tanto i loro fisici sono soggetti alle impressioni e sensibili, incapaci di sopportare facilmente
le fatiche. Soffrono inoltre il caldo eccessivo, il freddo, la pioggia, la mancanza di cibo e soprattutto di
vino, e ogni dilazione nel combattimento. Nelle battaglie equestri li mettono in difficolt i luoghi di
difficile accesso e di folta vegetazione, mentre sostengono facilmente agguati tesi contro i fianchi e le
retroguardia del loro schieramento, pur non preoccupandosi in alcun modo di disporre misure di
sicurezza ed esploratori. Si riesce invece a disperderli facilmente anche con la fuga simulata e con una
rapida conversione contro di loro. Spesso sono posti in gravi difficolt da attacchi notturni di arcieri a
cavallo, perch pongono i loro accampamenti in modo sparso. Bisogna poi, durante le battaglie contro
di loro, cercare, prima di tutto, di penetrare con aggiramento nel loro schieramento in campo aperto,
soprattutto agli inizi; servirsi in seguito di ben concertate insidie e soprattutto di colpi di mano e di
inganni; trarre in lungo e differire il momento dell'azione; far finta di intavolare trattative con loro, in
modo che il loro coraggio e la loro volont di combattere vengano indeboliti o dalla mancanza di cibo o
dal fastidio del caldo e del freddo.  possibile ottenere un tale risultato quando il nostro esercito sta
accampato in luoghi di difficile accesso o fortificati, in cui essi, armati di lancia, non possono, per la
natura del luogo, ingaggiare in modo conveniente un corpo a corpo(19).
Bisogna naturalmente stare in guardia nei confronti di passi del genere. La loro consonanza con
quanto era stato detto circa i costumi di guerra barbarici da Cesare, Tacito e Ammiano Marcellino, per
relativa che sia, pu essere dovuta a dipendenza testuale piuttosto che ad autonomo riconoscimento di
analoghe condizioni. Quanto poi all'indisciplina germanica che sembra preannunziare l'indisciplina
delle armate cavalleresche dei secoli futuri, si deve usare molta cautela. Tutta una vecchia scuola di
studiosi dei problemi militari nel medioevo, a cominciare dal Delbrck, aveva fatto centro per le sue
teorie sull'indisciplina germanica e poi cavalleresca: oggi tali posizioni sono state drasticamente
ridimensionate. E anche noi dovremo tener bene a mente che lo pseudo-Maurizio vede le cose dal
punto di vista della tradizione romana perpetuata - sia pure con le modifiche del caso - in Bisanzio, e
fa della disciplina come del morale delle truppe in caso di difficolt il massimo tra i valori militari. I
"popoli biondi" usavano un diverso codice di valori (se si vuole, una diversa disciplina), avevano
differenti risorse tecniche e morali, insomma rappresentavano un diverso modo di concepire la guerra.
Ci non toglie che, letta nella prospettiva "precavalleresca" che qui ci riguarda, questa pagina
sia rivelatrice. Sono "virt" cavalleresche che le chansons de geste renderanno popolari l'amore per la
libert, l'audacia incurante di misure prudenziali in battaglia, il senso di solidariet familiare e
comitativa (torna l'alternanza e la complementarit di Sippe e di Gefolgschaft), il concetto del dovere di
vendicare i compagni, il disprezzo dei vili e della morte. Sono "difetti" cavallereschi parimenti
riscontrabili qualche secolo pi tardi la mancanza di prudenza, il pthos eccessivo con la relativa
alternanza di stati di euforia, di rabbia e di prostrazione altrettanto violenti, l'incapacit di resistere alle
privazioni fisiche e pertanto l'intemperanza abituale, l'avidit di ricchezze ch' il rovescio della
medaglia (come gli etnologi sanno benissimo) d'ogni civilt i cui rapporti sociali siano basati sulla
"cultura del dono", infine la sopravvalutazione della forza fisica in battaglia a danno della tattica.
Generazioni intere di autori, soprattutto fra dodicesimo e tredicesimo secolo, si sforzeranno di propagandare l'ideale
cortese di mesure, d'origine aristotelico-ciceroniana, e di sottolineare il significato delle virt cardinali
di prudenza e di temperanza, in modo da superare questi "difetti" del ceto cavalleresco. Ma si tratter
di sforzi vani.
Al di l dei dati caratteriologici, comunque, la pagina pseudo-mauriziana ci offre qualcos'altro.
Innanzitutto, la testimonianza che i "popoli biondi" non sono ancora, a differenza dei nemici orientali
che Bisanzio era costretta ad affrontare, in tutto e per tutto dei Reiterkrieger. Quando  il caso,
scendono da cavallo e si comportano egregiamente da fanti. Inoltre, anche come cavalieri, sono restii
ad assorbire tutto un aspetto della tattica orientale, quello originariamente basato sulla cavalleria
leggera, cio sulle fughe simulate e sull'uso dell'arco. Gi parlando dei Romani e dei Parti, abbiamo
visto che l'efficacia della cavalleria nelle vicende di guerra bassoimperiali risiedeva in gran parte nel
fatto che cavalieri pesanti e cavalieri leggeri operavano in modo complementare, e che l'attacco "a
fondo" dei catafratti era tanto pi efficace quanto meglio era coperto dal tiro degli arcieri. Viceversa i
"popoli biondi" non usano gran che l'arco: lo pseudo-Maurizio ricorda come loro armi solo lance,
spade corte, scudi. Anche ammettendo che la sua testimonianza trascuri - se non altro perch al
momento non lo riguarda - la menzione di altre armi, il silenzio sull'arco (fondamentale presso i
combattenti bizantini)  qualificante, e difficilmente potremmo imputarlo a dimenticanza.
2. Tecnica e societ: l'Occidente
Quali le ragioni della mancata - o molto limitata - funzione dell'arco presso i Germani, che ha
causato un certo ristagno nello sviluppo di quest'arma in Occidente? Diciamo subito, intanto, che
questo ristagno  relativo all'Oriente - dove l'arco era un'arma comune - ma  ben lungi dall'essere
assoluto. Le fonti per esempio longobarde e franche, descriventi l'armamento dei guerrieri,
menzionano l'arco. Tuttavia il tipo di combattimento occidentale consueto  il corpo a corpo con lancia
e spada. Molto probabilmente il progressivo ridursi di fatto degli atti alle armi nei regni
romano-barbarici, che da tutti i liberi degli inizi passarono a un'lite di specializzati nell'et feudale,
tronc lo sviluppo di un'arma che, non foss'altro per il suo basso costo, restava un'arma popolare,
contadina. Al tempo stesso l'appesantirsi dell'armamento difensivo dei guerrieri dovette rendere l'arco
sempre meno efficace. Pu darsi che nei confronti dell'arco si fosse sviluppata da parte dei Germani -
abituati, appunto, al corpo a corpo - una sorta di disprezzo, del resto destinato a divenir corrente nei
secoli d'oro della cavalleria. Certo  che neppure i Longobardi dovevano amare particolarmente l'arco:
e ci  tanto pi significativo se si pensa che essi erano, dei "popoli biondi", tra quelli che
maggiormente avevano assorbito i costumi della civilt delle steppe con la quale a lungo erano stati in
rapporto; e che erano anche tra quelli che avevano avuto pi contatti con l'esercito bizantino, in qualit
vuoi di alleati o mercenari, vuoi di nemici: basti guardare all'Italia, che nell'arco di pochi decenni li
aveva visti combattere a fianco dei Romano-orientali contro i Goti e poi, come invasori, contro quei
medesimi Romano-orientali. Lo pseudo-Maurizio scriveva appunto in anni nei quali, nella penisola
italica, i Longobardi costituivano per i Bizantini un problema ben vivo.
Al riguardo, si dovr osservare pertanto un certo contrasto, forse apparente, tra le fonti appunto
longobarde. Le leggi di Astolfo prevedono per i guerrieri l'impiego dell'arco(20); ma le fonti
iconografiche e archeologiche ci presentano guerrieri armati di scudo circolare, elmo, lancia, spada
corta, in genere non di arco. La soluzione al dilemma pu stare nella diversit non solo cronologica, ma
anche tipologica, di queste fonti: le iconografiche e le archeologiche (essenzialmente cio i reperti dei
sepolcri) hanno uno spiccato valore cultuale, e l'assenza o la rarefatta presenza dell'arco in esse
potrebbe significare semplicemente che l'arma non era apprezzata o gradita come degna di un
guerriero, il che non esclude fosse usata. D'altro canto il dettato astolfiano si rivolgeva intanto a
categorie di guerrieri anche poco abbienti, cui l'arco poteva essere consigliato per il basso costo; e poi
potrebbe testimoniare non tanto un uso quanto un tentativo di imporlo, non sappiamo se riuscito o
meno. Non si dimentichi che l'Occidente dell'ottavo secolo  preoccupato dalla minaccia avarica, e gli
vari hanno imparato dai popoli turanici a essere un popolo di arcieri: anzi, l'arco "turanico" pare
fosse d'un tipo particolarmente pesante e di lunga portata. L'influenza avarica, che si riscontra
nettamente nell'arte militare bizantina dalla seconda met del sesto  secolo in poi, pu essere arrivata solo
pi tardi in Occidente, seguendo la linea diffusiva delle incursioni. Sarebbe logico: anche i cavalieri
carolingi, proprio al tempo delle guerre franco-avariche (tra la fine dell'ottavo e l'inizio del nono secolo),
avevano l'arco nel loro equipaggiamento, senza dubbio perch adatto a fronteggiare il popolo di arcieri
con cui dovevano in quel momento combattere(21). Ma va da s che l'arco - e l'arco pesante soprattutto,
che abbisognava di parecchia forza per essere manovrato, e ovviamente di entrambe le mani libere -
non era un'arma adatta ai cavalieri corazzati e lo sviluppo unilaterale di questi secondi nell'Occidente
finiva con l'escludere fatalmente quello del primo.
 difatti la diffusione del combattimento a cavallo fra i "popoli biondi" ormai stanziati in
Occidente quella che fondamentalmente c'interessa. Diffusione in parte iniziata con loro, almeno per
quanto riguarda i Germano-orientali, e in parte provocata dal servizio militare a fianco dei Bizantini o
dalla lotta contro di essi nonch dalla necessit di fronteggiare le nuove incursioni barbariche. 
sintomatico che, fra i Germani, quelli che accolsero pi tardi l'uso del combattimento a cavallo fossero
Franchi e Sassoni, i quali non solo erano d'origine germano-occidentale (erano cio "Germani delle
foreste", non abituati al cavallo), ma erano stanziati - e lo rimasero fino alla met circa dell'ottavo secolo
- in luoghi posti abbastanza al riparo dalle nuove incursioni barbariche.
A lungo cavalleria e fanteria rimasero comunque meno differenziate di quanto sarebbero pi
tardi divenute. Abbiamo gi parlato del valore simbologico-religioso del cavallo presso i Germani, che
ne faceva pi un segno quasi carismatico di funzione e di comando che non uno strumento di guerra;
del resto il suo alto costo doveva contribuire a far s che pochi potessero permetterselo, e che servisse
pi per le parate che non per la guerra. Lo stesso uso di spostarsi a cavallo, scendendone per per il
combattimento, oltre che ai motivi tecnici e tattici, andr riportato a elementari preoccupazioni
economiche: non doveva sembrare il caso di esporre un tanto nobile e soprattutto costoso animale ai
rischi dell'uccisione o - che per il cavallo  la stessa cosa - della storpiatura. A parte quindi forse la
maggior lunghezza e robustezza della lancia, per il resto le armi del fante e del cavaliere dovevano
somigliarsi, anzi in parte identificarsi. Anche la distinzione tra cavalleria pesante e cavalleria leggera,
facile a farsi per le regolari e disciplinate truppe bizantine, diventa pi ardua nelle societ
romano-germaniche, dove ci si armava totalmente a proprie spese e non esisteva un equipaggiamento
d'ordinanza, per cui i pezzi pi costosi (per esempio la cotta di maglia) dovevano essere tutt'altro che
comuni. Il guerriero a cavallo (o meglio il guerriero dotato di cavallo nel senso che lo possedeva, ma
non sempre lo usava per guerreggiare) doveva pertanto variare nell'aspetto e nell'importanza da popolo
a popolo e - all'interno d'una medesima societ - da ceto a ceto. Armato in modo relativamente
leggero, si distingueva tuttavia dalla cavalleria leggera bizantina soprattutto perch non si serviva -
almeno, non essenzialmente e correntemente - dell'arco.
Stando cos le cose, un discorso generale sulle armi romano-barbariche sar da far precedere a
quello particolare su cavallo e cavaliere. E sulle armi siamo ben informati dalle fonti di natura
archeologica, salvo che per i Goti, i quali non usavano inumarle accanto ai guerrieri. A parte il
particolare caso goto, infatti, il depositare delle armi nelle tombe divenne abituale dal sesto secolo.
Siamo piuttosto ben informati sulle vicende della spada, in particolare della "spada lunga", la
spatha, che  la tipica arma delle Vlkerwanderungen: noi le abbiamo dedicato ampio spazio pi sopra,
soffermandoci e sulle sue caratteristiche e sul suo valore sacrale(22). Con la spada altre armi, soprattutto
offensive ma anche difensive, fecero progressi in et altomedievale. Burgundi e Alamanni mostrarono
un'eccezionale abilit nelle operazioni di forgia. Fino all'ottavo secolo, il centro tecnico di questa
produzione di elevata qualit era stato il Norico, erede d'una sapiente tradizione celtica; a partire da
quel secolo o dal successivo, si ebbe viceversa un notevole sviluppo delle fucine situate in area renana.
Alla base di questo spostamento di centri tecnici, pare vi sia stata un'emigrazione di specialisti dal
Norico al Reno attraverso la valle del Danubio(23). Originariamente dovevano esserci comunit intere
specializzate nell'estrazione e nella lavorazione del ferro(24): ma verso il sesto secolo, il constatare che la
produzione  aumentata mentre i centri di essa sono pi disseminati ci fa pensare che l'antico modo di
produzione tribale fosse per un qualche motivo - forse l'impatto delle Vlkerwanderungen -
"esploso"(25).
Delle armi, in carenza di testimonianze da parte gota, c'informano bene i cimiteri franchi,
alamanni, longobardi. Nell'autunno del 554, quando le truppe franco-alamanniche guidate dal capo
alamanno Butilin, alleate dei Goti, si scontrarono presso Capua con i Bizantini di Narsete, appoggiati
questi anche da truppe longobarde, Franchi e Alamanni erano ancora armati in modo leggero,
soprattutto per quanto riguarda le armi di difesa: non avevano infatti n corazze n elmi, e in ci erano
ancora fedeli ai modelli militari germano-occidentali. Portavano invece spade, scudi, fionde, scuri,
angones. Ma i contatti con popoli di cavalieri e di arcieri modificarono ben presto le loro armi(26). Oltre
alla spada lunga era corrente lo scramasax, che dovrebbe esser identificabile con il semispathium dei
Bizantini (gi ricordato da Vegezio come complementare alla spatha nell'armamento pesante) e ch'era
una sorta di coltellaccio, dritto e a un solo taglio, lungo originariamente 30-40 centimetri ma destinato
ad allungarsi, e anzi a scindersi in due tipi fondamentali, il langsax, che pu giungere fino agli ottanta
centimetri, e il kurzsax, pi comune, tra i 40 e i 60. Il progressivo allungamento delle lame del sax nelle
due tipologie dette potrebbe comunque riferirsi a un suo sempre pi consueto uso da cavallo. I breves
gladii dei quali parla Tacito dovevano essere piuttosto un'arma da usarsi a piedi. In otto scramasax
trovati in Lorena e sottoposti a esame metallografico, il metallo si  rilevato di qualit molto buona: i
pi accurati presentano la "classica" stratificazione di ferro puro e acciaio poco carburato; il taglio  in
metallo pi carburato dell'anima e non  saldato a essa, ma solo rapportato meccanicamente (in altri
esempi  invece presente la saldatura). Si tratta di carburazione ottenuta per cementazione, la quale ha
fatto s che il taglio abbia raggiunto una durezza fino ai 610 "vickers", inferiore cio solo agli acciai al
cromo-nickel dei giorni nostri. Valori pi bassi, ma sempre buoni (310-380 "vickers" sulla lama), sono
stati calcolati su reperti beneventani(27). La tradizione delle fonti scritte, quella cio delle terribili ferite
inferte dallo scramasax,  confermata dai reperti.
Tipologicamente parlando, si  voluto ricondurre lo scramasax al coltellaccio dritto del periodo
di La Tne, a sua volta erede del grande coltello di cui si trovano, in area illirica, esempi risalenti al
periodo hallstattiano. Esso, d'altro canto, ricorda per certi versi anche l'akinkes scito-persiano, il che
potrebbe contribuire a rendere pi chiara la sua origine orientale. Ma la parentela con l'akinkes
appare, per la verit, lontana e forzata.
Lo scramasax comincia ad apparire nei sepolcri delle "grandi invasioni" dal quinto secolo in poi;
Joachim Werner ha sottolineato che il langsax era diffuso nell'impero di Attila; a partire dal sesto, era
diffuso tra i Goti come tra i Franchi. Era una tipica arma da fendenti, capace d'infliggere spaventose
ferite; e la sua forma come il fatto che sia a un solo taglio mostrano che si trattava d'un'arma non solo
caratteristica dei Reitervlker, ma anche da usarsi a cavallo(28). La distinzione non parr strana, dopo
quanto abbiamo detto sul rapporto tra cavalleria e fanteria e sull'uso germano-occidentale di spostarsi a
cavallo, ma combattere a piedi. Tuttavia l'origine germano-orientale dello scramasax si associa alla sua
forma nel provarci che si tratta d'un'arma da cavalieri. Una controindicazione potrebbe venire dalle sue
dimensioni: come arma da fendenti, una lama lunga circa mezzo metro  poco pratica; inoltre, per dar
maggior forza al fendente il cavaliere dovrebbe disporre d'un punto di forza su cui far leva con tutto il
corpo, quale la staffa, cosa che in Occidente non si ebbe, secondo una tesi ormai corrente, prima
dell'ottavo secolo. Ma tale tesi, che non manca di lasciare perplessi, sar incontrovertibile? Ed escluder
che, in mancanza della staffa, vi fossero strumenti e, soprattutto, tecniche d'equitazione tali da
permettere il raggiungimento di risultati analoghi? E poi, anche ammesso che in Occidente non si sia
conosciuta la staffa fino a un'et cos tarda, ci dovr portarci a escludere anche che fosse assente
qualunque tipo di "staffatura"? V' semmai da notare che le dimensioni dello scramasax lo rendono
arma da usarsi s a cavallo, ma combattendo contro altri cavalieri; un cavaliere che avesse dovuto
affrontare un fante non avrebbe potuto utilmente servirsene; in quel secondo caso solo la spada lunga
permetteva di tirar efficaci fendenti senza pericoli di perder l'equilibrio. Resta comunque - ripetiamolo
- il problema della "staffatura", senza la quale (comunque essa sia) nessun'arma, da punta o da taglio
che sia, pu efficacemente essere usata da cavallo.
In uno studio del 1931 relativo ad alcune necropoli alamanne del Wrttemberg, Veeck avanza
l'ipotesi che il tipo delle armi inumate corrispondesse al rango di ciascun defunto: vale a dire che si
usasse seppellire i liberi con la spada o lo scramasax, i semiliberi con la lancia, le frecce o l'ascia, i non
liberi senza arma. Usanze analoghe si riscontrano ad esempio presso i Longobardi(29). Qualora si
consideri che il libero era perci guerriero, e pertanto le armi simbolo, condizione e garanzia della sua
libert, una tale distinzione parr ben altrimenti che strana: tanto pi che - l'abbiamo qua e l noi stessi
rilevato - doveva in effetti esser diffusa tra i Germani una sorta di classifica etica delle armi, nella
quale, per esempio, l'arco doveva tenere un posto di scarso rilievo. Paolo Diacono attesta che ci si
serviva d'una freccia per ferire ritualmente il non libero cui si concedeva l'affrancamento: e ci
potrebbe avere qualche legame con la limitata considerazione d'arco e frecce: ma  pi ovvio pensare si
trattasse di una "ferita rituale" marcante un rito di passaggio, del tipo di quello che segnava l'ingresso
del ragazzo nella comunit di guerrieri liberi. Siamo dinanzi a uno dei precedenti dell'addobbamento
cavalleresco? Noi crediamo di s: e riteniamo anche che il rito di affrancamento per mezzo della ferita
abbia un modello mitico da ricondursi alla leggenda del rito della morte di Odhinn quale si presenta
nella Ynglinga saga. L'osservazione di Veeck scaten comunque, tra storici e archeologi, una ridda di
congetture, di proposte, di varianti(30): se in genere essa conserv intatta la sua validit basilare, emerse
per anche che, al riguardo, ogni generalizzazione poteva esser foriera di errori. Restava e resta
assodato che - specie tra i Germano-occidentali, pi sensibili degli orientali alle differenze sociali -
v'era un rapporto gerarchico tra i vari modi di combattere, e che pertanto all'uso di certe armi e d'una
certa tecnica corrispondeva un diverso livello di rango. E ci non solo per il puro motivo economico
del pi elevato costo - e quindi della pi limitata accessibilit - delle armi migliori.
Spada e scramasax sono pertanto le armi pi apprezzate, quelle che - tra l'altro - richiedono
una maggior quantit di ferro faticosamente e sapientemente lavorato. Al confronto, meno onorevole -
nonostante il suo uso come simbolo regio per esempio tra i Longobardi - e meno costosa risulta la
lancia, arma che necessita di poco metallo e che  collegata a due diversi tipi di combattimento a
seconda che chi la manovra sia a cavallo o a piedi. La lancia a due mani d'origine sarmatica dovette
avere una certa diffusione tra Longobardi, Alamanni e forse Franchi. Gli Alamanni giocarono, anche in
questo, il solito ruolo di anello di congiunzione tra i costumi germano-orientali, pi vicini alle culture
della steppa, e quelli franchi. La linea del Reno, come ci hanno insegnato i reperti franco-alamannici di
quella zona, ebbe in ci il valore d'un vero e proprio crogiolo culturale. Tuttavia la lancia a due mani
era pesante, scomoda, pericolosa per l'equilibrio del cavaliere, non consentiva di guidare
energicamente il cavallo (giacch le redini dovevano essere abbandonate) n permetteva il simultaneo
uso dello scudo(31). Tra le molte armi franco-merovinge d'assai incostante qualit risalenti al quinto-ottavo secolo studiate da Salin, per qualit le cuspidi delle lance risultano piuttosto scadenti: sono forgiate in
ferro puro e poco carburato, non sono curate e bisogna aspettare l'ottavo-nono secolo per imbattersi -
evidentemente in rapporto con lo sviluppo del combattimento equestre, che ha valorizzato questo tipo
di arma - in lance decisamente migliori, dotate di cuspidi di metallo pi carburato, in qualche caso
addirittura damascate.
Meno prestigiosa ancora doveva essere un'altra arma, l'ango: un giavellotto terminante in una
specie di rampone e usato per il corpo a corpo, ma anche per il lancio. Si tratta di una sorta di arma
nazionale franca, abbastanza arcaica se si pensa che per forgiarla occorreva poco ferro e che quindi ci
riporta a tempi pre- o protostorici, nei quali i Germani avevano scarsa disponibilit di questo metallo e
- a differenza dei Celti - erano poco abili a lavorarlo.  un parente della misteriosa framea tacitiana?
Sta di fatto che doveva essere utile soprattutto a "disarmare" i nemici: pi angones infitti in uno scudo,
con le aste lo rendevano immaneggiabile e costringevano a gettarlo.
Si deve a un malinteso se la scure da scontro e da getto  stata considerata un'arma nazionale
franca, mentre era viceversa diffusa presso tutti i Germani, soprattutto gli occidentali per i quali (erano
i "Germani delle foreste") si  pensato potesse costituire anche un attrezzo da lavoro(32), il che, vista la
sua forma,  per la verit assai improbabile; ma essa  ormai universalmente conosciuta come
francisca. Isidoro di Siviglia, dimostrando una certa familiarit con l'ascia da combattimento, la diceva
tanto franca quanto visigota(33). Anche la tarda e peregrina ma fortunata idea che la francisca fosse una
bipenne  forse da attribuirsi a un equivoco nato da Sidonio Apollinare e da Gregorio di Tours, che
aulicamente la chiamano cos. I reperti ci dicono trattarsi di ascia asimmetrica, a una sola lama, che fu
sostituita solo tardi e in certe aree da un tipo di bipenne. L'esame metallografico di campioni di
quest'arma ha consentito di rilevare la solita tecnica di stratificazione di metalli differentemente
carburati, con diversa carburazione cio tra anima e taglio: le lame cos ottenute presentavano una
discreta resistenza alla rottura, anche se scarsa elasticit. Ango e francisca restano armi da fanteria e
sono appunto quelle caratteristiche dei Germano-occidentali. Ma senza dubbio molto pi qualificanti
delle Vlkerwanderungen restano spada lunga a due tagli e scramasax, armi orientali e per cavalieri.
Resta difficile stabilire se a motivi tecnici o a motivi culturali sia da addebitarsi la carente
presenza dell'arco, sia del pi semplice tipo "a D" sia di quello, composito, d'origine orientale. Il fatto
che ango e francisca fossero anche armi da getto potrebbe in parte spiegare lo scarso sviluppo dell'uso
dell'arco, almeno prima dell'impatto dell'Europa con un popolo di arcieri come gli vari. Ma tale
spiegazione  debole e parziale. Del resto, bisogna anche qui notare parecchie eccezioni, i Visigoti
erano celebri per i loro arcieri; anche i Burgundi sembrano aver dato una certa importanza all'arco:
ancora una volta, erano i "Germani della steppa" a distinguersi.
Data la notevole abbondanza di ferro che le necropoli germaniche del quinto-ottavo secolo presentano,
e dati anche i contatti con le cavallerie e le fanterie pesanti bizantine coeve, il permanere d'un leggero e
limitato equipaggiamento difensivo non si pu attribuire, presso i Germani, che a una scelta precisa,
forse residuo dell'antica tendenza celtico-germanica a non appesantirsi in battaglia per considerazioni
tecniche (agilit, risparmio di energia) che potevano divenir culturali (ostentazione di disprezzo del
pericolo, certezza d'immortalit magicamente conseguita). L'armamento difensivo franco anteriore
all'ottavo secolo si esauriva, praticamente, nello scudo di legno o di legno e cuoio dotato di umbo di
ferro. Neppure tra gli altri Germani dovevano essere troppo comuni elmi e corazze, salvo forse tra i
Vandali. Fra i vari tipi di elmo, una sorta di enigma archeologico  costituito da quello detto "di
Bandenheim", dal villaggio alsaziano nel quale fu trovato il pi celebre.  un'arma caratteristica della
Vlkerwanderungszeit, e la sua forma ogivale, di rame rinforzato con ferro, fornita di guanciali, ha fatto
pensare a un'origine persiana. Si parla di importazione dalla zona caspiana o dall'Egitto attraverso l'Italia.
Insomma, quanto all'armamento il fante e il cavaliere germano si somigliano abbastanza, e la
differenza nell'impiego anche rituale di certe armi suggerisce che il secondo sia tale non tanto per
esigenze militari, quanto perch di rango superiore rispetto al primo. Tuttavia sembra ancora di gran
lunga indebito postulare una qualche decisiva superiorit militare della cavalleria sulla fanteria.
Comunque, nel combattimento a cavallo in s qualcosa dev'esser gi mutato ancor prima di
quel secondo quarto dell'ottavo secolo che per alcuni segna una tappa rivoluzionaria. L'impatto delle
societ tardo romana e romano-barbarica con i cavalieri della steppa - prima gli Unni, poi gli vari -
dovette condurre sul piano militare a due risultati: primo, la necessit di intensificare l'organizzazione
della guerra equestre in modo da adeguarsi il pi possibile agli avversari; secondo, l'appesantire
l'armamento difensivo in modo da offrire valida resistenza alle frecce, essendo i cavalieri della steppa
anche arcieri. Ma d'altronde le esigenze di un'efficiente cavalleria, rapida e manovrabile tanto da poter
servire alle veloci ritirate e ai veloci inseguimenti, divergevano da quelle di cavalieri pesantemente
armati, per sopportare i quali occorrevano cavalli pi robusti, vale a dire allevati con pi ricchi foraggi
e assai meno veloci. Da qui il legame complesso tra il mutare della tecnica militare e la metallurgia i
cui progressi rendevano migliore l'equipaggiamento d'offesa e di difesa, l'agricoltura cui si richiedeva
un miglioramento qualitativo e quantitativo dei foraggi, l'allevamento equino dal quale ci si attendeva
la selezione di razze che fossero veloci e vigorose a un tempo.
Il continuo progresso nei finimenti durante il primo millennio della nostra era mostra come il
cavallo sia entrato sempre di pi funzionalmente nella vita militare, e altrettanto in quella del lavoro,
dell'Occidente. Che non vi sia stato un pari progresso nell'ippologia teorica pu essere stato causato
dal permanere dei canoni e delle cognizioni proprie dell'ippologia classica, da Senofonte a Varrone a
Virgilio a Oppiano; oppure anche, se si vuole, dal disinteresse per il lato speculativo di una materia i
cui contenuti venivano passati oralmente e praticamente da una generazione all'altra di guerrieri e di
allevatori(34). Il divario tra animali da guerra e animali da lavoro dovette mantenersi, anzi
approfondirsi(35).
Con l'aggravarsi del distacco tra Oriente e Occidente, l'Europa romano-germanica si vide
precluso l'approvvigionamento equino dai luoghi di tradizionale provenienza delle pi pregiate razze.
Fu questa una delle cause del tardivo sviluppo d'una cavalleria efficiente tra i Franchi e soprattutto i
Sassoni, mentre la tradizione equestre prosper presso i Longobardi ch'erano restati a lungo in contatto
con l'area balcano-danubiana, e presso i Visigoti, Germano-orientali che avevano trovato in Spagna
allevamenti in gi florido stato? Senza dubbio le Vlkerwanderungen debbono in ogni caso aver diffuso
in Occidente il cavallo piccolo e resistente di tipo germano-danubiano o quello, non meno resistente, di
tipo trace. Buoni cavalieri, certi Germani erano allevatori altrettanto buoni: i Longobardi eccellevano in
questo, e sono stati senza dubbio uno dei tramiti di esso dall'area pannonica all'Occidente. Paolo
Diacono ricorda che Gisulfo duca del Friuli, quando i Longobardi furono giunti in Italia, chiese ad
Alboino una mandria di cavalle, e che in seguito furono sempre i Longobardi, sulla base della necessit
o forse dell'esempio avaro, a introdurre in Italia dei caballi sylvatici, forse a scopo di nuovi incroci(36).
Ma soprattutto, ai primi dell'ottavo secolo, l'Occidente fu toccato da una "rivoluzione tecnica"
che invest proprio l'arte del cavalcare, e le conseguenze della quale sono state a pi riprese e con
crescente vigore sottolineate dagli studiosi odierni: alludiamo all'introduzione della staffa, sulla quale 
pressoch obbligatorio aprire una lunga parentesi. A quando risale l'invenzione della staffa? Una
brocca ritrovata nella necropoli di Chertomlyk, nel basso corso del Dnepr, attribuibile forse alla prima
met del quarto secolo a.C., mostra degli Sciti che accudiscono ai loro cavalli. L'opera  cos accurata che
la si  attribuita ad artigiani greci: e c' chi v'ha riconosciuto, accanto alla sella imbottita, la staffa. A
torto, probabilmente: ma circa due secoli pi tardi, nel secondo secolo a.C., ecco in area differente un nuovo
tipo di staffa, rilevabile stavolta da sculture indiane. Si tratta prima di una "staffa impropria": un
sottopancia lento, nel quale si possono infilare i piedi; poi di un semplice anello in cuoio, a sostegno del
solo alluce. Insomma una staffa per un cavaliere scalzo. Pu darsi che attraverso l'Indo Cush questo
attrezzo sia giunto in Cina, lungo la stessa via dei missionari buddisti. Naturalmente, a quel punto si era
adattata a piedi calzati: si era cio allargata, pur mantenendo grosso modo la solita forma "a laccio",
vale a dire pi o meno circolare, o irregolarmente circolare e tendente a triangolarizzarsi. Lungo la
carovaniera della seta potrebbe essere entrata in contatto con i popoli nomadi dell'Asia, come mostrerebbero i ritrovamenti dell'Altai. L e in Cina la sua presenza sicura non  databile a prima del quinto
secolo, n manca chi vuol farla scendere anche al sesto-settimo(37). Quel che si deve notare  che, intanto, da
morbida (cio di cuoio) essa era diventata rigida (cio di metallo), divenendo pi agevole a
rapidamente usarsi. Ma a questa primitiva staffa si dovr pensare pi come a un ausilio per il salire a
cavallo che non come a un mezzo per mantenersi pi stabilmente in sella; e ci soprattutto per la staffa
"morbida" dalla quale sarebbe stato arduo sfilare il piede rapidamente e che avrebbe pertanto costituito
pi un pericolo che un vantaggio per il cavaliere: essere trascinati da un cavallo in corsa  molto peggio
che caderne.
Dunque, la "svolta" nella tecnica multare dell'Occidente, attuata dall'introduzione della staffa,
si dovette a un suo uso parzialmente improprio. Essa, cio, fu principalmente sfruttata per i vantaggi
che offriva sul piano della stabilit, mentre le cause della sua iniziale diffusione dovettero essere
diverse, e risiedere nella sua utilit come coadiutrice all'atto del salire a cavallo. Difatti nella classicit
greca, e romana, non si "saliva" n si "scendeva" a o da cavallo; si saltava ("in equum insilire"; "de
equo desilire"). La manovra non doveva essere particolarmente ardua per uomini armati alla leggera, e
che usavano per giunta cavalli di piccola taglia quali gli iberici e i danubiani; essa richiedeva comunque
allenamento, leggerezza, un certo spazio, e se eseguita contemporaneamente da un intero reparto
doveva creare un momento di generale squilibrio e confusione generale. Ma la cosa cambiava aspetto
per i Persiani, la cui cavalleria era armata pesantemente e usava cavalli alti: in quel caso c'era bisogno
costante, per ciascun cavaliere, d'un valletto che lo aiutasse a salire e a scendere. Gi Senofonte
chiamava "alla persiana" quest'uso, che prese a sempre pi diffondersi anche nell'esercito romano
insieme con l'incremento della cavalleria catafratta.
La staffa divenne dunque uno strumento la cui mancanza si faceva sentire particolarmente tra
quei popoli che usavano armamento equestre troppo pesante, o cavalli di troppo alta taglia, o che non
essendo ordinariamente di alta statura si trovavano sfavoriti nel salto. Osservazioni del genere
c'inducono a guardare all'Asia centro-meridionale: e abbiamo veduto che proprio dall'India, dal
Pakistan, dall'Afghanistan, dall'Iran, dalla Cina, ci giungono le prime testimonianze sulla sua
diffusione e sulle sue modifiche(38). La grande riforma militare di Wu-ti, che aveva organizzato sotto la
pressione degli Hsiung-nu una cavalleria pesante, predisponeva all'uso della staffa.  comunque da
notare che il sesto secolo vide l'irradiazione di essa dalla Cina, contemporaneamente, verso il Giappone
da un lato e verso l'Asia centrale dall'altro.
I popoli turco-mongoli ricevettero dunque la staffa dai Cinesi, noti dagli Scito-sarmati come
molti studiosi si erano sforzati di dimostrare. Quest'adozione "di ritorno" spiega forse, in parte almeno,
come mai la staffa non sia penetrata che relativamente tardi, verso il settimo-ottavo secolo cio, presso coloro
che pi d'ogni altro avrebbero potuto giovarsene, i pesanti cavalieri persiani, figli d'una terra cos
vicina a quell'India originaria della nuova invenzione. Pelliot, osservando che la parola usata dai
Persiani per designare la staffa, rikab,  araba, ha fatto notare che l'oggetto potrebbe essere entrato
nell'uso corrente quando ormai la classe dirigente persiana parlava gi arabo, cio dopo
l'islamizzazione(39). Non si pu nascondere comunque che questa tarda cronologia lascia irrisolti molti
dubbi. N d'altronde l'argomento linguistico del Pelliot pu considerarsi definitivo.
Fu certo per il salire a cavallo che i Persiani dovettero precipuamente apprezzare la staffa: meno
forse per quel che riguardava il maneggio "a fondo" delle loro pesanti lance, arte nella quale erano gi
da secoli maestri e per la quale esisteva gi un diverso sistema di equilibrio, se anche non si vuol
parlare di un diverso sistema di "staffatura", che ci sfugge. Semmai, le staffe offrivano ulteriore
vantaggio al maneggio della spada, in quanto permettevano di conferire maggior forza al fendente,
addirittura alzandosi sulla sella e fornendo all'arma non solo lo slancio del braccio, ma il peso di tutto il
busto. Queste osservazioni tuttavia non possono che rivestire un valore assai relativo, dal momento che
noi ignoriamo troppe cose circa la tecnica equestre e la specifica abilit degli antichi cavalieri: e la
nostra conoscenza dei loro strumenti non  sufficiente, da sola, a cogliere appieno la qualit delle
prestazioni che essi potevano trarne. Non  dunque escluso che la staffa quale noi la conosciamo sia
penetrata tardivamente in Persia proprio data la funzionalit del precedente sistema d'ascesa sul cavallo
e di equilibrio su di esso, sistema che si era restii ad abbandonare. E lo sviluppo del secondo arcione
della sella sino alle dimensioni d'una sorta di schienale dovette appunto venir determinato dalla
necessit di fornire un punto d'appoggio che evitasse le perdite di equilibrio all'indietro, le quali in un
cavaliere che usi la staffa, specie se nel contempo maneggia la lancia, l'arco e una spada lunga da
fendenti, possono far correre il rischio di venir trascinati dall'animale.
Quanto a Bisanzio, ripetute menzioni della staffa si trovano nello Strategikn dello
pseudo-Maurizio, e contribuiscono a datarlo non gi alla fine del sesto, bens ai primi dell'ottavo secolo:
dati i rapporti continui con la Persia sasanide (anche se poi divenuta musulmana),  difatti quasi
impossibile che tecnica ed equipaggiamento della cavalleria bizantina non abbiano, in ci, proceduto di
pari passo con quella persiana.
Ma tale cronologia sar poi sicura? Non sarebbe la prima volta che, in storia come in
archeologia, la "prudenza" si rivelerebbe cattiva consigliera.  proprio dalla Persia attraverso i
Bizantini che l'Occidente ha ricevuto la staffa?
Il punto oscuro del problema  costituito dalla presenza avarica e dalle sue tracce archeologiche.
Gli vari si stanziarono in Pannonia verso la fine del settimo decennio del sesto secolo, alleandosi con i
Longobardi per cacciarne i Gepidi e cacciandone poi i Longobardi stessi, che si diressero verso l'Italia.
I Longobardi erano provetti nell'arte del cavalcare e del maneggiare asta a due mani e spada lunga: il
problema dell'equilibrio in sella li toccava da vicino. Portarono con s, in ricordo della brutta avventura
avuta con gli vari, la staffa? Il fatto che si servissero dello scramasax, troppo corto per essere usato
efficacemente da cavallo senza un punto di appoggio qualunque, potrebbe far comprendere che
qualcosa del genere dovevano avere: ma ipotizzando ci noi, al solito, sopravvalutiamo la
strumentazione e sottovalutiamo l'abilit equestre. Comunque, prove certe di presenza precoce della
staffa presso vari e Longobardi mancano. Possono gli vari e i loro vicini Bulgari aver conosciuto la
staffa indipendentemente da Bizantini e Persiani, e prima di loro? L'avrebbero quindi ricevuta per
proprio conto dalle culture dell'Asia centrale? Vi sarebbe stata, nel cammino della staffa dall'Asia
all'Occidente europeo, una "via settentrionale", a nord del Caspio, del Caucaso e del mar Nero,
indipendente rispetto alla "via meridionale" costituita dalla Persia e da Bisanzio?(40) Ma in questo caso
ci sarebbe da chiedersi, dato che nell'evoluzione degli eserciti bizantini l'influenza avarica ebbe peso
non minore di quella persiana, perch la staffa non sia penetrata a Bisanzio dal nord anzich dal
sud-est. Il che poi riproporrebbe una quantit di problemi, a cominciare da quello della datazione dello
pseudo-Maurizio.
La corretta soluzione del problema risiederebbe pertanto tutta nell'individuazione e datazione
precise dei reperti avarici. Oggi, sulla base dei rilievi compiuti fino dal 1935 da un grande archeologo,
Joachim Werner, si tende ormai ad abbandonare la tesi dell'introduzione della staffa presso gli vari e
in genere nell'area danubiana nella seconda met del sesto secolo, e ad abbassare di un secolo questa
datazione. Si giunge pertanto alla fine del settimo, il che ci rende impossibile non rilevare la
contemporaneit della diffusione della staffa tra Persiani, Bizantini e vari, e che evidenzia come l'uso
di essa da parte dei Longobardi si modell secondo l'esempio bizantino anzich secondo quello avaro,
dal momento che non vi furono contatti particolari tra vari e Longobardi posteriormente al terzo
quarto del sesto secolo(41). E se anche la funzione degli vari come propagatori della staffa in Europa
restasse intatta, essa andrebbe comunque datata al settimo ottavo secolo, quando i raid di quel popolo
toccarono Italia, Baviera, Turingia, Franconia. Soprattutto, gli vari "regalarono" la staffa ai Franchi,
che li combatterono a lungo e alla fine li distrussero, ai primi del nono secolo.  oggi opinione condivisa
dai pi, e appoggiata a ritrovamenti effettuati nel Wrttemberg, che gli occidentali non siano entrati in
vero e proprio contatto stabile con la staffa sino alla prima met dell'ottavo secolo(42). Forse ne
sapremmo di pi se il cristianesimo, osteggiando il rito delle sepolture equestri, non avesse reso ardua la raccolta delle prove(43).
Oltre alle fonti archeologiche - di quelle iconografiche  noto che non ci si pu fidare(44) - altre
prove stanno a mostrare come l'uso della staffa si sia generalizzato nei regni romano-germanici a
partire dalla met dell'ottavo secolo. I verbi insilire e desilire, fino ad allora usati a indicare il montare e
lo smontare da cavallo, vennero attorno a quest'epoca sostituiti dai verbi scandere e descendere,
indicanti movimenti pi graduali che non il salto: verbi per la verit gi usati da prima, ma che solo ora
assunsero un ruolo semantico generalizzato. Coeva a ci fu una significativa serie di modificazioni
nelle armi da offesa: scomparvero le due tipiche armi della fanteria, ango e francisca(45), mentre la
spada lunga, la spatha, si allungava ulteriormente, a prova non solo d'un decisivo miglioramento nella
tecnica metallurgica, ma anche del fatto che si tendeva sempre pi a usarla dall'alto della cavalcatura. 
evidente che un fendente tirato puntando i piedi sulle staffe per alzarsi sulla sella  un colpo che riceve
energia non solo dalla forza del braccio, ma dal peso di tutto il corpo.  anche evidente che, senza la
staffa, un fendente andato a vuoto avrebbe fatto perdere l'equilibrio al cavaliere. Tese intanto a
scomparire lo scramasax, nella stessa forma del langsax, dato che le sue funzioni erano troppo ben
surrogate dalla spada. Si diffuse l'arco composito, di tipo centroasiatico, importato attraverso gli vari:
esso era un'arma tanto da fanti quanto da cavalieri (sotto il profilo dell'equipaggiamento la distinzione
non era ancor netta), pi dura a tendersi dell'arco semplice - quindi, per essere usata dal cavaliere,
necessitava del saldo appoggio in sella che le staffe gli fornivano - ma dotata in cambio di maggior
forza di penetrazione, quindi pi adatta a venir usata contro un nemico pesantemente armato. Senza che
si possa con sicurezza assegnare i ruoli di causa e di effetto a uno piuttosto che a un altro fattore - si
tratter semmai d'una circolarit di cause ed effetti - sar senza dubbio legato al diffondersi della
cavalleria nella societ altomedievale d'Occidente l'uso della brunia o bruina, cio del giaccone di
cuoio rinforzato di placche metalliche. Dopo le varie corazze romane e le vesti scagliose dei catafratti,
la brunia rappresenta senza dubbio una trovata piuttosto rozza: essa doveva rispondere per ai vari
requisiti di relativa bassezza di costo e praticit. Certo era comunque veste da cavaliere: sarebbe stata
troppo pesante e ingombrante per i fanti, impedendo i liberi movimenti necessari nel combattimento a
piedi e ridotti viceversa all'indispensabile in quello a cavallo. La brunia era inoltre la risposta
all'appesantirsi e alla crescente efficacia delle armi offensive quali la spatha e la freccia lanciata dall'arco composito.
 appunto difficile riuscire a stabilire se, in questa corsa all'appesantimento delle armi, l'aspetto
offensivo abbia preceduto e provocato quello difensivo o viceversa: l'interdipendenza non si presta
all'enucleazione. Certo  che questo appesantimento presuppone e - soprattutto - rende necessaria una
scelta fra i due divergenti gruppi di requisiti tecnico-militari di agilit, praticit, basso costo da un lato,
e pesantezza, forza d'urto, costi elevati e lunghi tirocini addestrativi dall'altro: insomma, una scelta fra
guerra "di popolo" e guerra d'lite.  ovvio che nell'ottavo secolo si opt, n si sarebbe potuto fare
altrimenti, per il secondo gruppo di valori.
Accanto alla spada, alla brunia, all'arco composito, si afferm nell'arte militare del tempo la
lancia pesante. Certo, in questo campo l'innovazione non era costituita dalla pesantezza: anche il
contus dei catafratti era una lancia pesante. Ora per si tendeva a un'arma che, a differenza del contus,
doveva esser maneggiata con un solo braccio: non per palleggiata come i vecchi giavellotti, o non solo
usata in quel modo, bens prima tenuta sospesa al braccio che formava un angolo acuto in basso, indi
(ma non  chiare a partire da quando) stretta sotto l'ascella. Ci ne faceva un'arma da usarsi nel
combattimento d'urto, la cui capacit di penetrazione dipendeva non pi solo dalla forza del braccio del
guerriero, bens dal peso del blocco uomo-cavallo che, merc i soliti punti d'appoggio della sella e
delle staffe, si poteva scaricare sull'asta(46). Il contus a due mani, ingombrante, che sbilanciava
pericolosamente il cavaliere e che gli impediva l'uso dello scudo, era troppo legato alla cavalleria
catafratta: fu poco diffuso fra i Germano-orientali e praticamente per nulla fra quelli occidentali, che
svilupparono la loro cavalleria quando l'esperimento catafratto era ormai superato in quelle medesime
terre che gli avevano dato origine.
Il tipo di lancia pesante usato dai Franchi accolse invece un altro accorgimento che i cavalieri
asiatici usavano correntemente: l'"arresto" sotto la lama della lancia. Originariamente, i Reitervlker si
erano serviti a questo scopo d'una coda di animale o d'un pennoncello, che avevano la funzione di
correggere la forza di penetrazione della lancia da urto impedendole d'infiggersi troppo profondamente
nel bersaglio e di non poter quindi venir propriamente recuperata. In et carolingia si svilupp un tipo
d'arresto dalla forma caratteristica che dette luogo a una curiosa, elegante asta "gigliata": pi che
un'innovazione, era l'adattamento della lancia con sbarretta d'arresto usata gi dai Romani per la
caccia contro selvaggina grossa e pericolosa come orsi e cinghiali, un tipo d'arma da caccia che
sarebbe restata a lungo diffusa in Europa anche dopo l'invenzione delle armi da fuoco. La somiglianza
tra la guerra e la caccia grossa, gi rilevata e teorizzata dagli antichi per pi tardi esasperarsi nella
"singolar tenzone" dell'et feudale, rende comprensibile perch una stessa arma potesse passare da
questa a quella. Tuttavia nelle lance dell'et feudale l'arresto si svilupp in seguito sotto la forma del
pennoncello, adatto del resto alle insorgenti esigenze araldiche(47).
L'appesantirsi dell'armamento e il parallelo sviluppo della tecnica d'urto abbisognavano di
cavalli addestrati alla corsa rettilinea e allo scontro frontale, poco nervosi e impressionabili, docili al
punto da venir guidati dai soli gesti e praticamente dalla sola voce, vigorosi tanto da poter sorreggere
un peso notevole fra guerriero, armi e finimenti, ma al tempo stesso non lenti perch l'attacco tanto pi
era efficace e tanto meno pericoloso per l'attaccante - che doveva guardarsi da una troppo lunga
esposizione alle frecce - quanto pi era rapido e violento. Se la cristianizzazione non avesse tolto i
cavalli dalle tombe, l'esame dei loro resti relativi all'et carolingia e alla prima et feudale ci
fornirebbe una risposta circa i problemi dell'origine della cavalleria: quella relativa alle selezioni delle
razze equine adatte a tale nuovo tipo di guerra. N le fonti scritte n quelle iconografiche danno in
questa direzione notizie sufficienti e attendibili. Un'indicazione pi precisa potrebbe venirci semmai
dall'agricoltura e dal peso crescente che vi ebbero le colture foraggiere, segno certo d'un incremento
nell'allevamento equino ma anche di un'accresciuta domanda di foraggi per animali pi forti e meglio
curati, che richiedevano cibo in maggior quantit e di qualit migliore.
In effetti il sistema della "rotazione triennale" nelle colture - consistente nel dividere la superficie coltivabile in tre parti, delle quali una veniva seminata in autunno con frumento e segale, una
in primavera con orzo, avena, piselli, ceci, lenticchie o fave, una infine lasciata a maggese - che era
forse gi conosciuto in Gallia fino dal quinto secolo, vi si afferm con decisione a partire dalla seconda
met dell'ottavo, cio proprio contemporaneamente al diffondersi dell'uso militare del cavallo.
L'aumentato bisogno di cavalli, e per giunta di cavalli pi forti, pu aver determinato un accresciuto
bisogno di foraggi ma, soprattutto, di avena, e aver costituito pertanto uno dei fattori che imposero
l'abbandono del sistema romano di rotazione biennale e l'adozione di quello triennale? Certo  che il
miglioramento qualitativo e la diffusione quantitativa del cavallo debbono aver consentito un ulteriore
progresso in campo agricolo: la sostituzione del cavallo al bue nel lavoro dei campi. Il cavallo, liberato
dalla schiavit del pettorale, che lo soffocava e gli toglieva forza, grazie all'introduzione del collare di
spalla, e pi tardi (non oltre comunque il decimo secolo) anche munito di ferri agli zoccoli, divenne per
l'agricoltore un sussidio incomparabilmente pi forte e resistente del bue. Resterebbe, certo, da
indagare il rapporto fra cavallo da guerra e cavallo da lavoro: pu darsi che si usassero rispettivamente
due tipi di cavallo diverso, ma anche che l'animale da guerra, una volta invecchiato o divenuto per
qualunque motivo inabile alle fatiche militari, passasse a quelle della terra. V' anche da dire che il
cavallo, una volta inservibile ad altri usi, poteva esser macellato: a patto naturalmente che fosse almeno
in apparenza sano(48).
Il cavallo si avviava insomma ormai a fungere da protagonista nelle guerre medievali: al punto
che l'epizoozia del 791, che uccise un forte numero di cavalli, blocc l'offensiva antivara dei
Franchi(49). Ormai, e per lunghi secoli, senza quell'animale non sarebbe stato possibile combattere.
Il ruolo "rivoluzionario" della staffa e la genialit di Carlo Martello nel cogliere le possibilit
del combattimento d'urto, tutta quella serie di problemi cio sulla quale si sono scritte pagine
estremamente acute e stimolanti(50), corrispondono a elementi che non vanno astrattamente enucleati
solo dal contesto del miglioramento tecnico dell'Occidente, ma anche di quel travagliato ottavo secolo,
che aveva tanto bisogno di guerrieri. Se altri popoli del tempo usarono la staffa, in nessun altro luogo la
cavalleria ebbe lo sviluppo e le ripercussioni che invece conobbe presso i Franchi: in effetti, tra ottavo e
XI secolo, cio ai tempi della sua gestazione e del suo primo fiorire, non c' dubbio che quella della
cavalleria fu una storia franca e poi francese. Ma quale altro aspetto della civilt occidentale di allora,
dall'architettura alla scienza alla poesia, non fu prevalentemente una storia franca e poi francese?
Del rinnovamento tecnico che fu alla base della cavalleria, un ultimo aspetto fu la ferratura. Lo scivolare e il cadere d'un cavallo durante le operazioni di battaglia era sempre cosa grave; ma lo
scivolare e il cadere d'un cavallo con il suo cavaliere pesantemente equipaggiato, entrambi lanciati in
corsa, era rovinoso. Altissime erano le possibilit che il cavallo si storpiasse e dovesse essere abbattuto,
e che il cavaliere, impacciato dalle sue armi, restasse vittima dei nemici. Da qui la necessit di
prevenire che lo zoccolo scivolasse o si fendesse. L'uso del ferro di cavallo pare secondo alcuni essersi
presentato gi nel corso dell'ottavo secolo nelle province della Germania ex romana. Tuttavia, solo dopo
le invasioni ungare esso divenne generale(51).
Quel che insomma occorre osservare concludendo  che in un'area e in un momento precisi (la Francia merovingia, la met dell'ottavo secolo) il combattimento a cavallo assunse un'importanza tale da
determinare o quanto meno da giustificare una profonda rivoluzione non solo nelle tecniche militari,
ma anche nelle strutture sociali. Il guerriero a cavallo, pesantemente armato, avr bisogno di sempre
maggiori beni economici per mantenersi ed equipaggiarsi; per contro, di fronte a lui, svanir l'efficacia
della vecchia fanteria contadina germanica; l'antica, omogenea classe dei "liberi" ch'erano perci
stesso guerrieri prender a scindersi in un'aristocrazia di professionisti della guerra al livello superiore,
in una massa di rustici sempre pi simili per condizioni di fatto e per genere di vita ai non liberi o ai
semiliberi al livello inferiore. Il disarmo degli agricoltori pi poveri, giustificato da motivi economici,
sar causa e condizione della perdita di fatto della loro libert; la societ medievale, lungi dai vecchi
elementi giuridici consuetudinari, rester a lungo una polemocrazia, una societ ordinata per la guerra e
nella quale la guerra assumer anche a livello sociale un valore preminente. Il laico forte, sano, ricco,
oggetto di particolari prerogative giuridiche, professionalmente qualificato merc un annoso
addestramento e quindi libero da preoccupazioni d'altra natura, sar un guerriero; chi non risponder a
tali requisiti verr declassato a procacciatore di beni da impiegarsi per il mantenimento dei guerrieri, e
la sua stessa vita sar tutelata solo dalla presenza dei guerrieri. La guerra e tutte le attivit che
addestrano a essa - la caccia, soprattutto - diventeranno appannaggio dello strato superiore della
societ laica; il lavoro sar obbligo di quello inferiore, e se ne sottolineeranno gli aspetti meno
onorevoli, l'improba dura fatica e il suo significato di condanna quale conseguenza del peccato
originale (labor a labe). Il mondo dell'Occidente medievale avvertir, fino al sorgere dell'etica
borghese e anche oltre, questa drammatica scissione degli uomini in due categorie segnate, entrambe,
dalla colpa dei Progenitori: quelli che, al pari del Cristo, la riscatteranno con il loro sangue
combattendo; e quelli che, come Adamo ed Eva dopo la cacciata dal paradiso terrestre, la riscatteranno
con il loro sudore lavorando. Due funzioni complementari, certo: tali saranno sentite nell'arco di tutta
l'et medievale, ed entrambe complementari alla terza, la preghiera, compito precipuo del clero; ma
funzioni complementari che manterranno tuttavia un differente grado di onorabilit.
3. Dietro al mito di Poitiers
Il 17 ottobre 733 - non il 25 ottobre 732, come a lungo  stato detto(52) - un corpo di spedizione
arabo-iberico rafforzato da Aquitani e guidato dall'emiro Abd ar-Rahmn, passati i Pirenei e compiuto
un raid nella terra dei Franchi, fu battuto dal maior domus Carlo Martello sulla strada fra Tours e
Poitiers, qualche chilometro a nord-est della confluenza della Vienne con la Creuse. Al momento, la
battaglia non ebbe particolare risonanza nel mondo franco. I saraceni stavano facendo niente pi di
un'incursione, ed era stato un puro caso se i Franchi l'avevano fermata: solo uno sconosciuto cristiano
di Cordova - si  ormai cessato di identificarlo con Isidoro vescovo di Badajoz - scrivendo oltre un
ventennio dopo i fatti, celebr il significato "europeo" della vittoria conseguita dagli Austrasiani(53).
Ma era la voce d'un irredento, sottoposto al giogo musulmano e incline per questo a calcare le tinte. In
realt quella di Poitiers fu una scaramuccia, imparagonabile ad esempio con la sconfitta che l'Islam
asiatico avrebbe di l a poco subito ad Akroinos in Asia Minore, nel 739, a opera del basileus Leone terzo,
e che arrest davvero l'avanzata musulmana verso la metropoli della Cristianit, Costantinopoli. Ma la
pars Orientis e la pars Occidentis del mondo cristiano erano ormai alquanto lontane fra loro: e mentre
Leone terzo era un eretico iconoclasta, i discendenti di Carlo Martello si apprestavano a inaugurare una
lunga fase d'accordo con il papato. Per questo il contributo dell'uno all'arresto dell'espansionismo
islamico venne indebitamente trascurato, e quello degli altri non meno indebitamente sopravvalutato: 
l'immagine di Poitiers, e d'un Carlomagno ch' piuttosto Carlo Martello, quella che domina le
chansons de geste. La potente suggestione d'una celebre pagina del Gibbon, che seppe suggerire con
efficacia per l'Europa del suo tempo la prospettiva d'una storia senza Poitiers, nella quale a Oxford si
sarebbe studiato il Corano, ha fatto il resto.
Questo vecchio mito d'una Poitiers salvatrice dell'Europa cristiana si  per lungo tempo
affiancato a un altro: quello consacrato dalla teoria di Heinrich Brunner, la quale da Poitiers fa iniziare
il cammino dell'Europa feudale.
Parlare di Poitiers e rifarsi ancora una volta al Brunner parr fastidiosamente scontato. Pu
anche darsi: sta secondo noi per di fatto che nelle sue tesi, comunque riviste e condizionate, risiede in
parte la spiegazione di come la cavalleria sia passata da semplice forza militare ad assumere, per lunghi
secoli, un ruolo da protagonista in Occidente.
Il Brunner partiva dalla considerazione, oggettivamente riduttiva, che il feudalismo fosse un
fatto essenzialmente militare e che pertanto i suoi aspetti politici, sociali, economici, giuridici, si
giustificassero tutti alla luce della creazione e del mantenimento della cavalleria pesante(54). Ma il
centro della sua tesi era costituito dalla spiegazione della genesi d'una tale cavalleria.
In effetti, lo stanziarsi dei Germani nell'Europa gi romana a partire dalla fine del quinto secolo e il
loro abbandonare il nomadismo o il seminomadismo con il conseguente mutare attivit principale dalla
pastorizia all'agricoltura, aveva non ampliato ma semmai contratto l'uso del cavallo. I Franchi in
special modo, al pari degli altri Germani occidentali, non erano dei buoni cavalieri: combattevano a
piedi. La presenza di cavalieri, soprattutto fra i guerrieri di rango pi elevato, prova senza dubbio che il
combattimento equestre non era sconosciuto n del tutto desueto: si trattava per di casi relativamente
rari e militarmente parlando non significativi. I cavalli si potevano, in genere, usare presso di loro -
come presso gli Angli e i Sassoni che avevano occupato le isole britanniche - per gli spostamenti: ma
allorch si trattava di combattere, si smontava di sella. Quella franca era "una fanteria a cavallo che
non era ancora una vera e propria cavalleria"(55). Ne derivavano parecchie conseguenze, tra le quali
quella che i Franchi dovevano essere piuttosto arretrati in fatto di selezioni equine e non distinguere
bene tra un cavallo da lavoro e uno da guerra, essendo quest'ultimo nella realt, un semplice cavallo da
trasporto. E in effetti, per quel che ne sappiamo, le stesse aree d'allevamento di razze pi pregiate si
trovavano, fino all'ottavo secolo, abbastanza remote rispetto al paese dei Franchi.
Nel 733, i Franchi opposero agli Arabo-ispanici la loro tattica abituale, "immobili come un
muro e strettamente uniti come un blocco di ghiaccio", dice una fonte(56). Il Brunner a tal riguardo
osservava che i Franchi, combattenti come pedoni a Poitiers, divennero nel volger di pochi decenni
cavalieri provetti e guerrieri a cavallo: tali erano gi, in effetti, al tempo di Carlomagno, e tali erano
quasi esclusivamente a partire almeno dal secondo quarto circa del nono secolo(57). Il mutamento dovette
pertanto verificarsi subito dopo Poitiers o poco pi tardi. Prova ne sia che Pipino il Breve, figlio di
Carlo Martello e ormai da maestro di palazzo asceso al trono, aveva nel 755 spostato a maggio - mese
pi ricco di foraggi e nel quale i cavalli sono ormai rinvigoriti dopo gli stenti invernali - l'assemblea
generale dei Franchi, che si era fin l tenuta abitualmente a marzo; e prova, ancora, che nel 758 egli
aveva mutato in un tributo da pagarsi in cavalli quello, fin l abituale, in bovini che i Sassoni
corrispondevano ai Franchi(58).
Il Brunner appunto, indagando le vicende del ventennio successivo a Poitiers, aveva scorto nella
politica di "vaste e brutali confische di terre della Chiesa effettuate da Carlo Martello", il quale
"confisc e ridistribu queste terre agli uomini del suo seguito allo scopo di rafforzare l'esercito"(59), la
risposta al suo problema. I Franchi non sarebbero stati minacciati a quel tempo da alcun altro nemico a
cavallo, secondo lui, se non dagli Arabi; a Poitiers, la fuga dei cavalieri di Abd ar-Rahmn dal teatro
dello scontro, impedendo ai fanti franchi di tener loro dietro, aveva impedito a Carlo Martello il pieno
sfruttamento della vittoria. In seguito a ci egli era stato indotto a dotarsi di una cavalleria efficiente, e
a questo fine aveva intrapreso una vasta opera di esproprio di terre ecclesiastiche e di consegna di esse
agli uomini del suo comitatus, mettendoli cos in condizione di servire a cavallo e imponendone anzi
loro l'obbligo. Gli elevati costi dei cavalli e delle armi pesanti giustificavano la gravit della mossa, che
in effetti attir su Carlo l'ira della Chiesa. L'origine della stretta unione di vassallaggio e di beneficio -
fin l non necessariamente interdipendenti - e quindi del feudalismo, sarebbe scaturita da una necessit
militare: il mantenimento d'una cavalleria pesante.
Oggi, le idee sull'origine del feudalesimo e sul ruolo da attribuirsi, all'interno di esso, al fattore
militare sono pi articolate e complesse di quanto le posizioni brunneriane non comportassero. E il
punto debole di esse  proprio lo scontro di Poitiers: ponendolo alla base dell'intera ingegnosa sua
costruzione, il grande studioso tedesco - ingannato forse dalla coincidenza cronologica - si rendeva
responsabile di un felix error.
Error per vari motivi, come fu dimostrato. Solo forzando le poche fonti a disposizione, ad
esempio, si poteva dedurre che gli Arabi di Abd-ar-Rahmn fossero a cavallo. L'Anonimo di Cordova
non ne parla: si limita a dire che gli Arabi, dopo la giornata di battaglia chiusasi in svantaggio per loro
e con la morte dell'emiro, si ritirarono nel loro accampamento, che abbandonarono per intatto
nottetempo per darsi alla fuga. Il mattino seguente i Franchi si apprestarono ignari di tutto alla nuova
battaglia e scoprirono la scomparsa dei nemici. Dapprima increduli e sospettosi, frugarono in lungo e in
largo temendo un tranello; rassicurati alfine, senza pensare all'inseguimento se ne tornarono alle loro
case(60). Nulla, eccetto la visione romantica dell'Arabo a cavallo, autorizzava il Brunner a immaginare
che gli uomini di Abd ar-Rahmn fossero montati. Ancor pi grave forse l'altra forzatura, quella
secondo la quale i Franchi si sarebbero incontrati con l'impossibilit d'inseguire il nemico vinto: il che
aprioristicamente presuppone tale impossibilit, collegandola alla mancanza di cavalli, e sorvolando sul
fatto che la nostra fonte ci parla chiaramente di disinteresse franco per l'inseguimento. Insomma,
nonostante il trionfalismo dell'Anonimo di Cordova che ha influenzato l'intera tradizione, e dal quale
neppure Brunner si  saputo liberare, rimane chiaro che quello di Poitiers fu in realt un ben modesto
"trionfo". Finito lo scontro difatti il nemico ebbe modo di ritirarsi ordinatamente nel suo campo,
lasciando ai Franchi l'impressione che all'indomani si sarebbe ripreso a combattere: quindi, gli Arabi
non davano per nulla l'idea d'essere sull'orlo della rotta. La decisione di ripiegare - e di ripiegamento
ordinato, non di scomposta fuga si tratt - fu presa con ogni evidenza durante il consiglio notturno, e
soprattutto motivata dalla scomparsa dell'emiro. Gli Arabi se ne andarono nell'ordine e nel silenzio pi
assoluti: il che farebbe quasi supporre che non disponessero affatto di cavalli, il tramestio dei quali
avrebbe senz'altro messo in allarme le scolte notturne franche. Il vantaggio guadagnato durante la notte
basta da solo a giustificare perch i Franchi, al mattino successivo, rinunciassero all'inseguimento. Si
pu addirittura andar oltre, e ipotizzare che i cristiani, vista l'intenzione saracena di ripiegare, si siano
ben guardati dall'ostacolarla in un qualunque modo. Quel che insomma resta chiaro dalla pagina
dell'Anonimo  che i Franchi non credevano ai loro occhi, che non si aspettavano la manna di
quell'abbandono della battaglia, novit che accolsero con gioia e sollievo: difatti, saccheggiato
l'accampamento, tornarono subito a casa. Insomma non si comportarono affatto come chi  conscio
d'aver stravinto, bens come chi ha coscienza d'averla scampata per un pelo. Resta, semmai, il
problema dell'accampamento abbandonato al saccheggio: ma anche qui l'Anonimo pu aver esagerato.
Queste, intendiamoci bene, sono pure osservazioni deduttive, basate su una lettura
dell'Anonimo alternativa rispetto a quella brunneriana. Al di l di esse v' comunque da osservare che
l'assai relativa importanza della cavalleria presso i Visigoti e gli Arabo-ispanici, contrariamente a
quanto riteneva Brunner,  stata provata da Snchez-Albornoz(61).
Error, pertanto, la valutazione brunneriana di Poitiers. Ma, senza dubbio, felix.  grazie alle sue
ricerche e agli sforzi di quanti hanno voluto approfondirne o confutarne i risultati che oggi noi
possiamo cogliere in tutta la sua ampiezza un fenomeno vasto e articolato s nel suo presentarsi, ma
preciso nel suo insieme. Questo: che a partire dalla met dell'ottavo secolo la guerra e il guerriero
parvero acquistare ancora pi importanza, mentre per il numero degli uomini atti alle armi si restrinse,
abbandon i vecchi orizzonti della totalit dei liberi secondo le consuetudini germaniche, si ridusse
sempre pi a un'aristocrazia di specialisti dotati di cavalli, di armi pesanti, di mezzi atti a mantenere
queste costose attrezzature: un'aristocrazia militare, professionale, ch'era al tempo stesso aristocrazia
economica e che si avviava, con la polverizzazione del potere seguita al disgregarsi dell'impero
carolingio, a divenire anche aristocrazia giuridico-politica.
Poitiers sta senza dubbio all'inizio cronologico di questi mutamenti, che furono particolarmente
visibili nella societ franca ma che si fecero avvertire anche altrove. Certo,  fuor di dubbio che il
cavaliere medievale non sia nato a Poitiers pi di quanto non fosse nato, circa tre secoli e mezzo prima,
ad Adrianopoli: Brunner in quel caso, Delbrck in questo, hanno portato avanti un inaccettabile per
quanto variamente atteggiato e giustificato post hoc ergo propter hoc. Prima dell'ottavo secolo quel
popolo di combattenti a piedi ch'era il popolo franco non ignorava la cavalleria, quella pesante per
giunta, per la quale v'era tra i Celti medesimi una tradizione. Anzi, si  addirittura insinuato che
Procopio e Agazia siano inattendibili quando si fanno testimoni delle tecniche militari franche del sesto secolo e, quanto alla supposta carenza di cavalieri, si  loro opposta la testimonianza di Gregorio di Tours secondo il quale i Turingi, dovendo combattere contro i Franchi, si sarebbero provvisti di
cavalleria(62). N d'altro canto la fanteria contadina tese gradualmente a scomparire con i Carolingi:
anzi, in alcune zone periferiche scarsamente toccate dall'esperienza feudale e nelle quali restava
presente in larga misura l'allodio - per esempio la Sassonia - essa continu fino al dodicesimo secolo a giocare
un discreto ruolo militare. Ma fu comunque dall'ottavo secolo in poi che il cavallo s'impose con pi
decisione al combattente, divenendone il pi efficace strumento.
Le cause tecniche di questo salir d'importanza non vanno dimenticate: staffa e ferratura
permisero un miglior maneggio, quindi una crescita funzionale. Certo v'entr anche il miglioramento
delle colture foraggiere e delle condizioni dell'allevamento. Ma al di l dei fattori tecnici, due elementi
nella vita franca ultimomerovingia e primocarolingia ci aiutano a comprendere le circostanze di questa
vittoria del cavallo.
Prima di tutto, uno "scandalo" nel campo della politica interna: l'usurpazione, consumata da
parte di una schiatta di maestri di palazzo (cio d'intendenti e di comandanti militari), ai danni d'una
stirpe di sovrani "fannulloni" certo, ma che traevano pur sempre origine e legittimit regia da sacrali
scaturigini che neppure la cristianizzazione del popolo franco aveva potuto mettere in non cale: "reges
e nobilitate, duces e virtute sumunt", come diceva il vecchio Tacito. Ma Pipino spezz questa
tradizione: egli fu un "rex e virtute sumptus", che alle ragioni della stanca sacralit ancestrale oppose
quelle della sua concreta prepotenza. Egli era del resto il primo a esser cosciente dell'usurpazione: e lo
era al punto che, con l'appoggio del pontefice, sent il bisogno di attingere a una nuova sacralit,
mutuata stavolta non pi dalle origini germano-pagane, bens dalla cultura biblico-cristiana. Per questo,
resuscitando la pratica rituale giudaica attestata dal Vecchio Testamento, egli si fece ungere re dai
sacerdoti. Da allora l'unzione pi che l'incoronazione sarebbe stata il rito regale per eccellenza in
Francia. David e Salomone divenivano, da allora, i modelli dei monarchi franchi: il carisma cristiano
imponeva ex alto una nuova linea tradizionale, toglieva i sovrani franchi alla discendenza secondo la
carne dei vecchi re-maghi delle brughiere germaniche e ne faceva discendenti secondo lo spirito di
quella verga di Jesse dalla quale era sorto David e sarebbe sorto il Cristo. E con ci i Franchi
divenivano un novus Israel, un nuovo Popolo Eletto: a queste rive approdava il lungo viaggio
intrapreso dalla nazione di Clodoveo. Sappiamo quanto questa concezione abbia significato nel nascere
dell'impero carolingio; e sappiamo anche fino a che punto un tale cristianesimo, sostanziato di Vecchio
pi che di Nuovo Testamento, abbia condizionato la Cristianit e il suo pensiero, soprattutto - ci siamo
fermati alquanto a parlarne - in ordine alla concezione della guerra(63).
Ora, espediente dell'unzione o meno, Pipino restava un usurpatore: stimato e gradito forse,
temuto certo, ma usurpatore sempre, e come tale in pericolo di venir impunemente rovesciato non
appena il vento della sua fortuna politica avesse accennato a mutare. Del resto gi prima di lui suo
padre Carlo Martello, al fine di conservare un potere gi usurpato di fatto se non ancora di diritto,
aveva inaugurato la politica di espropriazioni di terre ecclesiastiche, sulla base di precariae verbo regis
accordate poi a vari seguaci(64). Si trattava di mantenersi e anche di accrescersi una clientela sicura, che
fosse militarmente parlando efficiente tanto da poter garantire il suo capo dai rovesci di fortuna. Da
dove prendere uomini a tal punto sicuri, se non dalla trustis dei maestri di palazzo, cio dai guerrieri
della loro guardia del corpo? E questi a loro volta avevano bisogno di terre - meglio, di signorie rurali
- per armarsi, e una volta ottenutele fecero di tutto per dimostrarsi ottimi, efficienti guerrieri, in modo
che il loro principe si convincesse che da loro dipendeva la sua prosperit. Bisognava armarsi e
addestrarsi nella lotta pi e meglio degli altri, soprattutto degli scontenti del nuovo stato di cose: anche
a costo d'impiegare nell'armamento gran parte dei proventi della terra. La sicurezza dei nuovi potenti,
dei vincitori della "rivoluzione" dei maestri di palazzo, richiedeva che si superarricchisse e
superarmasse una minoranza di seguaci sicuri, che si aumentasse la distanza fra loro e il resto del
popolo franco. La ricerca d'una messa a punto della cavalleria pesante come arma molto superiore alla
fanteria, quindi, fu con molta probabilit non una misura antisaracena, antivara e in genere
antibarbara, ma in realt un espediente di Carlo Martello e dei suoi successori per consolidare
all'interno, per mezzo della forza, un potere illegittimamente conseguito. Si parla ordinariamente
dell'espansione della cavalleria in questo tempo come di un fatto militare ed economico:  giusto, ma si
tratt anche d'un fatto politico. Questi uomini cui si affidavano terre a patto che si armassero in modo
nettamente superiore alla media dei Franchi liberi, e ci proprio mentre al vertice del sistema politico
franco stava avvenendo un eccezionale mutamento, hanno l'aspetto - si direbbe - d'una "guardia
bianca" del nuovo regime. In questa prospettiva, l'incentivo alla scelta "equestre" nel campo
tecnico-militare ricevette forse modello e incoraggiamento da parte dei Longobardi, fin l cavalieri pi
abili dei Franchi. I due popoli erano in frequente contatto attorno a quegli anni, e per un breve periodo
furono anche alleati, quando la politica regia franca fu segnata - tra 768 e 771 - dall'atteggiamento
filolongobardo della regina Berta.
Tuttavia, l'interpretazione della politica delle precariae e quindi dello sviluppo della cavalleria
come fatto strumentale nella volont dei nuovi signori del popolo franco va condotta con una certa
cautela, e in ogni modo non pu far trascurare altri fattori. Il sinodo di Leptines del 743-44, con il quale
la Chiesa franca accettava che le sue terre fossero sottoposte al regime precariale, dichiarava
esplicitamente di aver preso questa decisione al fine di aiutare il popolo in armi, in un momento di
grave pericolo: "Decidiamo in accordo con i servitori di Dio e del popolo cristiano, a causa delle guerre
che ci minacciano e delle persecuzioni degli altri popoli, che sono ancora nel nostro territorio, di
conservare per qualche tempo con l'indulgenza di Dio una parte della fortuna ecclesiastica per aiutare il
nostro esercito, sotto il regime del precarium e del census"(65).
Senza dubbio, espressioni del genere possono essere state imposte; il riferimento agli
imminentia bella e alle persecutiones potrebbe costituire solo l'espressione d'un coatto allinearsi sui
pretesti messi avanti dal maestro di palazzo. I pretesti, per, sono efficaci nella misura in cui la
situazione li rende plausibili: e la situazione del momento era delicata.
Viene spontaneo pensare agli Arabi di Spagna: ma essi non erano l'unica gens in grado di
minacciare i Franchi. Eccoci quindi in presenza del secondo elemento della vita franca che avrebbe
reso utile un'efficiente cavalleria, e che va messo accanto a quello politico dell'usurpazione da
consolidare: quello degli altri pericoli "barbarici" oltre agli Arabi, pericoli provenienti da nord e da est;
e, accanto a questi, della necessit di tener sotto controllo la Gallia meridionale, ancora percorsa dai
saraceni e difficile da organizzarsi, date anche le riottosit locali. Per fronteggiare questi pericoli, in
un'et di depressione demografica, era necessaria non una numerosa fanteria "popolare", che sarebbe
stata difficile a mettersi insieme, mediocremente addestrata e lenta negli spostamenti, bens una
cavalleria d'lite, di professionisti della guerra pronti a spostarsi sempre senza dover pensare al ritmo
dei lavori agricoli, e rapidi a raggiungere qualunque parte del regno. La cavalleria carolingia, nel suo
nesso con le strutture economiche della societ di cui era espressione, nacque da un paese spopolato,
povero, nel quale le medesime primavere erano a un tempo la stagione dei lavori agricoli di grande
rilievo e delle incursioni barbariche, quindi della guerra, e non si potevano lasciare incolti i campi per
sopperire alle necessit della difesa: una societ di uomini che non potevano esser posti ogni nuovo
anno nell'alternativa fra essere scannati o morir di fame. Da qui l'imperioso bisogno d'una dicotomia
funzionale: erano indispensabili uomini che, nutriti dalla fatica altrui, sollevati da preoccupazioni
economiche, potessero pensare solo ad armarsi, ad addestrarsi, a combattere. Necessario era il lavoro;
non meno necessaria la difesa armata di esso.
Ma a quali pericoli "barbarici" si riferivano i padri di Leptines? Quali furono quelli che
assediarono l'Europa carolingia fino a rivelarsi a lungo andare uno dei fattori della sua disgregazione
politica? Le preoccupazioni carolingie per l'armamento e per la guerra erano continue e costanti: ne
daremo fra breve conto un po' pi dettagliato. Certo, le molte spedizioni di Carlo contro i saraceni di
Spagna, gli vari, i Sassoni, le giustificavano. Ma si commetterebbe un errore di prospettiva se si
giudicasse l'espansionismo franco, con il missionarismo guerriero che gli teneva dietro e che abbiamo
gi esaminato, come il motore di quelle campagne. Al pari dell'antico, il nuovo Israele franco sentiva
di vivere attorniato da nemici; al pari dell'antico, sentiva di dover combattere e conquistare per
necessit vitale, per sopravvivere ai suoi avversari.
La minaccia avarica era in origine remota dalla Gallia. Sar solo dopo la guerra
franco-longobarda che gli vari, ch'erano rimasti per tutto l'ottavo secolo un pericolo per l'Italia, la
Baviera e l'Austria, impensieriranno Carlomagno. Nel 787 i Franchi risposero duramente ai loro
attacchi nel Friuli; nel 796, con la distruzione del Ring, cio della loro mobile capitale-accampamento,
si apr per loro un quindicennio di sangue chiusosi nell'811. Fu un etnocidio: fosse la durezza della
guerra franca, fosse l'esiguit numerica degli vari - pi un ceto dirigente guerriero di stirpe altaica
che un popolo vero e proprio - fosse la loro scarsa compattezza etnica, gli vari scomparvero, n se ne
hanno notizie posteriori all'822. Resta a loro merito, per concorde ammissione di storici e, archeologi,
l'aver contribuito alla diffusione della staffa e dell'arco composito.
L'Arabo di Spagna  da parte sua, senza dubbio, il nemico per eccellenza dei Franchi durante
tutto l'ottavo secolo. L'occupazione arabo-berbera della Spagna e la sottomissione dei Visigoti ai
saraceni - salvo la ristretta fascia di resistenza nelle seminaccessibili Asturie - si era compiuta nel
brevissimo giro di tre anni, dal 711 al 714. Incoraggiati dal facile successo, i musulmani avevano
puntato immediatamente oltre i Pirenei, in quella parte della Gallia che apparteneva al regno visigoto.
Narbona fu difatti occupata nel 718, Nmes e Carcassonne nel 725; e gi fin dal 721 gli Arabi si erano
presentati dinanzi a Tolosa, e la Provenza con tutto il bacino del Rodano erano divenuti teatro delle loro
gesta; nel 725 o, secondo altri, nel 731, Autun era stata incendiata. Fu a quel punto che l'emiro Abd
ar-Rahmn tent il colpo pi grosso: direttosi verso l'Aquitania, attravers la Guascogna, saccheggi
Bordeaux e di l si apprest a marciare su Tours. Era sua meta il santuario nazionale franco, il sepolcro
del taumaturgo Martino.
Bisogna dire che in quell'occasione il santo vescovo si mostr all'altezza della sua fama di
guerriero e di protettore in battaglia: nell'ottobre del 733 il raid di Abd ar-Rahmn fu appunto fermato
presso Poitiers. L'avventura dell'emiro, iniziata brillantemente, fin male forse anche per i suoi errori: e
del resto egli non pare disponesse di forze che gli avrebbero consentito di avanzar molto oltre. Anche
se fosse riuscito a passare a Poitiers, a saccheggiare il santuario di Tours e a far annunziare i nomi di
Allah e del suo Profeta dall'alto di quelle torri, non sarebbe certo arrivato a imporre il Corano a Oxford,
checch ne abbia pensato mille anni dopo il Gibbon. Ci sarebbe anche allora voluto ben altro che lui,
povero untorello, per spiantare la Cristianit. Tuttavia i Franchi ebbero paura, e continuarono ad averla
anche dopo la giornata di Poitiers la quale, non solo non salv affatto l'Europa cristiana, ma non liber
neppure la Gallia dai raid musulmani. Lo splendore "postumo", per cos dire, di Poitiers ha offuscato
l'umile verit che, appena nel 734, gli Arabi stanziati nel Narbonnais saccheggiarono Arles e corsero
l'intera Provenza, e che verso il 737, occupata Avignone, raggiunsero la Borgogna, e vi razziarono
un'enorme quantit di schiavi da condurre in Spagna. Dunque, anche se Carlo Martello non pens a
organizzare una cavalleria perch sconvolto dal non aver potuto inseguire i fuggiaschi arabi
all'indomani di Poitiers, senza dubbio vi pens per un motivo analogo a quello che aveva indotto gli
imperatori romani del terzo-quarto secolo a introdurre i comitatenses nelle loro forze armate. Si era dinanzi a
un nemico estremamente mobile, aggressivo, dislocato su una lunghissima linea di frontiera; si
disponeva di poche truppe: ci si doveva quindi porre nelle condizioni di muoversi con la massima
celerit possibile. Fra 736 e 739 vi furono continue campagne di Carlo Martello contro i musulmani del
sud della Gallia e i loro complici cristiani: infatti, come in tutte le zone di frontiera, ivi proliferavano il
doppiogioco, il tradimento, il collaborazionismo nelle sue forme pi sfumate e ambigue, la vendetta e il
tornaconto personali. Verso la met del secolo la situazione parve stabilizzarsi con l'arresto della spinta
musulmana, per quanto la maggior parte della Linguadoca rimanesse nelle mani degli Arabi e del
superstite ceto dirigente goto, che collaborava con loro. Solo un po' pi tardi Pipino, ormai re, riusc a
cacciare di l l'Islam e ad allungare verso il Mediterraneo la Francia che si stendeva nel contempo
verso est, oltre il Reno. Narbona capitolava nel 759.
La ripresa della guerra franco-araba (ma  assai inesatto chiamarla cos) data con decisione,
dopo anni di ininterrotte scaramucce, dal 777, quando il val di Barcellona e Gerona si rivolse a
Carlomagno per implorarne l'aiuto contro il califfo di Cordova. La Spagna musulmana era divisa da
rivalit e contrasti: come sarebbe accaduto, tre secoli pi tardi, nella Siria della crociata, la guerra
"cristiana" di Carlo venne a inserirsi in un panorama di guerra civile tra saraceni. Ma anche in questo
caso l'atteggiamento di Carlo era quello di chi attacca per prevenire: un'offensiva a scopo di difesa. La
linea dei Pirenei non era sicura, la Francia centro-meridionale inquieta e facile ai voltafaccia(66), il
sovrano troppo assorbito dalle questioni transrenane e pertanto lontano dal meridione dei suoi possessi.
Senza dubbio le ragioni religiose contribuirono a far decidere Carlo: se i Sassoni erano pagani, in
Spagna i musulmani addirittura opprimevano le popolazioni cristiane.  difficile stabilire fino a che
punto Carlo ignorasse quanto nella realt delle cose fosse generosa tale "oppressione", e quanto
volentieri i cristiani di Spagna collaborassero in genere con i saraceni.
L'esercito raccolto dal re dei Franchi per la campagna spagnola dei 778 era quanto mai
eterogeneo: Austrasiani, Borgognoni, Bavari, Provenzali, Settimani, Longobardi. Non attardiamoci a
considerare le vicende di quella spedizione, poco brillanti: anche se non si pu tacere che fu appunto
nel corso di essa che, il 15 agosto 778 (questa almeno la data pi comune nella tradizione), si ebbe il
noto e discusso episodio di Roncisvalle. Da quella spedizione spagnola, la nascente cavalleria trasse un
incentivo alla sua costruzione militare e un motivo poetico-ideologico per il futuro, il martirio di
Rolando. Vero che il significato dell'episodio fu ampliato e senza dubbio esagerato pi tardi: ma la
coincidenza rimane.
Se le incursioni arabo-ispaniche oltre i Pirenei si erano gi chiuse prima di Carlomagno, le flottiglie saracene rimasero un pericolo continuo per le coste mediterranee. I marinai-pirati musulmani
che avevano le loro basi nell'Africa settentrionale e in Spagna, e che tra la fine del nono e i primi del decimo secolo tenevano ormai la Sicilia e possedevano teste di ponte a Fraxinetum, sul Garigliano e ad
Agropoli in Campania, a Santa Severina in Calabria, a Bari e a Otranto in Puglia, esercitavano una vera
e propria talassocrazia sul Mediterraneo occidentale, dove non c'erano flotte cristiane a contrastarli.
Sardegna e Corsica divennero poco a poco un no man's land(67), i cui porti erano tutti controllati dai
saraceni. Nell'Italia meridionale, i musulmani si mischiarono abilmente alle rivalit locali, servendo
come mercenari questo o quel principe contro i suoi avversari cristiani: in fondo, non diversamente
aveva agito nel 778 Carlomagno in Spagna. Il saccheggio delle basiliche di San Pietro e San Paolo
fuori le mura, nell'846, costrinse il carolingio Ludovico secondo a organizzare nell'Italia meridionale una
spedizione conclusa con la distruzione del nido corsaro beneventano, nell'847; ma i successivi tentativi
di Ludovico secondoI di distruggere l'emirato stabilitosi in Bari, rivale del palermitano, fallirono(68). I saraceni
tenevano le coste della Cristianit occidentale, anche se non mostravano n la forza n l'intenzione di
dilagare all'interno. Le loro puntate nell'entroterra costringevano per le popolazioni a una difesa
continua; obbligavano i rustici a chiudersi in borghi fortificati, ad addossarsi ai monasteri non meno
fortificati e alle rocche; sottoponevano le lite guerriere a una pressione continua, le obbligavano a farsi
sempre pi rapide nell'intervenire e ad armarsi sempre meglio per supplire alla deficienza numerica.
Un'altra ragione per la quale la societ carolingia si costru per forza di cose sulla e per la
guerra risiede nella politica italiana e orientale di Carlomagno. La conquista dell'Italia longobarda,
iniziatasi nell'estate del 773 e conclusasi con il teatrale pellegrinaggio di Carlo a Roma nella Pasqua
del 774 - anche se la resistenza longobarda si protrasse ancora per qualche mese - sottopose il popolo
franco a un duro sforzo militare. Erano gi iniziate intanto le spedizioni nella terra dei Sassoni, grosso
modo corrispondente all'odierna Westfalia, dapprima giustificate dal ritardo nel pagamento del tributo
imposto da Pipino. Abbiamo visto che egli aveva richiesto che tale tributo, prima corrisposto in buoi,
fosse versato da allora in poi in cavalli: con ci aveva probabilmente costretto l'economia sassone a
una parziale conversione dall'allevamento bovino a quello equino. Era stato saggio un simile
provvedimento? Senza dubbio s, qualora lo si veda nella prospettiva dell'organizzazione della
cavalleria pesante franca. E con ogni probabilit ancora s, quando si tenga presente che i "Germani
delle foreste", pur buoni allevatori e addestratori di cavalli fino dai tempi di Tacito, non se ne servivano
per la guerra. Pipino dunque non temeva l'insorgere d'una cavalleria sassone concorrenziale rispetto
alla franca: bisogna rifarsi qui alle considerazioni dello White, e concludere che solo i Franchi seppero
servirsi a dovere delle risorse che l'applicazione di "nuovi" strumenti, tipo la staffa, offriva loro; ma
bisogna anche ricordare che la cavalleria pesante franca risultava da un processo tutto particolare di
stratificazione sociale, e che tra i Sassoni, socio-economicamente parlando meno differenziati, nulla del
genere avrebbe potuto accadere.
Da questo punto di vista la campagna antisassone del 772, coeva a quella antilongobarda e
terminata nel 775, fu in linea di principio una Strafexpedition tesa a punire quei Sassoni che, ritardando
la corresponsione dei tributi, intralciavano l'organizzarsi della cavalleria. E ci resterebbe valido per
quanto Carlo, con la distruzione dell'Irminsul e l'avvio d'una politica di missionarismo coatto,
mostrasse prospettive e programmi pi vasti che non la semplice rapina organizzata ch'era l'orizzonte
della politica sassone di suo padre.
La seconda spedizione di Carlo in Italia, culminata con la celebrazione della Pasqua del 776 a
Treviso dopo la sottomissione del Friuli, permise ai Sassoni di rialzare la testa e provoc una nuova
campagna del re, con il triste corredo dei battesimi di massa di cui si  detto. Appunto a Paderborn,
dove Carlo aveva convocato nel 777 l'assemblea dei Franchi e il popolo sassone, comparve il val di
Barcellona per implorare l'aiuto del potente signore cristiano. Le gesta di Viduchindo hanno infatti il
loro momento di maggior successo durante l'impresa spagnola di Carlo, il quale soltanto nel 779 pot
tornare di nuovo al teatro di guerra sassone. La guerra di Spagna lo aveva acceso di nuovo ardore
mistico e guerriero? Per rispondere qualcosa di preciso, si dovrebbe saper meglio che cosa si cela dietro
i battesimi coatti e le scelte fra battesimo e morte imposte da Carlo ai vinti, dietro cio quegli episodi
celebrati dalle chansons de geste. Scene del genere, se anche non accaddero in Spagna, erano accadute
prima e sarebbero accadute poi nelle brughiere sassoni. Le chansons, scritte in un'et in cui il saraceno
era il solo "pagano", il solo nemico della croce conosciuto dalla Cristianit, hanno contaminato varie
tradizioni, prestando un volto saraceno a Sassoni e a Vichinghi. Ma, nella realt delle cose, la vergogna
di Verden  del 782; la passione del popolo sassone si compie entro il 785; in quell'anno Carlo, con il
celebre Capitulare Saxonicum(69), pu finalmente dichiarare regno di Dio quella terra sassone
trasformata in deserto.
Ma, durante la campagna avara del 793, i Sassoni cercarono ancora una volta di ribellarsi: ci
consent a Carlo, nell'anno successivo, di perfezionare l'opera del 785 razziando, massacrando,
trasferendo in territorio franco intere trib di superstiti e facendo emigrare trib franche in Sassonia.
Eginardo testimonia che verso l'804 l'emigrazione coatta continuava ancora. Frattanto, dopo varie e
poco chiare avvisaglie, era nel 787 scoppiata anche la rivolta di Tassilone in Baviera, con la
conseguente unione di essa e della Carinzia, nel 788, al regno franco.
La franchizzazione della Germania e dell'Italia era costata insomma uno sforzo militare
praticamente ininterrotto dal 772 al 794, intrecciato con le campagne spagnola del 778 e vare del 791
e poi del 795-799, protrattasi quest'ultima in un ventennio di genocidio organizzato. I Sassoni erano
stati dispersi, gli vari vennero annientati. Ma se si deve credere alle pur vaghe notizie di rapporti
diplomatici fra il Ring varo, i ribelli longobardi e perfino i saraceni di Spagna, si comprende come la
dura, spietata politica guerriera di Carlo fosse anche la reazione a un accerchiamento. Si trattava d'una
serie di guerre difensive basate sul principio della "prevenzione".
Se il pericolo sassone venne eluso e quello avaro schiacciato alla fine dell'ottavo secolo, quello
saraceno continu come si  visto a sussistere, e anzi si aggrav nel corso del secolo seguente: a esso si
aggiunse frattanto quello vichingo. Le prime avvisaglie di esso si erano gi avute con i raid sulla Senna
alla fine del regno di Carlomagno, il quale nell'811 aveva impostato nei loro confronti un discorso
insieme militare e diplomatico, stabilendo flotte a Boulogne e a Gand e aprendo negoziati con i Danesi.
Una serie di iniziative di pace - che, sotto Ludovico il Pio, divennero anche missionarie - fu diretta
verso la Danimarca al fine di preservare da attacchi la Francia orientalis: e questo con buoni risultati.
Tuttavia ai raid vichinghi rimase esposta la Francia occidentalis. Mentre i Danesi infierivano in
Inghilterra, sul continente i tentativi degli ultimi carolingi, diretti ad arginare l'ondata vichinga,
rimasero tutti abbastanza inefficaci anche a causa dello sfaldarsi dell'aristocrazia franca la quale, pur
nata per la guerra, tuttavia non resse alle prove.
Il periodo 856-862 fu spaventoso per il cuore della monarchia franca. Nell'estate dell'856 una
flottiglia danese risal la Senna e stabil presso Nantes un campo fortificato dal quale i Vichinghi
assalirono Parigi nel gennaio 857, spingendosi nel giugno seguente fino a Chartres. Un tentativo di
tenerli a bada da parte di Carlo il Calvo, nell'858, ebbe poco successo, anche per i contrasti di questi
col fratello Ludovico: nell'859 erano investite Noyon e Beauvais. Dopo alterne vicende, nell'862,
Carlo otteneva grazie a una forte somma di denaro di far partire i Vichinghi verso la Bretagna. In quei
medesimi anni, altri nuclei di corsari nordici avevano imperversato su tutti i fiumi del regno: Reno,
Rodano, Somme, Loira, Garonna(70). Il punto d'arrivo di questa "grande paura" vichinga,
contemporanea a quella saracena, potrebb'essere il trattato di Saint-Clair-sur-Epte, con il quale nel 911
il re franco accordava al capo vichingo Rollone il titolo ducale e il territorio circostante Rouen, che dai
nuovi installati avrebbe preso il nome di Normandia. Da allora, le acque si placarono, anche se
brandelli dell'antico pericolo rimasero qua e l, come lo "stato" normanno di Nantes dal 919 al 954 e la
spada di Damocle delle stagionali razzie tra Loira e Gironda, ancora nel primo ventennio dell'undicesimo secolo. Tuttavia la nube normanna s'allontanava dall'Europa franca nella prima met del decimo secolo:
scarso motivo di sollievo, che gi s'addensava quella ungara.
Questi dati, per scontati e noiosi che siano, ci mostrano in quale continuo stato d'assedio
abbiano vissuto i Franchi dal secondo decennio dell'ottavo secolo, quando i saraceni presero a sconfinare
oltre i Pirenei, fino al secondo del decimo, quando si cominci a trovare un modus vivendi con i Normanni;
anche i saraceni e gli Ungari fecero s che le tribolazioni continuassero ancora per tutto quel secolo. Un
regno troppo vasto, vulnerabile in ogni suo punto e soprattutto lungo le rive marittime e fluviali; una
popolazione demograficamente ristretta e inoltre impaurita, malnutrita, imbelle; un numero ridotto di
guerrieri professionisti che non pu essere alzato perch armi e cavalli costano cari e perch un'intera
vita - fin dall'infanzia -  necessaria per addestrare uno solo di loro; una fanteria contadina che si usa
sempre meno perch poco efficace, perch poco mobile, perch non si possono sottrarre braccia alla
terra, e che quindi s'avvia alla condizione - che per gli antichi Germani sarebbe stata servile - d'un
inerme volgo rustico impegnato a produrre per sostentare chi lo protegge. Queste le basi sociali del
differenziarsi dell'lite cavalleresca dall'antica indistinta classe dei liberi guerrieri-agricoltori franchi, e
del cadere del resto di essa a un genere di vita servile, sia pur non accompagnato dalla relativa formalizzazione giuridica.
Come si scand questo profondo mutamento?
Il miglioramento tecnico di armi e di cavalcature riscontrabile a partire appunto dall'ottavo secolo
aveva fatto s che il guerriero a cavallo, per ben armarsi, avesse bisogno di animali pi forti e di molto
pi ferro lavorato che non prima: in particolare, rispetto a quello del fante, il livello di spese del
cavaliere subiva un netto salto qualitativo e quantitativo causa il cavallo. Poich l'equipaggiamento era
a sue spese, egli doveva essere un uomo ricco. In ci  rivelatore il rapporto tra i prezzi delle armi e dei
cavalli e quelli del bestiame e dei beni agricoli, il solo termine di confronto d'una qualche sicurezza per
quei tempi: esso s'impone pur tenendo conto della scarsit sia di materia prima, sia di personale e
d'attrezzatura tecnicamente specializzati nel fornire ai guerrieri l'equipaggiamento adatto. Perci, da
allora in avanti, il guerriero a cavallo dovette riuscire da un'aristocrazia censitaria sempre pi ristretta,
differenziata, rispetto al ceto originariamente omogeneo dei liberi fanti-contadini, sia per ricchezze, sia
per genere di vita, in quanto essa prese a considerare quella del combattere e dell'addestrarsi al
combattimento come la sua stabile condizione professionale.
Questo articolarsi della societ dei liberi secondo differenti livelli di funzioni s'era gi avuto,
prima che tra i Franchi, in un ambiente commercialmente pi vivo e in genere economicamente pi
mobile: il longobardo. L difatti, nel 750, il re Astolfo aveva prescritto che dovessero caballicare i
proprietari di almeno sette casae massariae o di quaranta iugeri di terreno, nonch i negotiatores di
grande o media fortuna, mentre i negotiatores meno ricchi avrebbero dovuto armarsi come combattenti
a piedi(71). Non si deve difatti dimenticare che "l'Italia longobarda pervenne, nel secolo ottavo, alla
costruzione di un sistema sociale in cui la classe dei possessori si identificava con la classe militare e
politica"(72).
Per l'esattezza, Astolfo distinse: i proprietari di casae massariae in numero multiplo di sette,
che avrebbero dovuto provvedersi di cavalli e d'armature complete in quantit proporzionale alle
ricchezze possedute (che avrebbero dovuto, cio, armare altri uomini); i proprietari di sette casae
massariae e i negotiatores maiores et potentes, che avrebbero dovuto provvedersi di armamento
completo e di cavalli; i proprietari di almeno quaranta iugeri di terra ma non di casae massariae e i
negotiatores sequentes, che avevano il dovere di provvedersi di soli cavallo, lancia e scudo e che
costituivano, rispetto alle prime due categorie, una cavalleria leggera; i minores homines(73) e i
negotiatores minores che fossero in grado di procurarsi uno scudo(74), i quali dovevano provvedersi di
arco, frecce e faretra.
Pertanto, presso i Longobardi si stratificavano secondo le possibilit economiche due tipi di
cavalleria e una fanteria leggera. La fanteria pesante, cara ai Germano-occidentali e in particolare ai
Sassoni che l'avrebbero conservata fino all'XI secolo, non compare nell'editto di Astolfo e
probabilmente non aveva mai avuto rilievo tra i Longobardi, come non ne aveva mai avuto tra i
Germano-orientali in genere. Gli arcieri a piedi, pi che una fanteria, costituivano l'appoggio tattico
della cavalleria. Per lungo tempo, anche nell'et feudale, l'arco - arma da guerra e da caccia - sarebbe
rimasto l'unico tipo di arma efficace a disposizione dei non milites, dei non cavalieri: un'arma da poveri.
Le disposizioni di Astolfo ci mostrano una societ articolata in parecchi strati sociali; poich
l'armamento era come si  visto in funzione dei beni di fortuna posseduti, le lite economiche si
andavano trasformando anche in lite militari, mentre un'aliquota non sappiamo quanto elevata, ma
certo non trascurabile, della popolazione libera (cio i minores homines e i negotiatores minores), non
essendo in grado di procurarsi neppure uno scudo, veniva dispensata dall'armarsi: il che, in una societ
germanica, significava la perdita di un diritto e di un simbolo esteriore tangibile di libert. Il crescer di
costo e d'importanza delle armi e della professione militare alzava pertanto una porzione dei liberi, i
ricchi, al di sopra del resto della popolazione, e ne abbassava un'altra, i molto poveri, fino a un genere
di vita e di fatto a un rango servile.
Resta, in questa societ piuttosto varia, l'incognita costituita dagli uomini che si sarebbero
armati con l'eccedenza di armi e di cavalli che i proprietari terrieri e i grandi mercanti erano tenuti a
procurarsi. Si trattava di uomini del loro seguito, di gasindi? Persone di quale condizione originaria?
Essi comunque, indipendentemente da questa, venivano armati come cavalieri pesanti. Il gruppo dei
guerrieri d'lite non era formato pertanto da un solo tipo di persone, ma almeno da due: da un lato gli
uomini ricchi e validi, dall'altro un gruppo di seguaci, di comites dall'incerto profilo sociale, una banda
di professionisti che dovevano la propria condizione alla forza e all'abilit in guerra e che - a
differenza dei primi - non avevano alcun legame funzionale con la societ longobarda. Gente che
portava le armi, e basta; che a esse, e a esse sole, doveva il suo prestigio e i suoi privilegi di fatto(75).
Tipo di bene Versione merovingia (soldi) Versione carolingia (soldi) 	Bue in perfette condizioni.

Il processo di selezione che, da una societ di liberi armati, conduceva a una societ di pochi
ricchi armati e di restanti disarmati, si andava verificando frattanto anche presso i Franchi. Il
progressivo differenziarsi economico-sociale era forse pi evidente e meno legato alla dimensione
terriera - giacch qualificante vi era la presenza dei negotiatores - tra i Longobardi. Tuttavia, al di qua
come al di l delle Alpi, a met dell'ottavo secolo l'antico diritto-dovere d'ogni libero germano di portare
le armi cadde in disuso: gens ed exercitus non furono pi sinonimi; si arm soltanto chi era a un certo
livello economico, e all'interno di questo gruppo solo una ristretta lite - circondata dai dracins
sociali dei comitatus - si assicur, servendo a cavallo e pesantemente armata, l'egemonia militare.
Nella societ franca, economicamente piuttosto stagnante(76), il problema dei costi
nell'armamento si rivela in tutto il suo peso. Nelle due versioni della Lex Ribuaria che ci sono
rimaste(77) risalenti a quanto sembra l'una all'et merovingia, l'altra a quella carolingia, le stime di certi
beni valutati ai fini del guidrigildo sono le seguenti:
Ne risulta che, sempre almeno ai fini del guidrigildo (che solitamente si pagava non in moneta o
in metallo prezioso, bens in beni "apprezzati" quali appunto, animali, armi, cavalli)(78), l'armamento
completo d'un guerriero pesante a cavallo era valutato, in et merovingia, a quarantacinque soldi, e in
et carolingia a quaranta.  difficile comprendere perch, dall'et merovingia a quella carolingia, il
valore di certi animali sia crollato - quello del cavallo da dodici a sette soldi, quello della vacca da tre a
uno - mentre le valutazioni di altri beni sia immutata. Si tratt di progressi nel campo dell'allevamento,
che hanno ad esempio fatto divenire il cavallo un tipo d'animale pi comune e pertanto relativamente
meno pregiato? Non sono facilmente comprensibili certe valutazioni, ad esempio perch una spada
subisca un crollo di prezzo qualora manchi di scogilum: si deve comunque tener presente che non
propriamente di prezzi si tratta, bens di valutazioni funzionalizzate al guidrigildo(79). Pu darsi che gli
estensori della Lex fossero portati ad aumentare il guidrigildo del cavallo - al di l del rapporto
economico reale tra i vari beni - proprio per le sue funzioni e per l'uso riservato ai ceti dominanti. In
ogni caso colpisce che l'armamento completo militare valga da solo quanto una mandria di
venti-ventidue buoi, che sarebbero bastati a costituire l'equivalente degli animali da lavoro per undici
famiglie contadine: e dalle cifre surriportate si potrebbero ricavare molte altre considerazioni del
genere.
Vero  che, com'ha fatto osservare Ganshof(80), l'armamento poteva scendere al valore di
trentasei soldi se la cavalcatura era costituita non da un cavallo, ma da una giumenta. Si trattava sempre
dell'equivalente di diciotto buoi, o - in et carolingia, se le datazioni proposte da R. Sohm sono esatte -
di trentasei vacche. A titolo di esempio e di confronto si possono citare i prezzi, pi o meno coevi, di
certi beni di consumo. Le fonti in merito non sono molto abbondanti: a ogni modo citiamo solo casi che
possano rendere un'idea. Attraverso due capitolari, uno del 794 e un altro dell'806, siamo informati che
il frumento aveva il prezzo di quattro denari al moggio (cio un soldo ogni tre moggia), la segale di tre,
l'orzo e il farro di due, l'avena di tre; con un denaro si potevano, poi, avere dodici pani di frumento da
due libbre l'uno (cio, con un soldo, centoquarantaquattro pani), oppure, proporzionalmente, quindici
di segala, venti d'orzo, venticinque d'avena(81). Inoltre si pu citare il caso di quel piccolo proprietario
alamanno che, nel 761, "cedette i campi paterni e uno schiavo per un cavallo e una spada"(82). Sempre a
titolo d'esempio, infine, il Ganshof cita il caso della tenuta regia di Annappes, 2.063 are, il cui
patrimonio zootecnico all'inizio del regno di Ludovico il Pio non andava oltre le quarantacinque
vacche, cio oltre un valore di poco superiore all'armamento di un solo cavaliere. Per quanto i valori
quantitativi siano difficili da calcolare con esattezza, se ne ricava la globale impressione che "seuls des
gens trs riches - qu'ils fussent vassaux ou hommes libres propritaires - pouvaient (...) s'offrir cet
quipement"(83). Anche in area franca per, non meno che in area longobarda, insieme all'aristocrazia
del censo combattevano pesantemente armati i soliti professionisti dracins, di chiss quale
condizione, magari addirittura servile. Il capitolare di Boulogne dell'811 informa che vescovi, abati e
badesse conservavano depositi di bruniae e di spade per fornirne i loro homines(84). Oltre al ceto di
quanti erano dotati di larghe disponibilit economiche, pertanto, un altro vivaio di guerrieri di
professione si costituiva nel seguito dei signori, nella Gefolgschaft dei vassalli non casati di cui i
capitolari non menzionano i doveri militari perch i loro personali legami con i rispettivi seniores,
fortissimi, non costituivano materia di legiferazione in ordine al loro servire in guerra; e, forse, anche
perch non sempre si trattava di uomini di libera condizione. Anche al livello della mentalit, pertanto,
il comitatus dev'essere stato la fucina fondamentale dell'etica cavalleresca quale la vediamo tra undicesimo e dodicesimo secolo: in ci continuava del resto l'antica tradizione germanica che abbiamo gi incontrato nel
Beowulf, nell'Edda e cos via.
I costi elevati del cavallo erano connessi ai problemi dell'allevamento e a quelli delle rese
agricole, essendo per animali pi forti e pi numerosi necessarie massicce scorte di foraggio. A ci si
collega con ogni probabilit, come s' detto, lo spostamento a maggio del "campo di marzo", cio
dell'assemblea annuale dei Franchi in armi. A maggio si poteva gi disporre dei necessari foraggi, cosa
a marzo impossibile: e pertanto il provvedimento implica che l'armata franca, un tempo a piedi, era
ormai prevalentemente a cavallo. Per quanto la data di quest'avvenimento non sia certa, ci si orienta
ormai sul 755-756(85). Da allora, il termine magiscampus prese a indicare tradizionalmente la
concentrazione dell'exercitus; in seguito perse la sua connotazione temporale precisa, e ogni
concentrazione militare - a prescindere dal mese in cui avveniva - si chiam magiscampus.
 sintomatico che, proprio due anni dopo il primo magiscampus, Pipino il Breve abbia chiesto
ai Sassoni il pagamento del tributo non pi in bovini, bens in cavalli(86). La via della conversione delle
forze militari dalla fanteria alla cavalleria era ormai stata scelta con decisione. Il tributo sassone fu
mutato da cinquecento vacche a trecento cavalli: con ci esso non fu evidentemente mantenuto al
medesimo livello di gravit, bens appesantito. Se cinquecento vacche fossero state considerate
globalmente un valore pari a trecento cavalli, se ne avrebbe una valutazione rispettiva dello 0,6 a 1,
definendo 1 il costo d'un cavallo: cio, una vacca sarebbe stata valutata 3/5 d'un cavallo. Noi sappiamo
per che, almeno nella Lex Ribuaria, il rapporto era molto diverso. Nella versione merovingia di essa
(la pi vicina al periodo qui considerato, e la pi favorevole ai Sassoni nel rapporto vacca-cavallo), la
vacca risulta valere appena 1/4 del cavallo, cio tre soldi contro dodici. Pertanto, le cinquecento vacche
avrebbero rappresentato un valore di millecinquecento soldi, i trecento cavalli uno di tremilaseicento:
Pipino, commutando il tributo sassone, lo avrebbe aumentato di circa il 140%, il che concorre bene a
giustificare il malumore dei Sassoni degli anni successivi. Vero  che i conti fatti sulla base di queste
cifre sono tutti indicativi, non essendo i dati utilizzati del tutto omogenei(87). Possedere delle armi e un
cavallo era a ogni buon conto un segno di distinzione e un oggettivo mezzo di promozione sociale:
altrimenti perch quel tale Isanhard avrebbe dovuto, nel 761, vendere le terre e lo schiavo per
procurarseli?(88) Aveva altri beni, che l'obbligavano ad armarsi? Voleva disfarsi di tutto per correre
l'avventura come antrustio di qualcuno? Era accaduto nella sua vita qualcosa che lo aveva trascinato
alle armi? Non lo sappiamo. Sta di fatto che Isanhard aveva bisogno di beni costosi, e che non esitava
per provvedersene a disfarsi di cose che, forse, rivestivano per lui anche un certo valore sentimentale,
trattandosi di terre avite. Un'altra distinzione andrebbe fatta da parte nostra per l'andamento dei prezzi
dei cavalli, che segu una curva ascendente grosso modo costante dall'ottavo al tredicesimo secolo, ma con una
significativa distinzione tra animali da guerra e animali da lavoro. Un'indagine sommaria ha permesso
di rilevare che nell'ottavo secolo i primi costavano circa quattro volte di pi dei secondi, mentre nel tredicesimo
questo rapporto era salito a circa sette volte(89).
E a questo punto crediamo torni in ballo la famosa "antieconomicit" del guerriero a cavallo
altomedievale, tramandata poi al cavaliere. Va da s che l'"antieconomicit"  un valore assai relativo
e che le valutazioni in termini economici, per questo periodo, sono assai ardue. Detto questo, bisogna
tuttavia ammettere che si resta attoniti nel constatare come nei corredi funebri venissero sepolti dei veri
e propri capitali: le indagini osteologiche condotte ad esempio sui resti di cavalli in tombe germaniche
d'et protocarolingia hanno rilevato trattarsi di grandi e forti - quindi costosi - cavalli da battaglia(90).
Quest'elemento "antieconomico" nelle usanze delle aristocrazie guerriere germaniche ancor pagane o
paganeggianti, che oggi gli etnologi riscontrano nelle civilt tradizionali e che qui come l ha
giustificazioni religioso-rituali, si perpetuer, stilizzandosi, nella largesse cavalleresca.
Il medesimo costo elevato di cavalcature, armi e finimenti si riscontra nella Spagna
asturiano-leonese del decimo secolo; Claudio Snchez-Albornoz ha rilevato che i cavalli salirono di prezzo
proprio allora, in tempi in cui ve n'era una richiesta tanto alta che, in Castiglia, si pot organizzare una
caballeria villana di piccoli proprietari e di enfiteuti liberi(91). Rispetto ai prezzi del periodo visigoto, la
lievitazione asturiano-leonese indica che ormai la cavalleria era diventata un'arma indispensabile in
quell'aspra guerra contro gli Arabi di Spagna, fatta di colpi di mano, di rapide incursioni, di imboscate.
Un cavallo poteva costare, a seconda della sua qualit, dai quaranta ai cento soldi, mentre una buona
coppia di buoi ne valeva al massimo venti: il che significa che un cavallo di basso prezzo era stimato
quanto quattro ottimi buoi. Ma v'erano poi bestie superbe, veri cavalli da magnati, che arrivavano a
trecento soldi. Per il resto delle armi ci si aggirava su valori parimenti alti: una bella spada valeva
quanto un bel cavallo; una lorica(92) sessanta soldi; un elmo trenta; uno scudo dieci; una sella dai dieci
ai trenta. Tanto per dare qualche termine di confronto, si tenga presente che in quei medesimi tempo ed
ambiente ci si poteva, con sessanta soldi - cio con il costo d'un mediocre cavallo, d'una spada
mediocre, d'una lorica - comprare una curtis di medie dimensioni; e che un soldo d'argento valeva
l'equivalente d'una pecora o d'un moggio di frumento. Ne risulta che un cavaliere fornito di spada,
cavallo, corazza e sella mediocri, "congelava" nel suo armamento - se completo di elmo e di scudo -
qualcosa come circa duecentocinquanta soldi: cio l'equivalente di oltre quattro curtes, o di venticinque
buoni buoi, o di duecentocinquanta pecore, o di duecentocinquanta moggi di frumento. Un'autentica
fortuna(93). Lo squilibrio nel valore dei beni che servivano alla guerra e di quelli che servivano al lavoro
era destinato a mantenersi: durante l'XI secolo, nel Mconnais, un cavallo - ch'era laggi comune, e
del quale anzi si faceva allevamento - poteva costare secondo la qualit dai venti ai cinquanta soldi,
mentre un bue andava dai sei ai dieci: il che vuol dire che in media un cavallo valeva pi di quattro
buoi. Il rapporto  pi favorevole al bue di quanto non lo fosse nel Settentrione spagnolo di alcuni
decenni prima, per si deve dire che ci  ovvio in una zona di buon livello agricolo come la Borgogna.
Una buona corazza poteva poi valere anche cento soldi, vale a dire il prezzo di un buon manso(94).
Proporzionalmente al valore dei buoi o dei cavalli, la lorica borgognona  nettamente pi cara di
quanto non lo fossero la brunia carolingia e la loriga asturiano-leonese: ma vale la pena di osservare
che in questo caso siamo in piena et cavalleresca, e la lorica non  ormai pi un giaccone di stoffa o di
cuoio rinforzato, bens la cotta di maglia di ferro tessuta di piccoli stretti anelli di metallo ribattuti su se
stessi e uniti fra loro, lunga fino a met gamba, fornita di maniche e di cappuccio. Quel tipo di giaco,
insomma, fatto a forma di grande camicia, indossare il quale costituir da solo un'insegna nobiliare, e
che i Francesi chiameranno halberc, hauberc, haubert, forse dal germanico halsberg, "che protegge il
collo". La cotta di maglia  un gioiello dell'arte metallurgica, e non stupisce che costasse - in senso
assoluto e in senso relativo se confrontata con gli altri beni - tanto cara. Rimane il fatto che forse, in
questo caso particolare, il dislivello sul piano dei prezzi pu giustificarsi anche perch la zona attorno a
Mcon produceva cavalli, ma non pare fosse territorio specializzato in fucine.
L'elemento economico gioc un ruolo fondamentale nell'incubazione della cavalleria: e ci gi
a partire dall'et di Carlomagno, per cui sar utile il classico "passo indietro". Essendo il tipo di
armamento allora richiesto collegato strettamente al censo, i poveri divenivano ipso facto degli inermi
(e per tutto il medioevo il termine pauper avr valore ben altrimenti che soltanto economico), mentre i
pi abbienti si equipaggiavano in modo invincibile per quel tempo. Il divario tra le classi
socio-economiche si allargava in direzione politica, militare, giuridica; fatalmente, anche in direzione
spirituale. Ma vediamo, attraverso i capitolari, le tappe della creazione di queste nuove forme di
ineguaglianza.
Quello che colpisce prima d'ogni altra cosa nella nuova situazione  l'abbandono deciso della
tradizione ugualitaria germanica e il cancellarsi, al tempo stesso, dell'altrettanto tradizionale
distinzione tra liberi e servi, sul piano sostanziale almeno se non su quello formale.
Se  vero che per armarsi bene occorrono delle ricchezze, e che i non ricchi si vedono pertanto
condannati a restare inermi, vero  anche che - specie in momenti di particolare bisogno - la corona
pu creare dei "nuovi ricchi", dotando di terre uomini particolarmente atti a guerreggiare senza
riguardo per la loro condizione giuridica. In un capitolare del 786 - o, forse, del 792 - Carlomagno
parla di non "nobili" o addirittura di servi che hanno ottenuto beneficia proprio per potersi armare(95).
Qui la bassa condizione personale non osta alla partecipazione a imprese guerriere, a patto che si abbia
di che armarsi: e il re si preoccupa di creare le condizioni economiche necessarie a procurarsi degli
armati senza riguardo per il vecchio costume secondo il quale solo i liberi possono portare le armi. Il
vigore fisico e l'abilit in battaglia divengono fattori importanti di promozione e di mobilit sociale.
Ma quanto costava l'equipaggiamento completo? Molto davvero: e i capitolari ne prendono
costantemente atto, senza che ci tuttavia ci consenta - data anche la natura contingente di quelle fonti
- di farsi in merito molto pi che qualche idea generica.
Il capitolare di Thionville, dell'805, confermava una precedente disposizione non pervenutaci
che fissava a dodici mansi il patrimonio necessario per incorrere nell'obbligo di armarsi
completamente, con la brunia(96). Che cosa Carlo intendesse per armamento completo, oltre alla brunia,
 specificato verso l'806 nella lettera di convocazione al pactum generale in Sassonia che l'imperatore
inviava a Fulrado, abate di Lobbes. Ogni cavaliere avrebbe dovuto esser munito di scudo, lancia, spada
lunga (spata), spada corta (semispatium), arco, frecce, faretra(97).
Verso l'807 un altro documento carolino aggiunge una tessera al nostro mosaico. L'imperatore
sta occupandosi dei Frisoni: chiama perci alle armi tutti i vassalli regi "casati" e i caballarii in genere,
termine che in questo contesto va probabilmente interpretato nel senso di "ogni libero tanto agiato da
poter servire a cavallo". Sembra chiaro che, almeno in questo documento, il caballarius viene
considerato in grado di armarsi con le sue proprie risorse, dal momento che lo si contrappone al
consorzio che i reliqui vero pauperiores dovranno costituire, in base al quale ogni sette uomini ne
armeranno uno da inviarsi alla spedizione(98).
D'altra parte, anche se il vecchio sistema della leva generale, indenunziato in teoria, andava
tuttavia scomparendo nella pratica, Carlo non rinunziava all'uso della fanteria. Lo stesso principio
dell'adiutorium, del consorzio, venne variamente applicato, ma ebbe larga diffusione. Fissata una
misura minima di propriet o di possesso di beni, senza distinzione ch'essi fossero in allodio o in
beneficium - nell'807 tre mansi vestiti, cio abitati, coltivati e pertanto fruttiferi(99); nell'808 quattro(100)
- si emanavano disposizioni particolari affinch i pauperiores (vale a dire quanti non disponessero del
minimo di ricchezza richiesto per l'armamento) si unissero tra loro fino a raggiungere l'unit
territoriale stabilita. A questo punto avrebbero scelto uno di loro, lo avrebbero armato e inviato a
partecipare all'hostis, vale a dire all'esercito e al tempo stesso all'impresa militare per cui esso si era
riunito. In tal modo l'armato rappresentava solidalmente tutti i consorziati: non egli solo, ma tutti questi
venivano considerati, e solidalmente appunto, adempienti al servizio militare, in modo tale che nei
confronti di tutti loro era salvo sotto il profilo formale il diritto di exercitare proprio a ciascun libero. Si
noti anzi che, quando sussistessero fra i consorziati differenti livelli di ricchezza (ad esempio nel caso
che il consorzio fosse costituito da due persone aventi - ci riferiamo alle norme dell'807 - l'una due
mansi, l'altra uno) non partiva per l'hostis il pi, bens il meno ricco: vale a dire che il disagio era
ripartito in modo che chi poneva se stesso al servizio del consorzio venisse sollevato, in cambio dei
disagi e dei rischi della campagna militare, di parte del peso economico di essa. In caso invece di
consorziati aventi pari disponibilit, si sceglieva evidentemente un volontario fra loro, o si designava il
militarmente pi idoneo, o si tirava a sorte. Vi era poi il problema, che il documento dell'808 esamina,
di quanti rimanevano a casa o perch riscattavano il loro servizio per mezzo d'una somma di denaro, o
perch usufruivano da parte dei loro domini di un particolare permesso: salvo casi particolari, si doveva
trattare di anziani, di deboli, di malati... Evidentemente la ricchezza era necessaria, ma non sufficiente a
condurre vita militare: occorreva altres la forza fisica. Per converso, quest'ultima era un ottimo mezzo
atto a introdurre chi la possedesse nella rosa, se non dei ricchi, certo degli agiati, dei privilegiati. Quanti
venivano dispensati dal servizio militare dovevano essere sostituiti, e poco informati siamo sui
sostitutori: uomini di una Gefolgschaft? Mercenari volontari? Allo stesso modo, poco informati siamo
su quei pauperiores che il sistema consorziale inviava alle armi: fino a che punto rimanevano solidali
con i consorziati restanti? L'abitudine a portare le armi, i rapporti di cameratismo contratti, all'interno
dell'hostis, con rappresentanti dei ceti superiori, le necessit di addestramento connesse al dovere di
partecipare alle spedizioni, tutto ci avr creato all'interno del ceto sociale degli umili alloderi o
beneficiari una specie di piccola "aristocrazia" guerriera, di specialisti delle armi, i componenti della
quale venivano definiti nell'829, in un capitolare di Ludovico il Pio, adiuti et praeparati ad
expeditionem facere: espressione che, soprattutto nell'aggettivo praeparati, designa gente non solo
militarmente equipaggiata, bens e soprattutto dotata di esperienza e competenza militari(101). Ora, se 
vero che le chiamate all'hostis erano saltuarie e i periodi di permanenza sotto le armi potevano essere
anche brevi, ancor pi vero  che un guerriero d'allora non si improvvisava: le fonti del tempo sono
concordi nel sottolineare che a fare un buon combattente erano necessari un tirocinio iniziato
dall'infanzia e un addestramento continuo. Si era ormai lontani dall'antico ideale del
guerriero-contadino. In effetti l'ultima disposizione consorziale carolingia s'incontra, per quel che a noi
risulta, nell'866(102): a quel tempo, ormai, doveva gi essersi definitivamente consumata la dicotomia
tra combattenti e non combattenti.
Ma se tre-quattro mansi erano gi, ai primi del nono secolo, un livello minimo di ricchezza tale da
escludere molti liberi dall'esercizio delle armi, esso era destinato in seguito ad alzarsi, e quindi le
relative esclusioni a estendersi e approfondirsi, mano a mano soprattutto che l'uso della fanteria veniva
a contrarsi e la cavalleria subentrava al suo posto. Il numero dei combattenti, dunque, diminuiva:
cresceva in misura inversamente proporzionale sia il loro prestigio come tali, sia lo sforzo economico
necessario per armarli e mantenerli in guerra. L'Edictum Pistense dell'864, che si rif al capitolare
dell'829, sottolineava che il servizio militare era dovuto a titolo personale solo da chi poteva
permettersi il cavallo(103), e la Constitutio de expeditione Beneventana dell'866 ribadiva il sistema
dell'adiutorium per i meno abbienti, in modo ch'essi potessero contribuire a fornire dei cavalieri.
Secondo questa fonte, anzi, aveva il dovere di raggiungere l'hostis solo chi possedeva un patrimonio
pari al proprio guidrigildo; chi avesse un patrimonio pari ad almeno dieci soldi era semplicemente
tenuto ad armarsi per la difesa delle curtes; chi possedesse ancor meno era esentato anche da questa
specie di milizia territoriale. Si assiste con ci, negli anni vorticosi delle incursioni vichinghe e
saracene, alla fine dell'antico principio germanico secondo il quale ciascun libero aveva il diritto di
portare le armi. Entro breve volger di tempo i liberi poveri e perci disarmati, che la loro condizione
economica non solo dequalificava socialmente, ma prostrava anche spiritualmente, dal momento che il
portar armi era titolo d'onore, non si sarebbero praticamente pi distinti dai servi. Gi il capitolare De
exercitu promovendo dell'808 distingueva tra liberi e pauperes in modo formalmente scorretto (non ha
senso, in teoria, confrontare due categorie non omogenee, essendo la prima giuridica,
socio-economico-ideologica la seconda) ma in realt molto significativo: solo chi disponeva di beni e
poteva provvedere alla sua propria difesa nonch direttamente contribuire a quella della comunit,
poteva sul serio dirsi libero. Ancor pi esplicitamente, due capitolari dell'825(104) avrebbero distinto i
liberi dai mediocres quippe liberi qui non possunt per se hostem facere, detti anche, questi ultimi, liberi
secundi ordinis. In seno ai liberi, l'ordo si stabiliva dunque secondo la capacit di hostem facere; tanto
pi grave era l'incapacit, comunque motivata, di portar armi. Difatti, per l'aristocrazia franca, lo stato
servile si accompagnava soprattutto alla vilt: e l'inerme, inteso come vile anche se l'origine del suo
stato era socio-economica anzich morale o fisica, in questo era paragonato al servo. L'equazione tra
non armato e non libero procedeva di pari passo sul piano sociale e su quello etico. Il servire, il non
conoscere dignit n onore, l'esser imbelli, l'esser vili erano tutt'uno, come dimostra quel passo di
Nitardo nel quale certi illustri personaggi, i quali durante le lotte tra i figli di Ludovico il Pio erano
passati col tradimento da un campo all'altro, sono paragonati a servi: "Come vili servi tradirono la
parola data"(105). La stessa parola vilis e derivati, subendo uno spostamento semantico dall'ordine dei
significati sociali a quello dei significati morali,  indice d'un solido, profondo agganciarsi di stati
sociali ed economici a ruoli professionali e a qualit o difetti etici;  l'indice del fissarsi d'un codice di
valori "di classe", anche se di classi giuridiche e "di genere di vita" pi che propriamente sociali si
tratta nel nostro caso.
In pari tempo, si compiva la parabola ascendente di quanti erano abbastanza ricchi da potersi
armare, insieme con quella - che attraverso le fonti si coglie assai meno agevolmente - di quanti, sia
pur di condizione servile o comunque molto umile, avevano la forza fisica e la capacit o la buona
ventura necessarie a distinguersi e a farsi concedere dai domini di che armarsi; e addirittura insieme:
con quella dei membri dei comitatus signoriali, delle "masnade" di guardie del corpo che avrebbero
portato fin dentro all'et feudale e cavalleresca lo spirito della Gefolgschaft germanica. Frattanto, le
mutate condizioni tattico-strategiche dell'Occidente, con il diffondersi della tecnica dell'urto frontale e
la necessit di conciliare pesantezza degli armamenti e mobilit degli armati, facevano s che da allora
in poi armarsi avrebbe principalmente significato procurarsi un cavallo da guerra e mantenerlo. Per
questo, il perdere il favore di un dominus o i beni di fortuna - cio il possesso della terra, la signoria
della terra - avrebbe significato per il guerriero, per il miles, il decadere alla condizione funzionale
dell'inerme lavoratore della gleba, del rusticus; mentre i rustici capaci e fortunati avrebbero potuto
ascendere al rango di milites. A differenza dell'antica dicotomia germanica in liberi e servi, quella
feudale in milites e rustici (liberi o servi che fossero questi ultimi) permise, almeno fin verso l'esaurirsi
dell'XI secolo o l'aprirsi del dodicesimo, una diffusa mobilit sociale; ma al tempo stesso sanc la superiorit di
una ristretta classe di guerrieri sulla massa dei contadini. E del resto, se anche le rapide ascese e le
altrettanto rapide cadute sociali erano possibili - soprattutto le seconde, che avrebbero anzi costituito
materie per un tpos moralizzante del quale la scultura romanica ci offre molte interessanti
visualizzazioni - resta il fatto che il nerbo della ricchezza rimaneva l'economia agricola, le fortune
legate alla quale erano abbastanza statiche, e soprattutto lente ad accrescersi. Ci permette di intendere
come, a poco a poco e con differenze da luogo a luogo, si sia decantata una sorta di stratificazione in
poche famiglie abbienti, guerriere e strette attorno alla loro specializzazione professionale, il cui
tirocinio iniziava dall'infanzia, e molte famiglie non abbienti, inermi, legate al lavoro dei campi. Ma,
sul piano della spiritualit, chi si ergeva a defensor del suo popolo fino ad accettare di versare per la
salvezza di esso il suo sangue, ripeteva simbolicamente il gesto e seguiva l'esempio del Cristo, ne era
typus come il suo ruolo professionale era figura del sacrificio di Questi sulla croce; mentre d'altronde il
rustico chino sulla zolla, in un'et in cui il lavoro manuale era biblicamente inteso come conseguenza
del peccato originale e in cui si ricordava che il primo agricoltore era stato Caino, diveniva a sua volta
il simbolo dell'umanit caduta, peccatrice, condannata.
Se il feudalesimo sar il sistema in cui questi rapporti, cos spirituali come sociali, si
articoleranno, l'etica cavalleresca ne diverr sempre pi la giustificazione ideologica accettata e
condivisa - nella misura in cui verr intesa - dagli stessi ceti subalterni.
...
.
...
Capitolo nono.
.
La nuova ondata barbarica: il Messia-difensore.
...
Il capitolo tratta della nascita del vero e proprio 'guerriero medievale', del cavaliere nel quale
erano riposte tutte le speranze, specialmente durante e dopo un periodo caratterizzato da grandi paure.
Gli anni che grosso modo vanno dalla morte di Carlomagno a quella di Ottone I furono essenziali e
decisivi per la gestazione del fenomeno cavalleresco a tutti i livelli, a quello sociale e strutturale non
meno che a quello morale e religioso. Furono gli anni del disordine e del terrore, quindi gli anni nei
quali non solo il potere politico o quanto ne restava, ma addirittura l'elementare sopravvivenza fisica
dei pi, dovettero affidarsi alla forza guerriera: e nei quali pertanto divenne urgente il problema di
disciplinare quella forza, di conferirle un contenuto etico e uno scopo sociale, di spingere a supplire alla
carenza dell'ordine pubblico e della sicurezza generale restaurando, in parte almeno, quella 'iustitia' e
quella 'pax' che, in circostanze ordinarie, sarebbe stato dovere dei re preservare e ristabilire. Furono,
ancora, gli anni nei quali accaddero i fatti che dovevano a lungo rimanere impressi nella memoria
collettiva occidentale e dar materia a quelle che, di l a qualche decennio, sarebbero divenute le
'chansons de geste', cio il tessuto poetico-propagandistico nel quale si distese l'thos cavalleresco
dell'et di Cluny, della 'Reconquista' e della crociata.
1. I frutti della paura
Anche se quello delle periodizzazioni resta uno dei pi insidiosi problemi storiografici, non si
pu negare che raramente gli uomini si sono ingannati quando, dinanzi a fatti o a sintomi eccezionali,
hanno reagito con il pi sconcertante dei sentimenti collettivi: la paura. Le "grandi paure" del 1348 e
del 1789 coincisero in effetti con altrettanto grandi e terribili avvenimenti, e aprirono epoche nuove.
Cos per la "paura dell'Anno Mille", che sar finch si vuole una leggenda storiografica
romantica, ma che affonda le radici nella realt della depressione del nono-decimo secolo e nel generale
risveglio europeo tra la fine di quest'ultimo secolo e gli albori del successivo. Lo sfaldarsi dell'impero
carolingio e la polverizzazione del potere politico, con le conseguenti lotte fra i grandi, si
accompagnavano alle invasioni dei saraceni, dei Normanni, degli Ungari, e alla generale depressione
economica e demografica.
Un'et di ferro, dominata dall'ossessione del ferro:
(Desiderio e Oggerio) salirono su un'altissima torre, da dove si poteva vedere in lungo e in
largo chi arrivava. Apparvero tante salmerie, quante sarebbero bastate a Dario o a Cesare nelle loro
spedizioni; e chiese Desiderio ad Oggerio: "C' Carlo in questa grande armata?"; ma quegli rispose:
"Non ancora". Vedendo poi un esercito di gente raccolta dall'immenso impero, si rivolse con decisione
ad Oggerio: "Certamente Carlo si gloria tra queste truppe"; ma Oggerio ribatt: "Non ancora, non
ancora". Prese egli allora a tremare, e a dire: "Che cosa faremo dunque, se quelli che lo accompagnano
sono di pi?". Disse Oggerio: "Vedrai come si presenter, appena sar giunto; quanto a noi, non so che
cosa sar di noi". Ed ecco che, dinanzi a loro che parlavano, si par una schiera serrata, vedendo la
quale Desiderio, stupefatto, disse: "Ecco qui Carlo"; Oggerio replic: "No, non ancora". E scorsero poi
vescovi, abati, chierici con i loro accompagnatori; vedendo ci (...) Desiderio smarrito balbett:
"Discendiamo e nascondiamoci sotto terra, via dalla vista di un tanto formidabile nemico". Allora
Oggerio, che conosceva le disponibilit e le risorse incomparabili di Carlo per lunga consuetudine in un
tempo per lui pi felice, rispose impaurito anch'egli: "Quando vedrai i campi irti di messi ferree, e il Po
e il Ticino gonfi di questo mare di ferro inondare le citt dei suoi neri flutti, quello sar forse il segno
del giungere di Carlo".
Avevano appena finito di parlare, che ad Occidente comparve un tenebroso nembo gonfio di
tremendo uragano, che mut la luce del giorno in spaventosa tenebra: ma, avvicinandosi l'imperatore,
il balenio delle armi illumin gli assediati d'un giorno pi fosco ancora della notte. E lo videro allora,
Carlo in persona, l'imperatore di ferro chiuso in un ferreo casco, le manopole di ferro alle braccia, il
ferreo petto e le larghe spalle coperti da una ferrea corazza, la sinistra occupata da una lancia di ferro
tenuta alta, mentre la destra era sempre tesa verso l'invitta spada; anche la parte esterna delle cosce, che
solitamente si porta scoperta per facilitare la salita a cavallo, egli la portava protetta da lmine di
ferro... anche nello scudo non appariva altro che ferro. Perfino il suo cavallo splendeva del vigore e del
colore del ferro. Tutti coloro che lo precedevano o lo seguivano, avevano entro certi limiti il suo stesso
armamento. Il ferro riempiva i campi e le pianure; i raggi del sole si riflettevano nello splendore del
ferro; e cos il popolo (di Pavia), gelido di terrore pi del ferro stesso, s'inchinava dinanzi al gelido
ferro. I sotterranei oscuri ed infetti impallidirono al lampeggiare del ferro, e un confuso clamore riemp
la citt: "Oh, il ferro! Ohim, il ferro!"(1).
La presenza del ferro in guerra era tanto pi ossessiva quanto pi scarsa era nella vita
quotidiana. In quell'Europa di foreste, in legno erano molti edifici anche importanti, in legno per lo pi
le stesse fortificazioni, in legno gli utensili, in legno quasi del tutto gli attrezzi agricoli: una "civilt del
legno", che dava adito a una relativa "cultura del legno". Associato ai simboli dell'albero e della croce,
il legno assumeva una serie di valori anche "ideologici" positivi: fecondit, vita, redenzione. Il
contrario accadeva per il ferro, il freddo e duro metallo della guerra e della distruzione intorno al quale
si addensavano i tab ancestrali connessi col mondo buio e balenante delle miniere, delle carbonaie,
delle fucine: il mondo del fabbro, questo mago sapiente e temibile che viveva isolato dal resto degli
uomini, che conosceva i segreti che piegano il metallo e i carmi degli antichi di.
Estremamente costoso, ma fonte al tempo stesso di potere e di ricchezza, il ferro veniva
gelosamente custodito da quanti ne disponevano. Il "Polittico di Irminone" segnala delle rendite in
ferro, imposte -  stato notato - prevalentemente a mansi servili, e nell'uniforme misura di cento
libbre. Doveva trattarsi, con ogni probabilit, di un reddito risultante dal lavoro collettivo di servi(2).
Se ci valeva per il ferro grezzo, ancor pi valeva per quello lavorato. E poich il regno franco
includeva quell'area reno-danubiana famosa da secoli per la sua elevata produzione metallurgica e
l'area mosana di meno antica ma non meno prestigiosa tradizione, doveva ben presto nascere una
questione destinata ad aumentare d'importanza con il successivo diritto canonico, quella delle res
vetitae, dei generi che non era legittimo esportare verso i paesi abitati dai nemici della Cristianit: e che
erano viceversa, guarda caso, i pi ambiti e meglio pagati da Slavi, vari, Scandinavi, saraceni.
Carlomagno tent per tempo di proibire l'esportazione di spade e di bruniae ma, evidentemente, con
scarsi risultati(3). Gli stessi Scandinavi appunto - le cui tecniche metallurgiche erano molto migliorate
nel sesto-settimo secolo, e che vengono considerati i veri eredi della grande metallurgia pontica - avevano un
estremo interesse per le spade franche, di cui importavano le lame che venivano poi arricchite con
magnifiche impugnature, non di rado autentici capolavori di gioielleria(4). Quanto agli Arabi,
un'ininterrotta catena di autori dell'Alto medioevo fino al Duecento ha elogiato le "spade franche" per
la loro solidit e la loro bellezza, paragonabili solo al gauhar, l'acciaio bianco yemenita, bello - si
diceva - come una stoffa preziosa(5).
Il monaco di San Gallo che test citavamo, con la sua apoteosi del ferro, ha voluto rappresentare
Carlo circonfuso d'una gloria terribile, quasi un signore apocalittico che venga con impassibile,
pantocratica potenza a giudicare il traditore Oggerio e il misero avversario longobardo che gli si
oppongono, e la cui sola vista - "quis est iste qui venit?" - fa stramazzare l'uno al suolo e tremare di
orrore l'altro. Pure, questa cratofania carolina conserva in s - e certo al di l delle intenzioni del
cronista - qualcosa di grandiosamente sinistro: il freddo e cupo baluginare delle armi del rex iustus ha
un che di tenebrosamente malvagio. Il fatto  che, proprio quel balenar di ferro, l'Europa del nono e pi
ancora del decimo secolo era s abituata a vederlo, ma come annunzio di sciagura anzich di giustizia, di
desolazione e di morte anzich di rinnovamento. Carlo, "l'imperatore di ferro", era passato; e i suoi
successori, e i vassalli di essi, correvano le terre dell'impero in un'orgia di lotte intestine, mentre, sulle
sponde dei mari e dei fiumi e poi anche nelle pianure coltivate, le spade saracene, vichinghe, ungare,
mietevano messi di terrore e di sangue. Non a caso Rabano Mauro, meditando sulla casistica
agostiniana della guerra, aveva aggiunto alle ragioni del bellum iustum quella dell'invasione, che 
lecito respingere(6).
Gli anni che grosso modo vanno dalla morte di Carlomagno a quella di Ottone I furono
essenziali e decisivi per la gestazione del fenomeno cavalleresco a tutti i livelli, a quello sociale e
strutturale non meno che a quello morale e religioso. Furono gli anni del disordine e del terrore, quindi
gli anni nei quali non solo il potere politico o quanto ne restava, ma addirittura l'elementare
sopravvivenza fisica dei pi, dovettero affidarsi alla forza guerriera: e nei quali pertanto divenne
urgente il problema di disciplinare quella forza, di conferirle un contenuto etico e uno scopo sociale, di
spingere a supplire alla carenza dell'ordine pubblico e della sicurezza generale restaurando, in parte
almeno, quella iustitia e quella pax che, in circostanze ordinarie, sarebbe stato dovere dei re preservare
e ristabilire. Furono, ancora, gli anni nei quali accaddero i fatti che dovevano a lungo rimanere impressi
nella memoria collettiva occidentale e dar materia a quelle che, di l a qualche decennio, sarebbero
divenute le chansons de geste, cio il tessuto poetico-propagandistico nel quale si distese l'thos
cavalleresco dell'et di Cluny, della Reconquista e della crociata(7).
Anni ferrei, infuocati, sanguigni. Un nesso strettissimo lega lo sfaldarsi interno dell'impero
carolingio - un impero lacerato dalle discordie e dallo spirito di vendetta; un impero con scarsi
guerrieri e nessun organismo militare permanente, poche deboli e disseminate fortificazioni, nessuna
copertura navale - con il suo vacillare sotto i colpi a esso inferti dai Normanni a nord e a nord-ovest,
dai musulmani a sud. Il corpo della Francia divenne un fluido piano di scorrimento per le incursioni, e
gli incursori furono facilitati, nella loro opera, dalla rivalit che divideva spesso le loro vittime. Venne
cos a crearsi quell'equivoca rete di lotte e di accordi alterni, di paure e di complicit, che tende sempre
a stabilirsi nei territori contesi: un panorama politico, militare e umano che sarebbe divenuto consueto,
per esempio, alla Spagna della Reconquista o alla Siria delle crociate.
A partire dal quarto decennio del nono secolo(8) le scorrerie normanne contro i centri commerciali
della Schelda, della Mosa e del Reno si fecero regolari, martellanti, con una frequenza annuale
possessiva, e si accompagnarono ai loro primi insediamenti. Nell'839 i Normanni avevano fondato un
loro regno in Irlanda; l'anno precedente, un capo danese aveva chiesto a Ludovico il Pio di potersi
insediare in territorio frisonico e, ricevutone un rifiuto, aveva comunque proceduto all'occupazione.
Nell'841 era stata saccheggiata Rouen; nell'842 distrutta Quentovic; nell'843 saccheggiata Nantes;
nell'844 i Vichinghi erano arrivati a La Corua, Lisbona, Siviglia; nell'845 i Danesi risalirono la Weser
e distrussero la giovane sede episcopale di Amburgo, fondata nell'831 proprio per facilitare la
penetrazione cristiana nel loro paese; nell'859 si spinsero fin sulle coste tirreniche, aggiungendo la loro
presenza al terrore saraceno che l regnava. Frattanto, tra 855 e 862, i Vichinghi stanziati ormai in
modo stabile sulla Loira e sulla bassa Senna si davano a continui saccheggi nei territori circostanti.
Dall'865 iniziarono gli attacchi sistematici contro l'Inghilterra, e per tutti gli anni Settanta del secolo i
Danesi infierirono contro il Wessex di Alfredo il Grande costringendolo infine a una pace forzosa per
riprendere subito, tra Elba e Garonna, l'assalto all'impero carolingio o a quel che ne rimaneva.
Celebre rest, nella memoria cristiana, la candelora dell'880, quando Bruno, duca di Sassonia e
- pare - discendente di Viduchindo, a capo di un forte esercito di cui facevano parte due vescovi e
dodici conti, venne sconfitto in battaglia campale a Ebstorf, nella piana di Luneberg. Il duca mor sul
campo e il suo esercito fu massacrato. Un'orda di Vichinghi provenienti dalle ormai consolidate basi
d'Oltremanica si stabil nel cuore dell'impero: bruci Colonia, Treviri, Metz e saccheggi lo stesso
sancta sanctorum carolingio, la tomba dell'imperatore ad Aquisgrana. Fosse l'eccezionale gravit del
momento o l'impressione sollevata dal sacrilegio aquisgranense, sta di fatto che i regni carolingi
parvero per un attimo, almeno a parole, aver ritrovato l'unit imperiale. Fino ad allora la Francia
orientalis, scarsamente interessata alle incursioni vichinghe, non era sembrata occuparsene. Gli
avvenimenti dell'880 impressionarono anche quello che stava divenendo il regno di Germania, com'
testimoniato dal Ludwigslied, il poema che celebra la vittoria di Ludovico terzo sui Vichinghi a
Saucourt-en-Vimen nell'881. Ma l'ondata degli incursori non ne venne arrestata: nell'883 investiva
Amiens, nell'885-886 assediava Parigi.  stato rilevato quanto fosse anacronistico ormai, dinanzi a
questi attacchi violenti e localizzati in aree circoscritte di volta in volta diverse e imprevedibili, il
tentare un rinnovato ricorso al fantasma dell'impero unitario. Non si trattava solo d'insubordinazione,
di crollo dei poteri centrali, di rancori, di complicit diffusa con gli invasori, con gli hostes, a danno
degli inimici interni. Si trattava bens di difficolt di collegamenti, di scarso numero di guerrieri validi,
di problemi locali che assorbivano le forze disponibili: chi al sud aveva a che fare con i corsari saraceni
non poteva attraversare l'Europa per soccorrere, a nord, chi aveva a che fare con i Vichinghi.
Carlomagno aveva potuto spedire i Bavari a combattere in Spagna e gli Aquitani in Sassonia: i suoi
eredi non potevano pi farlo. L'appello di Carlo il Grosso agli Italici per combattere i Normanni sulla
Mosa era un nonsenso(9).
Nell'899, finalmente, un nuovo e pi oscuro pericolo calava sull'Europa; e la sua ombra era
destinata a dissolversi solo parecchio tempo pi tardi, dopo il 955. L'Asia profonda vomitava ancora
una volta sull'Occidente uno sciame di cavalieri feroci e mostruosi, che ricordavano gli Unni e gli
vari: gli Ungari.  un fatto che, per descrivere il loro terribile aspetto e la loro ferocia, i cronisti
europei si sono rifatti ai modelli letterari delle descrizioni, appunto di Unni e di vari. Ma  altres un
fatto che le affinit esistevano oggettivamente: la constatazione della presenza di taluni tpoi non deve
indurci a sottovalutare il senso di sgomento, di impotenza, di sconfinato terrore che si doveva provare
al puntuale, implacabile ripetersi di queste folli e sanguinarie corse per il continente.
Lasciamo andare le varie leggende nate dalla paura degli Ungari e che spesso hanno resistito,
magari cristallizzate in temi folklorici, all'usura del tempo e della critica storica: del resto, esse sono
gi state raccolte e vagliate in studi che restano al riguardo magistrali(10). Dalla sconfitta di Berengario
sul Brenta nell'899, la loro presenza in Europa occidentale fu assillante: in Baviera nel 900; in Italia e
in Carinzia nel 901; ancora in Italia nel 904; in Sassonia, Baviera, Turingia, Svevia ininterrottamente
dal 907 al 911; poi in Germania, Alsazia, Lorena; di nuovo in Italia fra 920 e 924, con una puntata fino
in Puglia e l'incendio di Pavia; le disastrose incursioni in Borgogna, Provenza, Baviera, Italia dal 924
al 927; e quindi, ancora, in Borgogna, Aquitania, Italia nel 935. Le rivalit svegliatesi in seno all'alta
feudalit germanica con l'ascesa al trono di Ottone I consigliarono gli Ungari a tentare una nuova, pi
vasta e terribile incursione. La complicit di Arnolfo di Baviera, il quale li lasci passare in odio a
Ottone, dimostr che essi non avevano sbagliato i loro conti. Dalla Germania guadarono il Reno,
entrando nella Francia occidentalis, dove le discordie dei grandi non permisero si opponesse loro
resistenza; attraversarono poi il regno di Borgogna, e nell'autunno del 937 erano in Italia. Altri raid
incalzarono negli anni successivi: 938 in Sassonia; 942-943 e 947 in Italia; 950-951 in Italia, Borgogna,
Aquitania; 954 in Baviera, Franconia, Lorena. Venne il 955 e il loro arresto sulla Lech. Uscirono dalla
storia occidentale rapidamente come vi erano entrati, lasciando nei campi del Danubio, del Reno, del
Po dov'erano passati le tracce dei loro incendi e i ferri dei loro cavalli. Si stanziarono in quella
Pannonia che doveva diventare la loro patria e assumere il loro nome. Vi rimasero allevatori di cavalli,
ma vi divennero altres agricoltori e vignaioli: ormai sedentari e produttori di grano e d'uva, non
tardarono a convertirsi alla religione del pane e del vino. Ma la scia sanguinosa della loro fama li segu
a lungo. E v'era forse un ancestrale terrore oltre che un aristocratico disprezzo nelle parole di Ottone di
Frisinga che, ancora alla met del dodicesimo secolo, passando per l'Ungheria diretto in Terrasanta, si
meravigliava che una terra cos bella fosse stata concessa da Dio "ne dicam hominibus, sed talibus
hominum monstris"(11).
Le incursioni saracene e vichinghe avevano senza dubbio provocato un pi rapido organizzarsi,
a difesa, dei milites a cavallo: armi pesanti e rapidi spostamenti erano necessari(12). Forse per gli Ungari
il discorso andrebbe posto diversamente. Nonostante l'impressione di barbarie che si potrebbe ricevere
leggendo le descrizioni occidentali gli Ungari erano, come i loro lontani parenti Unni di qualche secolo
prima e Mongoli di qualche secolo dopo, dei combattenti estremamente ordinati e disciplinati. Le loro
travolgenti cariche, le loro celebri urla agghiaccianti, il frastuono dei timpani e dei campanelli, in parte
rispondevano a un'esigenza magica (la trance guerriera sciamanica), ma in parte rientravano in un
disegno di "guerra psicologica", erano un accorgimento tecnico per spaventare il nemico. I cavalli dei
combattenti cristiani, massicci e pesanti, correvano meno velocemente e resistevano meno dei piccoli
cavalli ungari agli sforzi intensi e continuati. Erano pertanto poco manovrabili, poco efficaci negli
inseguimenti e nelle ritirate, ingombranti nelle imboscate. Le gragnole di frecce che gli Ungari
riversavano sul nemico mietevano vittime pi tra gli animali che tra i guerrieri; ma un cavallo che
cadeva trascinava rovinosamente a terra il cavaliere, e magari anche i suoi colleghi che in quel
momento gli stavano vicini; e d'altro canto un cavallo morto costituiva un ingente capitale in fumo.
L'unica possibile difesa da ci, per guerrieri la cui pesantezza riduceva a facili bersagli, consisteva nel
corazzarsi meglio e nel proteggere anche il cavallo: il che significava una spesa pi alta e una mobilit
ulteriormente ridotta. Si aggiunga a ci che i cavalieri cristiani, a differenza di quelli magiari, non
combattevano in formazione compatta: attaccavano su una sola linea, focosamente e disordinatamente,
in modo che ben presto la linea si rompeva e i guerrieri, disseminati, erano facile preda d'un nemico
che faceva massiccio uso dell'arco e che disponeva di uomini e di cavalli di riserva. Dinanzi a un
pericolo del genere, la misura pi efficace consisteva in ultima analisi nel chiudersi in centri fortificati
e attendere che la marea passasse oltre, anche se ci costava danni prolungati e irreparabili alle colture,
e quindi carestie. Volpe ha osservato acutamente che, in Italia, questa periodica costrizione a serrarsi
dietro delle mura, la cui manutenzione doveva essere a sua volta curata come non prima, giov alla
rinascita urbana. Oggi, dopo gli studi ad esempio di Duby e di Richard sull'incastellamento del suolo
francese proprio nel decimo secolo e sullo sviluppo delle castellanie e dei milites castri come uno dei fattori
che avrebbero contribuito alla configurazione della cavalleria medievale, si pu dire che almeno in
questo senso la necessit di istituire centri fortificati nei quali ripararsi e dai quali organizzare la
resistenza agli invasori collega le incursioni ungare, e in genere la "nuova ondata barbarica" del noon-decimo secolo, al prestigio del miles nel mondo occidentale.
L'Europa di quei tempi era un mare di foreste, di paludi, di sodaglie; anche di terre coltivate e
agibili, certo, ma proprio per questo esposte alle alluvioni barbariche. Da questo mare emergevano le
poche e disseminate isole di sicurezza, citt abbazie e castelli cinti di fortificazioni, mal comunicanti tra
loro, adatti per ci stesso a sviluppare precari e limitati poteri locali, lontani dalle teoriche sovranit
regie e fungenti da catalizzatori di non meno teoriche, inutili "libert" personali. Il polverizzarsi
dell'autorit sovrana dall'alto, la corsa al vassallaggio - come "fuga dalla libert" o meglio, se si
preferisce, come fuga verso la sicurezza - dal basso, convergevano nell'approdo all'istituzione di
piccole o grandi signorie, nel coagularsi delle forze politiche e militari attorno a chi avesse l'effettivo
potere di organizzarle e di gestirle. In Francia, i Vichinghi furono sconfitti e, col tempo, assimilati,
grazie all'intervento non dei re, bens di certi grandi signori. Furono le vittorie di Eude di Parigi a
Montfaucon nell'888 e di Arnolfo di Carinzia a Lovanio nell'891(13) a indurre i Normanni a gettarsi
nuovamente, nell'892, sul Wessex, avviando invece nel continente una politica di convivenza pacifica
con i Franchi. Anche in Germania, dove il problema barbarico pi pressante era quello ungaro, non fu
possibile pensare a una reazione globale contro i Magiari almeno per tutto il primo quarto del decimo secolo,
data la carenza del potere centrale: il compito di respingere gli incursori gravava di fatto sul ducato pi
esposto, la Baviera. Furono i poteri locali a vario livello - marche, contee, castellanie - ad assicurare la
difesa contro i barbari: e si trattava di poteri locali sovente in lotta tra loro, che non rifuggivano
dall'alleanza o dal favoreggiamento nei confronti dei pagani, in odio ai fratelli in Cristo(14).
In situazioni del genere l'incubo degli umili, degli inermi, dei pauperes, era il guerriero,
predone barbaro o prevaricatore cristiano che fosse; e la loro sola speranza era, ancora una volta, il
guerriero: "Poich mancano le forze militari, non c' pi chi difende la nostra terra dai barbari", come
gi qualche generazione prima si era espresso il Venerabile Beda(15). Anche le funzioni di governo, in
tali circostanze, venivano ridotte al minimo e coincidevano praticamente con le esigenze della difesa: il
buon governante, secondo la Lex Baiuvariorum, era colui che sapeva certo render giustizia, ma
soprattutto "combattere con l'esercito, saper cavalcare bene, saper bene maneggiare le armi"(16).
 stato detto che, rispetto all'et delle monarchie romano-germaniche, quella carolingia e
postcarolingia segna una "rigermanizzazione" della societ e dei costumi. Lungi dalle tentazioni
schematizzanti, si deve pur comunque dire che dopo Carlomagno gli "eserciti privati" riassunsero
caratteri tipologici assai simili alle vecchie Gefolgschaften (che del resto sopravvivevano intatte presso
i Nordici) e recuperarono un'importanza quale sembravano aver perduta dopo il Vlkerwanderungszeit.
I poteri effettivi si concentrarono nei signori laici ed ecclesiastici che avevano terre bastanti ad armare
gli uomini del loro seguito e a concedere beneficia sufficienti a mantenere vassalli armati. "The new
system also brought into the ranks of the landed nobility a host of upstart adventurers, whose chief title
to nobility (...) was that they rode a noble beast, the horse"(17). L'origine di questi guerrieri non
contava: contavano la loro forza fisica, il loro livello di addestramento, la loro oggettiva e comunque
conseguita possibilit economica di armarsi. Poteva trattarsi di vassalli, alloderi o mercenari in Francia,
di coltivatori che ricevevano un sussidio per mantenersi alle armi nella Spagna cristiana, di
ministeriales in Germania, di eredi degli exercitales o, ancora, mercenari nell'Italia
centro-settentrionale. Il reclutamento mercenario resta il punto oscuro di tutta la questione. A ogni
modo le proibizioni capitolari di allestire eserciti privati - "de truste facienda nemo presumat" - non
avevano evidentemente mai avuto buon esito(18); ma con lo sfaldarsi delle autorit regie i presupposti di
tali proibizioni divennero inattuali, ed esse anacronistiche: le trustes erano ormai l'inevitabile norma.
La fondamentale differenza tra la comitiva militare vassallatica e il comitatus degli antichi Germani era
semmai che, oltre ad armi, abiti, cavalli, danaro e monili o in luogo di essi, il senior (vale a dire il
"vecchio", il "capo-branco": il termine dominus, qualificante un rapporto verticale di dipendenza, non
era adatto a designare il "capo" d'una confraternita guerriera) poteva concedere ai suoi uomini l'uso di
beni immobili per consentir loro di armarsi.
Con ci chiunque, ecclesiastico o laico, potesse riunire una trustis, si affrettava a farlo. Gli enti
ecclesiastici in particolar modo, ricchi di beni e provvisti di prerogative signorili che includevano
l'esercizio della giustizia e delle armi, ma in esso ostacolati dalle prescrizioni canoniche le quali
imponevano, a chi vivesse dell'altare, d'astenersi dal sangue, dovevano ricorrere per forza di cose ad
advocati laici, che magari i signori ecclesiastici sceglievano nell'ambito della loro stessa famiglia o dei
vassalli di essa(19). Fin dal 754 i Carolingi si erano fregiati del titolo di "difensori della Chiesa
romana"(20): era naturale che, polverizzandosi i poteri e frammentandosi le funzioni che un tempo erano
state loro, anche questa prerogativa passasse nei secoli nono-decimo ai ceti feudali.
Nella seconda met del decimo secolo, il vento barbarico cess d'incanto di soffiare sull'Europa. I
Normanni, divenuti sedentari, si acclimatavano rapidamente agli usi, alla vita politica ed economica,
alla lingua della Francia occidentalis; la spinta musulmana nel Mediterraneo e nella stessa Spagna si
andava esaurendo mentre mille segni facevano per converso presagire il coagularsi della controspinta
cristiana; gli Ungari, battuti da Ottone I, si erano ritirati al di l del Danubio dove si apprestavano a
divenire uno degli avamposti della Cattolicit romana di fronte a Bisanzio, agli Slavi, ai Bulgari.
Restavano tuttavia il disordine, l'anarchia feudale, le lotte interne alla Cristianit(21). Quei guerrieri
pesantemente armati che erano stati il baluardo delle Chiese e degli umili contro i barbari, ne
divenivano a loro volta il flagello, una forza sfrenata e incontenibile che sarebbe stato necessario
cristianizzare di nuovo o ridurre alla ragione: solo nella Francia orientalis invece compariva
all'orizzonte, con i sovrani della dinastia sassone, una prospettiva restauratrice e ricentralizzatrice. Ma
un po' dappertutto e principalmente in certe zone dell'area francese, quello tra la seconda met del decimo e
la prima dell'XI secolo sarebbe stato il tempo della prevaricazione feudale, delle guerre private, della
trasformazione degli stessi advocati e defensores in rapaci predoni, financo in ladri sacrileghi. Raoul de
Cambrai, protagonista d'una famosa chanson,  uno spogliatore d'orfani, un profanatore di monasteri,
perfino un violatore dei pi sacri affetti dei suoi medesimi fedeli vassalli: ebbene, questo personaggio
cos mostruoso rispecchia con minor esagerazione di quel che si potrebbe pensare il tono morale dei
ceti guerrieri di quest'epoca(22).
Sar proprio contro questi guerrieri assassini - per spazzarli dalla scena o per convertirli - che
la Chiesa romana organizzer, attorno al movimento della Pax Dei e della riforma dell'XI secolo,
quell'etica cavalleresca che ha le sue prime espressioni in certe chansons, nella Reconquista spagnola e
nelle crociate: un'etica che gi trapela da alcune fonti cronistiche non meno che omiletiche e
agiografiche, ma che solo pi tardi sar ammessa alle pi esplicite ed elevate espressioni della liturgia e
della trattatistica allegorico-morale. Una tale lunga, lenta e dura ma anche profonda opera di
rinnovamento spirituale fu resa necessaria certo, ma anche coerentemente possibile, dal lavoro di
sacralizzazione della professione militare cui la Chiesa si era appunto data nelle et carolingia,
postcarolingia e ottoniana, spinta dai bisogni del momento, i quali prescrivevano una reazione
immediata al pericolo barbarico.
2. La speranza  nel guerriero
Abbiamo gi visto e pi volte ribadito come dall'et costantiniana in poi la Chiesa romana
avesse, in modo sempre pi serrato e coerente, dichiarato giusti e leciti certi tipi di guerra, e proceduto
a una proporzionale, parallela giustificazione del guerriero: se esisteva lo iustum bellum, non poteva
non esistere altres lo iustus bellator. Quest'indirizzo - scanditosi in certe cerimonie liturgiche come
nella venerazione dei santi militari - si era rafforzato in et carolingia con la configurazione di una
spiritualit missionaria appoggiata alla guerra di conquista e di sottomissione dei pagani: spiritualit
strettamente legata all'interpretazione del popolo franco quale novus Israel e sostanziata di un'adesione
letterale al Vecchio Testamento.
In una Chiesa permeata di veterotestamentarismo e d'agostinismo come la carolingia, la nuova
ondata barbarica - che restituiva straordinaria attualit a quanto i Padri avevano scritto sulle invasioni
del quarto-sesto secolo - non poteva se non provocare un approfondimento del tema del valore cristiano della
guerra e del guerriero, nella prospettiva della salvezza della Cristianit minacciata. Rinnovati appelli
allo iustum bellum, rilancio e intensificazione del culto dei santi militari, infine ingresso massiccio delle
armi e dei guerrieri nella liturgia; questi i risultati pi evidenti della crisi civile e militare postcarolingia
sulla considerazione ecclesiastica dei fatti bellici.
La dimensione biblica della lotta contro i gentili, accanto a quelle costantiniana del sovrano
difensore della Chiesa e agostiniana dello iustum bellum, aveva permeato di s tutta la concezione
imperiale di Carlomagno. Nelle laudes, cio nelle acclamazioni liturgiche gridate all'atto
dell'incoronazione, il re franco veniva salutato insieme con "cuncto exercitu Francorum", gli si
augurava "vita et victoria" nel nome del Cristo, a sua volta celebrato come "rex regum, arma nostra
invictissima, murus noster inexpugnabilis"(23). La vittoria veniva pubblicamente implorata contro quelli
ch'erano appunto pubblici nemici, hostes, e che venivano "colpevolizzati" mediante la biblica
designazione di gentes, nationes: gli "altri" insomma, rispetto al popolo di Dio. Il famoso mosaico del
Laterano nel quale san Pietro affida a Carlo il vexillum ribadiva il concetto del sovrano quale defensor
Ecclesiae: era difatti ai defensores che gli enti ecclesiastici affidavano il loro vexillum da portare in
battaglia. Vexillum che, si badi, simboleggiava il diritto del defensor a esercitare funzioni militari e
giurisdizionali, ma che al tempo stesso qualificava la posizione vassallatica di chi l'aveva ricevuto
rispetto a chi glielo aveva affidato.
Tuttavia, per quanto nelle guerre carolinge l'istanza attiva, missionaria, fosse presente, e anzi la
forza militare si celebrasse in termini provvidenzialistici, non si abbandon mai del tutto la posizione
secondo la quale lo iustum bellum si configurava principalmente come una guerra di difesa: i cronisti e
i teologi di Carlo tesero in effetti a interpretare cos le sue guerre, volte "ad superbos opprimendos"(24).
Ma la crisi del potere carolingio e la nuova ondata barbarica, associate alle lotte feudali, non
fecero che radicalizzare il pensiero della Chiesa sulla guerra: da una parte furono duramente
stigmatizzati i conflitti fra cristiani, dall'altra quelli contro i pagani ricevettero una corroborazione
oggettiva dato - a quel punto - il loro evidente, perentorio carattere difensivo. Lo scandalo e la paura
sollevati dal saccheggio saraceno di Roma nell'846 permisero ai papi di inaugurare una politica
d'emergenza, che si presentava come imperniata sul tema della salvezza della citt dagli infedeli: tale
politica fu portata al suo punto pi alto da Giovanni ottavo.
Si cre allora un preciso rapporto penitenziale tra la guerra fra cristiani - sempre pi
decisamente condannata dalla Chiesa nella misura in cui diveniva pi frequente - e la guerra dei
cristiani in difesa delia fede e delle res sanctae contro i pagani: i peccati commessi nell'una si potevano
riscattare nell'altra. Era quanto gi nel 753 Stefano secondo aveva dichiarato ai Franchi, domandando il loro
aiuto:
grazie alla lotta che sosterrete per la (...) santa Chiesa, vostra madre spirituale, i vostri peccati vi
saranno rimessi dal principe degli apostoli medesimo, e come compenso degli affanni riceverete, dalla
mano di Dio il centuplo, e avrete la vita eterna(25);
e quanto ripeteva un secolo pi tardi Leone quarto:
poich a nessuno (...) che sia caduto in questa guerra sar rifiutato il regno dei cieli. Infatti
l'Onnipotente sa, se qualcuno di voi muore, che egli  caduto per la verit della fede, la salvezza della
patria, la difesa della comunit cristiana; e quindi egli ricever, da Lui, il premio che abbiamo detto(26).
Fin qui si tratta soltanto di un'applicazione del principio secondo il quale Dio non lascia mai le
buone azioni senza ricompensa: un principio dal quale neppure la dottrina del martirio astrae.
Senonch, il problema di trasformare i guerrieri del nono secolo in martiri era arduo a risolvere: mancava
loro la coscienza etica, il fervore di fede, la volont di testimonianza che aveva caratterizzato i martiri
dei primi secoli. Gli uomini dell'et di Giovanni ottavo, che sembra essersi posto con molta chiarezza il
problema, erano s credenti, ma erano anche degli incalliti peccatori: e tra i loro peggiori, pi terribili
peccati, v'era appunto la guerra privata, con tutto il corollario di costumanze pagane quali la vendetta.
A questo punto, lo sviluppo della penitenza tariffaria e della possibilit di commutare le
penitenze previste nei Poenitentialia per certi tipi di peccati poteva egregiamente servire alla necessit
delle guerre in difesa della Chiesa. Si era gi accettato, appunto con le commutationes, il principio
secondo il quale una penitenza si poteva mutare in un'altra di peso equivalente, ma pi adatta alle
caratteristiche fisiche, sociali o spirituali del penitente: ad esempio, un digiuno poteva commutarsi con
un'elemosina, penitenza fra l'altro pi utile al bonum commune(27). Ora, il riferimento al bonum
commune in un momento in cui opporsi ai pagani era necessario e le Chiese disponevano di vassalli
armati, faceva divenir cosa ovvia che la guerra avrebbe potuto costituire un'adeguata penitenza per
uomini che in quella militare avevano la loro condizione abituale, e il cui punto debole morale era
d'altronde proprio la violenza. Naturalmente l'idea di far portare le armi ai penitenti, anzi, di farle loro
portare per penitenza, non fu accolta senza resistenze nell'ambito della Chiesa, dove una tradizione
consolidata impediva al contrario, a chi si fosse macchiato d'un delitto di sangue - cio appunto del
tipo di delitto comune ai ceti feudali - di portare le armi(28). Ma la Santa Sede, dinanzi alle necessit del
momento, super senza esitare questo problema. Pertanto, se era vero che ogni uomo restava peccatore
e i "professionisti della guerra" pi d'ogni altro, vero era altres che il sangue versato per la fede poteva
lavare ogni colpa. Non si trattava pi della liceit del combattere: si trattava del suo valore santificante,
quando fosse al servizio della Chiesa. Cos scriveva nell'878 Giovanni ottavo a un vescovo franco:
la venerabile vostra fraternit ci ha correttamente interrogati per sapere se coloro i quali sono
caduti in battaglia o cadranno in seguito per la difesa della santa Chiesa di Dio (...) possono ottenere il
perdono dei loro peccati. Confidando nella piet di Cristo nostro Signore, noi rispondiamo che quelli
che per amore della Chiesa cattolica cadono sul campo di battaglia, entreranno nel riposo della vita
eterna (che hanno guadagnato) combattendo contro pagani e infedeli (...). Nella nostra mediocrit, per
intercessione del beato apostolo Pietro, al quale spetta il potere di legare o di sciogliere in cielo e in
terra, per quanto ci  lecito noi li assolviamo e li raccomandiamo a Dio nelle nostre preghiere(29).
Disposizioni del genere riguardavano due categorie di guerrieri che peraltro, nella realt,
potevano coincidere. Da un lato, gli advocati degli enti ecclesiastici; dall'altro, quanti cadessero in
battaglia contro le gentes, i pagani, insomma tutti i pubblici nemici della Cristianit(30).
Una mistica guerriera deve essersi sviluppata attorno alla figura dell'advocatus con il
dissolversi del sistema carolingio di sicurezza pubblica. Al tempo di Carlo -  il mosaico lateranense a
insegnarcelo - un solo advocatus, l'imperatore, bastava alla Chiesa. Ma, una volta crollata l'autorit
sovrana e con essa la pax regia fin l garantita, ogni ente ecclesiastico che avesse beni e interessi
temporali aveva bisogno di ricorrere a un protettore laico. Strana figura, questo protettore: per un verso
funzionario e vassallo, per un altro padrone di fatto, con il diritto concessogli dalla forza ch'egli
possedeva. La sua funzione lo circonfondeva d'una sorta di nimbo sacrale, al quale egli doveva, se non
altro per motivi di prestigio, molto tenere. Capo dei milites ai quali l'ente ecclesiastico aveva assegnato
un beneficium per armarsi - non diversamente che i laici ai loro vassi casati - "ad defensionem
generaliter sanctae Dei Ecclesiae"(31), l'advocatus d'una diocesi o d'un monastero aveva il diritto di
portarne in guerra l'insegna, il vexillum: si trattava d'una bandiera benedetta, sulla quale erano talora
effigiati sacri simboli o l'immagine del patrono(32). A cavallo, la santa bandiera nella destra,
l'advocatus veniva ad assomigliare a uno di quei santi militari la devozione nei confronti dei quali si
andava diffondendo: e questi, magari, a venir sempre pi spesso rappresentati con i tratti tipologici di
quello. Alla sua morte, infine, l'advocatus aveva diritto a riposare - la spada al fianco - nella Chiesa
che aveva difeso(33).
Ma accanto agli advocati, che costituivano un po' un caso a s, un nuovo tipo di spiritualit
guerriera si affermava. Se i papi, rifacendosi alla teologia del martirio, potevano dichiarare i caduti al
servizio della Chiesa perci stesso mondi da ogni peccato, nuove coorti di martiri si affiancarono a
quelli del primo cristianesimo. Il combattente cristiano era, sul campo, disposto a uccidere e a morire:
da parte sua la Chiesa, per quanto non rinnegasse - mai lo fece - la tradizione secondo la quale
l'uccidere rimaneva pur sempre cosa della quale ci si doveva mondare, anche quando fosse atto
legittimamente compiuto nel quadro dello iustum bellum e dunque non si potesse definir peccato, oper
una sorta di distinzione di piani all'interno della globale funzione guerriera e - respingendo in seconda
linea e quasi tacendo l'esperienza dell'uccidere - pose in risalto quella del morire dando testimonianza
della fede. In questo modo il rifiutare la militia Caesaris e l'andar serenamente incontro alla morte dei
primi martiri veniva ad assimilarsi all'essere uccisi in battaglia dai nemici della fede: il fatto
dell'accogliere la morte con le armi in pugno, e a sua volta somministrandola al nemico, diveniva sul
piano della meditazione del martirio un dato irrilevante; e proprio per questo, d'altro canto, veniva
indirettamente santificato anch'esso, nella misura almeno in cui era parte integrante del nuovo tipo di
martire. Anche se nelle parole dei pontefici e dei teologi del tempo si cercherebbe invano l'esaltazione
dell'uccidere tipica della poesia epica pagana (e anche della cristiana, che da essa mutuava alquanti
temi e valori), resta il fatto che - per il guerriero cristiano dell'et carolingia e ottoniana non meno che
per il suo collega vichingo o musulmano: ciascuno, s'intende, nel suo proprio quadro sacrale - il
paradiso era all'ombra delle spade. Se non altro, per il cristiano, delle spade nemiche attraverso le quali
subiva il martirio. I caduti di Ebstorf contro i Danesi nel giorno della Candelora dell'880, dal duca
sassone all'ultimo miles, furono in blocco canonizzati dalla Chiesa tedesca con il titolo di "martiri di
Ebstorf": una sorta di nuova Legione Tebana.
I vecchi valori guerrieri germanici non venivano in fondo troppo scalfiti dalla nuova
considerazione della guerra condotta e del martirio sostenuto per la fede cristiana. I sentimenti di
valore, di fedelt, di solidariet tra combattenti e cos via restavano inalterati, e fu anzi questa pratica
promozione in blocco della guerra tra i valori cristiani - a patto beninteso che fosse subordinata a un
fine superiore: questa era in fondo la sola ma fondamentale discriminante - che li conserv intatti,
salvaguardandoli dall'erosione d'una critica che, altrimenti, si sarebbe molto probabilmente accanita
contro di loro. Subordinando la sua attivit alla difesa della Chiesa, il combattente germanico salv -
con gli adeguamenti necessari - l'thos militare pagano. Se si confronta la battaglia di Finnesburh qual
 descritta, con accenti ancora pagani, nel Beowulf, con il canto cos profondamente cristiano
rievocante la battaglia combattuta a Maidon, l'11 agosto 991, tra i Sassoni dell'Essex e i Vichinghi, si
scorge una sostanziale analogia di sentimenti e di atteggiamenti(34). Ma nel secondo brano v', in pi,
un cosciente ed esplicito contenuto martirologico e in prospettiva agiopoietico, quale troveremo ancora
nell'epica tra undicesimo e dodicesimo secolo, dopo la Chanson de Roland. E non per nulla il capo sassone di Maldon,
Byrhtnoth, cade in un modo che ricorda la morte di Rolando; e non per nulla, al pari di Rolando,
ricevette un culto santorale, sia pur locale: ne fu difatti centro l'abbazia di Ely.
Di questo duplice atteggiamento, conservativo e per cos dire "postpagano" da un lato, per
quanto riguarda la pratica militare, innovatore e cristiano da un altro, per quanto riguarda la
disposizione spirituale dei guerrieri,  prova il comportamento dei Sassoni sulla Lech. Essi si
prepararono al combattimento con digiuni e preghiere; Ottone fece voto a san Lorenzo, patrono del
giorno dello scontro - il 10 agosto - di trasformare in Chiesa a lui dedicata il suo palatium di
Merseburgo e di elevare la citt a sede episcopale(35). Lo spirito che anima queste cerimonie 
assolutamente cristiano; il movente che le ha suggerite e le loro stesse forme sembrano per ricondurci
alle cerimonie magiche di guerra, alla castit osservata dal guerriero prima della prova, alla devotio dei
nemici: insomma, al quadro della guerra come rito sacrificale.
Una tale spiritualit aveva bisogno di modelli, di exempla nei quali i ceti guerrieri potessero
riconoscersi. Il culto dei santi militari ne risult incrementato.
I Carolingi non potevano naturalmente metter da canto il santo nazionale franco, Martino, la cui
fama era troppo diffusa e che, proprio perch era stato il patrono per eccellenza dei Merovingi, il
trascurare poteva aver come difetto il ricordare a tutti l'origine illegittima della monarchia di Pipino.
Pertanto, l'unica cosa da fare era appropriarsi di tale culto. Il mantello di san Martino continu a essere
usato come vessillo di guerra(36). Ma, insieme con il mantenimento dei culti merovingi, i Carolingi
cercavano di affermare una loro spiritualit, e pertanto nuovi santi militari. Un caso particolarmente
interessante di ci  rappresentato dalla Vergine Maria, la cui icona aveva spesso funzioni protettive in
guerra nel mondo bizantino. Nell'876 Carlo il Calvo aveva donato alla cattedrale di Chartres la "Santa
Tunica" di Maria. Nel 911 Rollone, ancora pagano, assedi Chartres: la tradizione attesta che,
all'apparire sugli spalti del vescovo che inalberava a mo' di stendardo la Santa Tunica, i Vichinghi
furono presi da timor panico e fuggirono(37). In questo come in altri, frequenti casi, la reliquia o
l'immagine sacra esibita dagli spalti assediati esercitano un'autentica funzione apotropaica, che ha
riscontri nel mondo antico non meno che in quello orientale(38).
Conobbe intanto un incremento ulteriore il culto di colui che gi si poteva definire il condottiero
celeste per eccellenza: l'arcangelo Michele. Era fatale che il protettore d'Israele e dell'impero bizantino
fosse assunto pi tardi, se non altro per motivi concorrenziali, anche a protettore dell'impero ottoniano.
Ma secondo noi ha ben visto la Fasoli ipotizzando che l'accesso di Ottone e della sua gente al culto
michelita celasse un altro e pi profondo motivo, connesso alla tradizione precristiana dei Sassoni.
"L'immagine di san Michele figurava sul vessillo di Ottone I, e nella scelta c'era forse un'allusione al
drago, che era stato l'insegna dei Sassoni ancor pagani e che in pieno secolo dodicesimo figurava ancora come
insegna dei Normanni nell'arazzo di Bayeux"(39). Fosse per questi postumi del paganesimo, fosse
perch aveva preso un posto eccessivo nella devozione popolare, la pietas per l'arcangelo non andava
scevra di sospetti da parte ecclesiastica, come dimostra il fatto che, nel 932, un concilio riunito a Erfurt
stabiliva che si limitasse il costume di celebrare messe dedicate a Michele per le vittorie militari(40). La
sollecitudine dei padri di Erfurt - si era al tempo delle pi dure e temibili incursioni ungare - dimostra
come non fosse poi troppo arbitraria la vecchia tesi secondo la quale, in passato, il successo
dell'arcangelo tra i popoli di fresco cristianizzati fu visto come un mantenimento appena travestito di
vecchi culti guerrieri. A livello simbologico - o totemico? - una chiave dell'equilibrio nel passaggio
dalla vecchia alla nuova religione potrebbe esser veduta proprio in questo mantenersi in un quadro
sacrale della figura del drago, vinto s e retrocesso alla sua funzione biblica di simbolo satanico, ma che
tuttavia restava al suo posto d'insegna militare, inglobato nell'iconografia michelita che, pur
conferendogli significato concettualmente negativo, non intaccava in fondo il messaggio ancestrale
costituito dalla sua presenza. E si noti che, ancora in piena et cavalleresca, i tre grandi patroni dei
cavalieri - la Vergine, Michele e Giorgio - resteranno legati tra loro da questo comune denominatore
della lotta contro l'Antico Serpente e della vittoria su di lui.
Gi sin grosso modo dalla fine del settimo secolo invocazioni a particolari santi per la vittoria
militare si erano avute nelle Laudes(41). Questi santi erano di due categorie. La prima che, come
abbiamo visto, solo alcuni e in un certo senso ritengono inseribile nel novero dei "santi militari", era
quella di certi patroni, che naturalmente venivano invocati da coloro che erano deputati a proteggere:
Remigio a Reims, Ilario a Poitiers, Crispino e Crispiniano a Soissons, Albano a Magonza, Ambrogio a
Milano, Perpetuo a Utrecht, Paolino a Treviri. Ma, trattandosi di patroni, le funzioni di difesa del loro
popolo in guerra saranno da considerarsi come un aspetto particolare della loro natura di tutori in
genere(42). Abbiamo gi visto che gli specifici patroni militari, in genere d'origine bizantina,
comparvero pi tardi: si tratta di culti che si sarebbero fatti pi vivi e diffusi nel periodo delle crociate,
ma che gi nell'Alto medioevo filtravano dalle zone di confine latino-greche (l'Italia meridionale,
l'area balcano-danubiana) o giungevano in Occidente al ritorno dei pellegrini dalla Terrasanta oppure
dei guerrieri che avevano prestato servizio mercenario a Bisanzio. Un poema tedesco del nono secolo
dedicato a san Giorgio, se ancora non si riferiva al Drachenkampf il quale resta ignoto fino al dodicesimo secolo, e si appuntava bens sul solo martirio, rimane testimone della diffusione di un culto(43).
Tipico dell'et ottoniana  il culto di san Maurizio, il capo della Legione Tebana(44). La "Santa
Lancia" di Maurizio era brandita da Ottone I durante la battaglia sulla Lech; e, insieme con Lorenzo
patrono di quella giornata, Maurizio fu proclamato titolare delle due nuove fondazioni arcivescovili di
Madgeburgo e di Merseburgo, costituite da Ottone e dal papa Giovanni dodicesimo nel febbraio 962, poco
dopo l'incoronazione imperiale. In tal modo Maurizio diveniva con Lorenzo - il mistico "vincitore"
della Lech - il patrono della Chiesa missionaria e implicitamente - dato il carattere guerriero dello
spirito missionario ottoniano - della guerra missionaria. Ma i due erano tipi diversi di santo militare;
Maurizio designato tale dalla sua condizione all'atto in cui aveva ricevuto il martirio; Lorenzo invece
da un elemento in fondo casuale, l'esser avvenuta la battaglia della Lech nel suo giorno.
In effetti, se volessimo distillare dall'agiografia cattolica la categoria del "santo militare", si
andrebbe incontro a molteplici contraddizioni. Citavamo or ora la Vergine e i patroni di certe Chiese
particolari. Ancora, taluni grandi santi della Cristianit, dato il loro eccezionale prestigio, finivano con
l'ottenere anche quali difensori dei cristiani in guerra quella fama che gi possedevano quali fondatori
di ordini taumaturgici. Un testo agiografico della fine del nono  secolo ci presenta, durante una battaglia
tra Franchi e Vichinghi, san Benedetto guidare il cavallo del capo cristiano e abbattere con il suo
bastone i nemici(45). Un caso ancora diverso potrebbe esser qualificato dalla translazione del culto di
certi santi in luoghi diversi dalla sua origine o dalla sua fondamentale fissazione, al seguito delle
armate cristiane.  il caso del culto di san Saturnino di Tolosa, divenuto il "santo nazionale" degli
Aquitani e da essi impiantato in Catalogna dopo le campagne carolinge.
Ma in genere il "santo militare" fu piuttosto colui che in vita aveva esercitato la professione
delle armi, e che meglio pertanto si adattava a servire da modello ai ceti guerrieri del nono-decimo secolo,
anche considerando la teologia dei "doveri di stato", che conobbe un vero e proprio incremento in et
carolingia. Certo, in quest'operazione si celava un grosso equivoco, giacch la militia (non tanto, come
si  visto, per il suo carattere di professione delle armi, quanto piuttosto per gli impegni che includeva
nei confronti dello stato pagano) era stata abbandonata dai martiri come Giorgio o Sebastiano e dai
convertiti come Martino. L'abbandono, della militia Caesaris era anzi stato una fase necessaria della
conversio alla militia Christi. Per cui, se il continuare a professare la medicina non era stato un
problema per Cosma e Damiano una volta convertiti, cos come non lo era stato continuare a fare il
fabbro per Eligio, ben altrimenti erano andate le cose per i milites: ed era alquanto paradossale
inchiodare sugli altari Giorgio e Martino a quella professione l'allontanarsi dalla quale era stato, al
contrario, il segno della loro conversione e la condizione della loro santit. La contraddizione  patente
al punto che  difficile che nessuno l'abbia mai notata; e si  tentati piuttosto di ritenere che dietro
l'assunzione di quei milites a protettori delle armate cristiane vi fosse invece un discorso ideologico
preciso. Proprio in quanto erano milites Christi, cio, avevano il compito di guidare al combattimento
contro gli hostes della Cristianit, contro le gentes, quei guerrieri che, fedeli a loro volta, facevano
combattendo la volont di Dio e della Sua Chiesa. Non si giungeva certo a proporre che il combattere,
sia pur contro i pagani, potesse di per s coincidere con la militia Christi: tale era solo il servizio nel
clero, o meglio ancora nel monastero. Tuttavia, le basi di un'interpretazione di questo tipo, che si
sarebbe in effetti fatta strada durante l'et gregoriana, erano gettate.
 la liturgia il filo conduttore di questa serrata opera di militarizzazione del culto e della
sensibilit. Le preghiere e le messe per impetrare protezione all'esercito e vittoria in guerra erano
divenute abituali gi in et carolingia(46); e cos l'uso di portare in guerra le reliquie(47). Ma il carattere
guerriero di questa religiosit risalta, soprattutto, nei rituali di solenne consegna della spada: ed  l che
meglio si scorge quali siano state le basi altomedievali della spiritualit cavalleresca.
Se anche i Sacramentaria anteriori al decimo secolo non contengono a quel che sembra formule
relative alla benedizione delle armi(48), gi nel settimo secolo le arma sacrata dell'editto di Rotari paiono
alludere a usi del genere, forse collegati ai rituali germano-pagani di consacrazione magica. Quel che a
noi sembra importante  l'uso della consegna d'una spada, evidentemente benedetta, ai re e ai principi,
gi fino dall'epoca carolingia. Si trattava d'una forma particolarmente solenne, almeno nel caso della
consegna fatta a giovani; di quel rito di conferimento delle armi che gi Tacito aveva osservato presso i
Germani del suo tempo e che, di generazione in generazione, si era mantenuto interessando peraltro
solo un numero sempre pi ristretto di persone, quelle cio che, dopo la riforma militare carolingia,
potevano permettersi di esercitare la professione militare? Si trattava in altre parole di un "rito di
passaggio" cui originariamente tutti i giovani liberi avevano dovuto sottostare per marcar il loro
transito da una classe d'et all'altra, e ch'era pi tardi divenuto un'"iniziazione", appannaggio d'una
sola ristretta lite guerriera?  probabile. Ma in pari tempo bisogna sottolineare che almeno nella sua
veste liturgica cristiana, questo conferimento di armi benedette era diretto ai re e ai principi:
sacralizzava cio una funzione pubblica, quella del mantenimento della pace e della giustizia nonch
della difesa del popolo cristiano.
Lo schema di sviluppo che si potrebbe proporre , pertanto, questo: i guerrieri germano-cristiani
ereditarono l'uso della consegna iniziatica delle armi ai guerrieri pi giovani della trib - con tutto il
suo bagaglio di significati sociali, giuridici e magici - dai loro antenati pagani; tale uso si restrinse
tuttavia, col progressivo parallelo restringersi dei guerrieri dalla totalit dei maschi liberi e sani di tutto
un popolo a una minoranza di "specializzati" provvisti d'una piattaforma economica piuttosto
ragguardevole, e in quella sede si complic magari dei portati iniziatici del comitatus; cos ristretto il
rito divenne un evidente segno di distinzione e, se perse in valore magico-sacrale (nella misura in cui
era collegato a credenze pagane), guadagn in valore sociale divenendo, per cos dire, una
discriminante fra un gruppo di aristocratici-abbienti-armati e una massa di rustici-non abbienti-inermi,
tra chi pagava il suo tributo alla comunit in sangue come Ges e chi lo pagava in sudore, come Adamo
all'indomani del peccato; ed  ovvio che, stanti cos le cose, erano soprattutto le famiglie dei grandi e
dei sovrani a solennizzare la presa delle armi da parte dei loro rampolli; a questo punto intervenne la
Chiesa, cominciando appunto con l'imprimere un carattere sacrale a quei costumi regali; indi, e in
breve, la liturgia elaborata per i re e per i principi si diffuse gi gi "per li rami" dell'aristocrazia che
ancora praticava l'antico rito, e che lo vivific adesso con la nuova linfa cristiana. A questo punto,
l'addobbamento cavalleresco era nato: qui noi ci limiteremo, tuttavia, a esaminarne solo i presupposti.
Il primo esempio di consegna solenne della spada che conosciamo con sicurezza documentaria
risale al 791, e a datarlo cos  il cronista detto l'Astronomo: Ludovico figlio di Carlo, tredicenne e da
tre anni re d'Aquitania, "ense (...) accinctus est" da parte del padre(49). A sua volta Ludovico, nell'838,
cinse solennemente le armi virili ("id est ense", dice il cronista, il quale  sempre l'Astronomo) al
sedicenne figlio Carlo. A Ludovico secondo fu invece il papa Sergio secondo che cinse solennemente la spada
all'atto dell'incoronazione. Nell'Italia meridionale, trattando d'una solenne consegna d'armi avvenuta
verso l'854, il cronista osserva che questo era ex more(50).
Allorch Ottone I venne incoronato re ad Aquisgrana dall'arcivescovo di Colonia, questi gli
confer la spada accompagnandola con una formula che sottolineava l'uso avvocatizio rispetto alla
Chiesa che egli avrebbe dovuto farne, assicurando con essa pace e giustizia ad intra non meno che ad
extra:
Ricevi questa spada per respingere con essa tutti gli avversari di Cristo, cio i barbari ed i cattivi
cristiani, per l'autorit che ti  concessa da parte divina, e con pieno potere su tutto l'impero franco, per
la saldissima pace di tutti i cristiani(51).
Si noti che ormai i barbari e i "cattivi cristiani", cio principalmente i violenti, i prevaricatori, i
rappresentanti pi riottosi dei ceti guerrieri, erano accomunati: e che del resto i concetti di barbaro e di
non cristiano - si era nell'et degli Ungari e dei saraceni - coincidevano. Tutte queste categorie erano
hostes, nemici pubblici. Su esse s'invocava la giustizia imperiale. In particolar modo, al re si chiedeva
di proteggere i pauperes: vale a dire i deboli, gli umili, gli inermi; su ci molto insisteva la stessa
panegiristica ottoniana(52). La funzione imperiale della defensio Ecclesiae era poi esposta pi
chiaramente ancora nella formula con la quale si accompagnava la consegna della spada durante
l'incoronazione imperiale di Ottone medesimo:
Ricevi questa spada che ti  consegnata con la benedizione di Dio; o per mezzo di questa e con
l'aiuto dello Spirito Santo possa tu resistere e respingere tutti i tuoi nemici e tutti gli avversari della
santa Chiesa di Dio, e proteggere il regno che ti  stato affidato e la santa Chiesa di Dio(53).
Ma quando Ottone cingeva la corona imperiale, l'Europa aveva ormai sulle spalle pi di un
secolo di terribili esperienze; non solo le incursioni barbariche, ma anche e forse soprattutto l'anarchia
interna e la polverizzazione del potere. A Ottone si poteva di nuovo chiedere di assicurare, per mezzo
della spada assunta davanti all'altare, pax e iustitia alla Cristianit, di adempiere cio a una funzione
squisitamente regale. V'erano per stati tempi e luoghi, e ve ne sarebbero stati ancora, nei quali
nessuna autorit regia era in grado di assicurare questi beni. Il mondo del decimo secolo aveva una vitale
necessit di pacificatori e di giustizieri, di uomini che cingendo la spada accettassero anche di attuare,
per mezzo di essa, un programma d'ordine civile che sarebbe altrimenti restato lettera morta. Uomini
che difendessero gli altri sia contro i barbari, sia contro i tyranni, i prevaricatori; uomini, per, che non
potevano uscire se non dal ceto appunto di quei medesimi prevaricatori, spesso dalle medesime
famiglie, talora essere addirittura essi stessi dei tyranni convertiti alla giustizia. Con ci, la tradizione
agiografica cristiana si schiudeva a nuove conversiones e a nuovi santi. Le riforme socio-politiche da
Carlo Martello in poi avevano fornito ai milites armi, cavalli e beneficia sufficienti a mantenere le une e
gli altri; occorreva adesso fornire loro un'etica e dei modelli sorti non pi dalle fulgide coorti del Cielo,
bens usciti dai loro stessi ranghi. Non pi Micheli, Giorgi, Martini, o non pi soltanto loro: bens
professionisti della guerra che sapessero santificarsi nonostante la loro professione, anzi per mezzo di
essa.
Gi gli autori dell'et carolingia, del resto, avevano molto insistito sui "doveri di stato"(54). I
laici che venivano investiti di certi poteri pubblici dovevano essere informati su quanto la fede cristiana
e la Chiesa richiedevano loro. Negli Specula di questo periodo, quali il De institutione laicali di Giona
d'Orlans, s'insisteva molto sui doveri di stato dei laici e in particolar modo dei capi militari, ai quali si
ricordava che la salvezza dei popoli dipendeva da loro. Vero  che in questi trattati non si elabor mai
alcun tipo di spiritualit propriamente militare: ma il fatto che i dignitari carolingi investiti di funzioni
guerriere si rivolgessero a "direttori spirituali", e questi li istruissero sui doveri e sulle virt da
praticarsi nella loro condizione,  comunque assai significativo(55). Paolino d'Aquileia, scrivendo a un
comes, paragonava guerra terrena e guerra spirituale, nemici visibili e nemici invisibili: i temi paolini e
prudenziani della psicomachia venivano usati correntemente, e cos gli scritti pastorali. Il dovere di
difendere la Chiesa e il popolo cristiano, demandato al re, si estendeva ai suoi funzionari. Quando il
potere regio venne meno - il che accadde proprio al momento delle incursioni barbariche, allorquando
ve ne sarebbe stato maggior bisogno - la Chiesa si rivolse a quanti ne conservavano i frammenti. E si
trattava appunto, in prima linea, di chi poteva tenere a bada i nemici interni ed esterni della Cristianit.
Ci spiega perch, alla met del decimo secolo - pi o meno contemporaneamente alla vittoria di Ottone
sugli Ungari nel 955 - noi vediamo il miles repentinamente sollevato a un livello di dignit liturgica
quale mai prima aveva conosciuto.
In ci, tuttavia, debbono aver concorso due fattori. Da una parte senza dubbio il ruolo
eccezionale, e socialmente parlando soterico, giocato dal guerriero in quei tempi tormentati; dall'altra il
fatto che la liturgia ottoniana rappresent rispetto a quella carolingia l'ingresso nel quadro cerimoniale
romano d'una serie d'istanze germaniche, e non  quindi difficile che il presentarsi in essa delle
benedictiones ensis, e addirittura delle benedictiones novi militis, abbia rappresentato l'accoglimento
nel cerchio delle cerimonie cristiane di quella solenne, antica cerimonia d'origine pagana costituita
dalla consegna delle armi al giovane Germano.
Vediamo da vicino questo punto. In Occidente la generalizzazione del rito romano, soprattutto
della liturgia gallicana - che peraltro sopravvisse a lungo - si ebbe principalmente grazie alla volont di
Carlomagno e della sua cerchia: fu imposta, in altri termini, dall'alto, a causa dei rapporti fra Carlo e
Roma nonch delle esigenze ecumeniche imperiali(56). All'inizio del nono secolo la liturgia romana,
basata sul Sacramentario gelasiano prima, su quello gregoriano poi, elimin e soppiant in gran parte le
liturgie locali.
A met del decimo secolo si cre nell'ambito ottoniano, e si sparse ben presto in tutto l'Occidente,
una nuova liturgia, ch' ormai uso definire "romano-germanica". Si tratt d'una vera rivoluzione
liturgica, che un elementi nuovi, di tipo e origine germanici, alla vecchia tradizione romana.
Iniziatori della "rivoluzione" furono il prelato che occupava allora la cattedra arcivescovile
della "Chiesa di san Bonifacio", cio di Magonza, e i monaci della vicina, celebre abbazia di
Sant'Albano. L'arcivescovo di Magonza era il pi illustre presule della Chiesa tedesca; politicamente
parlando, era il primo dei grandi feudatari ecclesiastici del regno di Germania, nel quale svolgeva
altres le funzioni di cancelliere. Dal 954 al 968, poi, la cattedra maguntina fu occupata da un
personaggio d'eccezione: l'arcivescovo Guglielmo, figlio dell'imperatore Ottone I e pertanto - e ci
conta in questo contesto ancora di pi - nipote del fratello di questi, Bruno di Colonia, dittatore della
realt religiosa, intellettuale e in una certa misura anche politica dei suoi tempi. Un liturgista di
Sant'Albano aveva gi redatto per la Chiesa maguntina un Liber episcopalis. Non  improbabile che
dalla stessa officina liturgica sia uscito il Pontificale dell'arcivescovo Guglielmo che non ci  stato
conservato, ma che dev'essere l'archetipo di una nutrita serie di Pontificalia che noi conosciamo in
esemplari del X-XI secolo, e che provengono in gran parte dalla provincia ecclesiastica di Magonza,
taluni per anche da quelle di Salisburgo e di Colonia. In questi codici gli studiosi della liturgia
romano-germanica hanno riconosciuto il filone principale di essa(57).
La rapida diffusione della nuova liturgia fu condizionata senza dubbio dal potere politico che la
sosteneva. A est della Germania si afferm per il monopolio imperiale sulla Chiesa missionaria; a ovest
essa si trov dinanzi a tradizioni liturgiche consolidate, connesse a situazioni culturali locali, e non di
rado segn il passo: ma comp anche l dei progressi, sia pur adattandosi a soluzioni sincretistiche non
sempre nette. Un codice pergamenaceo dell'undicesimo secolo, che adesso  il 141 della Biblioteca capitolare di
Colonia, e che fu scritto per la Chiesa di Cambrai - dipendente dalla provincia ecclesiastica di Reims,
ma politicamente legata all'impero -  un tipico esempio di ci, in quanto presenta elementi
romano-germanici fusi con residui di liturgia autoctona. In Inghilterra i prestiti liturgici
romano-germanici ebbero discreta accoglienza ai tempi di Edoardo il Confessore, quando parecchi usi
ecclesiastici emigrarono nell'isola dall'ambiente lorenese. In Italia, fu soprattutto la corte di Ottone terzo
a diffondere la liturgia romano-germanica. Era l'abbazia di Reichenau che provvedeva i pontefici di
libri liturgici: e in effetti un celebre Pontificale, il Cassinese 451 redatto in scrittura beneventana
dell'XI secolo, riproduce un modello romano dei primi di quel secolo ed  un esemplare significativo
della liturgia romano-germanica, sia pur mischiata a elementi diversi(58). Del resto i numerosi pontefici
provenienti dall'area renana, che guidarono la Chiesa fra decimo e XI secolo e che insieme con i sovrani
sassoni e franconi dettero l'avvo alla riforma ecclesiastica, spiegano da soli la diffusione di questa
liturgia anche senza bisogno di ricorrere ad altri fattori, prima che Gregorio settimo avviasse anche in quel
campo un'opera di "riromanizzazione"(59).
Ora, i vari Pontificalia del X-XI secolo che appartengono alla famiglia romano-germanica e che
dovrebbero dipendere dall'archetipo santalbanense portano tutti un'impronta spiccatamente militare:
abbiamo - e si noti che si tratta sempre di riti solenni, officiati da un vescovo - esempi di benedictio
vexilli bellici, di consecratio o benedictio ensis, di ordo ad armandum ecclesiae defensorem vel alium
militem, di benedictio ensis noviter succincti, di benedictio ensis dum quis iuvenis cupit se in primis
accingi gladio.
Quanto alla benedictio o consecratio della spada, in quasi tutti i codici studiati da Andrieu sia il
formulario, sia la posizione delle formule nel quadro globale del testo liturgico fanno pensare che si
tratti in fondo, tipologicamente parlando, dell'applicazione a un'arma della liturgia della benedizione di
vari oggetti o utensili da lavoro (per esempio le reti da pesca o via dicendo); quanto alle armi presentate
alla benedizione, si trattava probabilmente di armi nuove, oppure destinate (come il vexillum)
all'advocatus di un ente ecclesiastico, o infine di quelle che avrebbero dovuto servire a un giuramento
o a un'ordalia, tipo le arma sacrata di Rotari. Non si sfugge per facilmente, con tutta la prudenza del
caso, all'impressione che questo massiccio ingresso della spada come oggetto ritenuto degno e
bisognoso di benedizione in quanto tale implicasse una valutazione ideologica positiva dell'uso di essa
e di chi la usava. Discorso questo che c'introduce al secondo tipo di benedizioni, quello il cui soggetto
sarebbe lo iuvenis, cio il giovane miles(60). Siamo dinanzi all'approdo cristiano di una lunga tradizione
magica che si perde davvero nella notte dei tempi, e che quando ha trovato in Tacito un testimone
d'eccezione era gi matura? Pu darsi: ma, per noi, pi che un punto d'arrivo il Pontificale
romano-germanico  un punto di partenza. Siamo di fronte all'ingresso del cavaliere medievale nella
liturgia, frattanto, quel medesimo cavaliere - fosse o no questo un risultato d'una lunga evoluzione
iconografica - penetrava sempre pi nella scultura e nella pittura(61). Ed , appunto, sempre nel X
secolo che quel medesimo cavaliere medievale fa il suo primo, timido ma inequivocabile, ingresso
nella storia sociale d'Europa.
3. Nasce il cavaliere medievale
Nel linguaggio bassolatino il termine miles, oltre alla connotazione specificamente relativa alla
professione del soldato, designava in genere la condizione del subordinato, del funzionario pubblico(62).
Anzi, nel tardo impero e nelle monarchie romano-barbariche il secondo significato fin col prevalere
sul primo, e la locuzione militare alicui con l'assumere sempre pi il valore di "prestar servizio a
qualcuno"(63). Questo significato di subordinazione doveva pesare a lungo sui destini semantici della
parola miles, impedendone o quanto meno ostacolandone la promozione(64). Dopo le riforme militari
carolinge questo termine, oltre a qualificare come anche prima tutti coloro che in genere e a qualunque
titolo portavano le armi, si and restringendo a due fondamentali categorie di armati: da una parte i
membri delle milizie private, dei comitatus, di quelle che sarebbero state pi tardi le "masnade"
feudali; dall'altra gli appartenenti all'lite che avevano beni sufficienti a provvedersi del costoso
equipaggiamento previsto - dai capitolari in poi - per armarsi di tutto punto, fossero essi liberi
proprietari o vassi, o, ancora, per esempio in area franco-orientale, servi provvisti del necessario per
procurarsi armi pesanti e cavallo. Le une e l'altro, del resto, erano sempre pi necessari ai milites: e,
difatti, nella Francia meridionale questi erano detti caballarii o cavallarii, con una parola che ricalcava
direttamente il lessico volgare ed era, al medesimo tempo, pi aderente alla realt(65). Cos, l'idea del
miles, del guerriero, divenne almeno dal nono secolo inscindibilmente legata alle armi pesanti e
soprattutto al cavallo, che le necessit belliche del tempo avevano reso indispensabile e il cui possesso
era per cos dire la "soglia" al di sotto della quale non ci si armava. Gradualmente il termine miles
cominci, con sicurezza sempre maggiore e forse anche grazie alla rinnovata fortuna della cultura
classica dopo la "rinascita" carolina, a sostituire altri termini, d'origine viceversa volgare, quali ad
esempio vassus, giacch la funzione militare era la principale giustificazione del rapporto di
vassallaggio(66); e con esso si intese non solo il guerriero, ma specificamente il guerriero a cavallo,
quasi che il fante - per quanto le fanterie non scomparissero mai dei tutto - non fosse propriamente un
guerriero. Alle fine dell'XI secolo Richerio di Saint-Rmi dava la prova definitiva di ci con il
contrapporre la parola miles alla parola pedes(67). Egli us come intercambiabili i termini ordo militaris
e ordo equestris, non lasciando cos adito al dubbio(68). Con ci, insomma, miles divenne sinonimo di
eques e tese anzi a soppiantarlo, per quanto quest'ultimo sopravvivesse, soprattutto nel lessico di autori
particolarmente dotti, quali Guiberto di Nogent: l'osmosi fra le due parole era tale che con militare si
poteva rendere il senso di cavalcare.
Quando a partire dall'undicesimo secolo il volgare francese avrebbe dovuto tradurre la parola miles, non
avrebbe esitato a impiegare il pi chiaro e realistico termine chevalier(69).
Ma una storia univoca della cavalleria europea, nelle sue origini come nel suo sviluppo, sarebbe
improponibile. Lo schema generale  forse valido dappertutto: la necessit d'un armamento pesante e
costoso fece s che in tutto l'Occidente si sviluppasse, a partire dall'ottavo-nono secolo - raggiungendo
forme stabili nel decimo e costruendosi poi una cultura e un'autocoscienza - un ceto di professionisti delle
armi, in genere di libera condizione (ma non sempre, in aree quali ad esempio la Fiandra, la Lorena, la
Germania), provvisti di beni sotto forma di beneficia o di allod tali da mantenere il loro
equipaggiamento, oppure facenti parte del seguito d'un senior che passava loro il necessario, li forniva
di armi e cavalli e li gratificava di donativi.
Ogni troppo rigida e generica definizione del cavaliere va pertanto esorcizzata. La vecchia
equazione, proposta da Guilhiermoz, tra il concetto di miles e quello di nobilis, liber, vassus, e di questi
ultimi tra loro, non ha retto all'usura della critica; e abbandonata, poi ripresa e ridiscussa l'idea di
Bloch - in parte dipendente da Guilhiermoz - secondo la quale la cavalleria sarebbe stata la matrice
della nobilt feudale(70). Il miles non era o poteva non essere "nobile", dacch la nobilt era un fatto
legato soprattutto alla stirpe - ma anche alla potenza e alla detenzione d'una signoria con l'esercizio
delle relative prerogative - mentre la cavalleria alla sua origine fu, e a lungo rimase, un fatto
squisitamente personale, connesso a un servizio militare prestato e indipendente da altre circostanze.
N  proponibile l'equazione tra cavalleria e vassallaggio, anche se nella realt parecchi cavalieri
potevano essere vassalli, casati o no(71), dal momento che v'erano anche cavalieri la condizione dei
quali era di liberi alloder. N vale infine dappertutto il rapporto tra cavalleria e libert - che sarebbe
divenuto normale nella Francia alla fine del dodicesimo secolo e nel tredicesimo - perch esisterono anche cavalieri di
condizione ministeriale, cio personalmente non libera. Se differenti erano il rango, la condizione
personale, il livello sociale ed economico dei cavalieri, simile doveva essere semmai il loro "genere di
vita". Quel che tutti li differenziava da quanti, liberi o no, non portavano le armi ed erano quindi
soggetti al banno dominiale, era l'essere da esso esenti. Per loro, che in caso di guerra facevano capo al
rispettivo signore - anche quando non vivevano sempre presso di lui come componenti la sua mesnie -
egli era non il dominus, il padrone e il giustiziere, come per i rustici, bens il senior, il "vecchio":
appellativo misto di timore e di affettuosa confidenza soldatesca, qualificante un rapporto fraterno,
cameratesco, risultante di una comunit di vita e di esperienze che poneva da canto e in sottordine
qualunque altra differenza.
Le ricerche di Georges Duby hanno stabilito che in Borgogna, e pi precisamente nelle carte di
Cluny, la parola miles comparve nel 971 a progressivamente sostituire tutti i termini originariamente
qualificanti soggezione vassallatica (vassus, fidelis), o nascita da illustre progenie (nobilis): la
sostituzione era completa, continua l'illustre storico francese, verso la fine del primo terzo del secolo
successivo.
Il vocabolo cavalleresco ha sostituito le altre forme verbali che esprimono la superiorit sociale
ed  ormai usato in due modi: individualmente e come titolo personale per uomini che se ne fregiano
nel protocollo iniziale o finale delle carte; collettivamente per esprimere la qualit particolare di un
certo numero di membri di una corte di giustizia o di certi testimoni. Tuttavia, ancora per molto tempo,
la parola miles  usata eccezionalmente e molto irregolarmente(72).
Tra la fine del decimo e la prima met dell'XI secolo matur e si perfezion, praticamente in tutta la
Francia, la distinzione dei laici in due grandi categorie: i milites - termine che fin con l'essere
generalmente portato anche dagli appartenenti ai ranghi pi alti della feudalit - e i rustici. Tale
distinzione acquist valore e rilievo politico-sociale con l'insediamento della signoria bannale, tra la
fine dell'un secolo e l'inizio del successivo, che sottopose i rustici alla giustizia e alle consuetudini
dominiali, dalle quali i milites erano esenti. La superiorit di questi su quelli risaltava dunque sotto tre
aspetti: quello tecnico (la grande funzionalit dell'uomo a cavallo in guerra), quello sociale (il legame
tra uso del cavallo e genere di vita superiore), quello giuridico-istituzionale (la limitazione del servizio
militare a un'lite esentata dal banno)(73). Soprattutto come titolo personale, usato cio in funzione
appositiva, miles tese a rimpiazzare l'altro termine, nobilis(74), sul quale aveva il vantaggio di essere pi
chiaro: insomma, miles designava ormai "les hommes libres de la classe suprieure qui ne connaissent
pas la contrainte, mais seulement des obligations vassaliques"(75).
Resta, beninteso, da chiedersi fino a che punto con miles gli uomini e le fonti del tempo
intendessero gi fino dal decimo secolo indicare tutti e soli i valori designati poi dal vocabolo francese
chevalier. Studi particolari, condotti su autori singoli, hanno portato a risultati pi articolati; per
esempio, in Richerio di Saint-Rmi, esso poteva ricondursi almeno a tre distinte categorie di
concetti(76): quello puramente militare, quello vassallatico e infine quello pi sfumato designante i
guerrieri di condizione superiore a quella di semplici armigeri, ma pur sempre dipendenti strettamente
da un signore e da lui protetti, "guardie-servitori" insomma; a ogni modo, in questo autore risulta con
chiarezza estrema che il gruppo dei milites  di condizione decisamente inferiore a quello da lui
designato come gruppo dei principes o magnates.
Restava insomma sulla parola miles la forte ipoteca semantica indicante subordinazione e
servizio: per questo a lungo - in Francia ancora addentro nell'XI secolo, in Lorena e in Germania
ancora nel dodicesimo e tredicesimo secolo - si distinsero i milites dai grandi nobili, detti principes, magnates, proceres,
optimates. Questa condizione d'inferiorit gerarchica, insieme con la funzione gregariale svolta dai
milites nei confronti dei seniores e all'intercambiabilit pratica dei termini miles e vassus, doveva
legare strettamente la figura del miles a un rapporto di subordinazione, espresso dalla locuzione
militare alicui che  stata fonte di parecchi equivoci, ingenerando l'idea che il cavaliere dovesse per
forza essere inserito in una catena di dipendenze, dovesse essere "cavaliere di qualcuno". Il che, per
esatto in parte che potesse essere sul piano pratico del decimo secolo - meno lo sarebbe stato in seguito -
non lo era per nulla sul piano concettuale, giacch concetti come militare, militia, miles, esprimono
tutti una qualit, non un rapporto da uomo a uomo. Il senior che avesse parlato di un "suo" miles
avrebbe inteso indicare il tipo di servizio che da lui gli veniva fornito, senza includere in ci l'idea
d'una necessaria subordinazione che i suoi milites gli dovessero in quanto tali: "comme il dit, le cas
chant, "mon clerc", sans que nul n'ait jamais suppos que le term clericus emporte avec lui l'ide
d'un dvouement  un homme"(77). L'uso della parola miles con un annesso contenuto subordinativo si
mantenne soprattutto nella letteratura ecclesiologica, com' ovvio quando si pensi che la meditazione
antropologico-sociale tendente a fissare una gerarchia di valori societari si svilupp essenzialmente
nell'ambito di quella letteratura. Flodoardo distingueva nettamente fra principi e milites(78). Richerio,
volendo indicare un personaggio parecchio al di sotto dei principi, lo diceva proveniente "ex equestri
ordine", "de militari ordine", anche quando si trattava di una donna, con ci chiarendo che almeno in
una certa accezione, l'esser miles corrispondeva a un ceto sociale, non a una condizione
"professionale"(79). I primi pensatori ecclesiastici che si dedicarono a una vera e propria distinzione
funzionale della societ si trovarono dinanzi al solito problema della condizione dei milites. Gi i Padri
della Chiesa avevano proposto una primitiva ripartizione dell'umanit in ordines (usando questo
termine nel significato di gruppo omogeneo per attribuzioni politiche, funzioni sociali e professionali,
caratteristiche carismatiche e corporative) secondo quella che il Congar ha definito "antropologia
spirituale"(80), e che si articolava in una gerarchia discendente di perfezione, approdante all'esegesi
agostiniana dei tre personaggi biblici, Mos, Daniele e Giobbe, come simboli di tre tipi umani: il
contemplativo, l'ecclesiastico, l'assorbito dalle cure mondane. In questa prospettiva non diciamo i
guerrieri, ma neppure i sovrani potevano avere un posto di rilievo: non  certo un caso che, dei tre
esempi biblici agostiniani, la personalit pi "politica" sia proprio quella di Mos, cio il
contemplativo, il pi lontano dal contaminarsi con le cose mondane e appunto per questo il solo adatto
a reggerle senza lasciarsi dominare da loro. E per i milites in particolare, poi, era quasi inevitabile il
ricorso al vecchio tpos della contrapposizione della militia saeculi rispetto alla militia Christi, al
servitium Dei: Agobardo di Lione distingueva e contrapponeva con durezza la saecularis militia al
sacrum ministerium(81). Frattanto per, accanto a questa tradizione, si affermava gi a partire dall'ottavo
secolo e poi, con maggior decisione, dal decimo, una "antropologia sociologica" disposta ad accordare
maggiore spazio e pi benevola considerazione ai laici e alle cose del mondo. Merita a questo punto un
riguardo particolare la tripartizione proposta da Onorio di Autun per cui l'umanit postdiluviana si
sarebbe divisa in liberi (discendenti di Sem), milites (discendenti di Japhet), servi (discendenti di
Cam)(82). La netta distinzione tra liberi e milites, e la posizione della militia come, per cos dire, una
"via di mezzo" tra libert e servit, hanno fatto pensare che questo sistema abbia avuto origine in area
imperiale, dove pi marcate erano le distanze tra alta e bassa feudalit e dove il fenomeno di milites di
condizione non libera era frequente(83).
Lo schema sociologico proposto da Onorio d'Autun non ebbe successo, sia per il suo totale
prescindere da una considerazione specifica della condizione chiericale nella societ, sia per il suo
rispondere a un modello di societ troppo particolare, la cui dialettica tra libert e non libert non
poteva essere universalmente compresa e utilizzata. Si and semmai facendo strada, grazie ad autori
attivi in area francese, una tripartizione destinata a divenir "classica", la cui prima chiara forma si
coglie nella distinzione della societ in oratores, bellatores, imbelle vulgus dei Miracula sancti
Bertini(84), e che si fiss entro le linee stabilite da Adalberone di Laon, con i suoi tre ordines di clerici,
milites, laboratores corrispondenti alle tre funzioni di orare, pugnare, laborare(85). Non dev'essere
tuttavia stato un caso se, almeno nei testi pi antichi, si tese a evitare il termine miles e a sostituirgliene
altri, quali bellator o pugnator, forse di significato pi chiaro ma, soprattutto e principalmente, non
compromessi con l'idea di servizio(86). Il Duby ha acutamente osservato che, almeno per la Francia, il
polverizzarsi dell'autorit sovrana carolingia (con il relativo lento e tardo ricomporsi capetingio) e
l'affermarsi della signoria bannale, con il distanziarsi sociale e giuridico dei milites dai rustici che ne fu
una delle conseguenze, gioc probabilmente un ruolo fondamentale nel fissarsi di questa tripartizione,
che raccoglieva in un unico ordo tutti i detentori laici del potere politico, della ricchezza e della forza
militare, prescindendo dalle precedenti e pur ancora persistenti differenze di rango tra loro(87). In questo
senso lo sviluppo del tema della tripartizione funzionale della societ , da solo, un'ottima prova del
progressivo ascendere sociale ed etico dei milites(88). Pu comunque darsi che la totale promozione del
termine miles si sia avuta quando esso prese a esser correntemente tradotto in lingua volgare: la parola
chevalier nasceva - a differenza del suo equivalente latino - carica d'un netto, univoco significato
positivo. I domini, i seniores, che nella loro qualit di detentori del banno e di "capibranco" non
avrebbero mai accettato di lasciarsi definire milites, accettarono viceversa quel titolo di chevalier che
connotava tutta un'elaborazione ideologica, incoraggiata dalla Chiesa e resa famosa dalle chansons: e
poich chevalier si traduceva ordinariamente, nella lingua dotta, con miles, finirono con l'accettare
anche questa parola. Per converso, il termine dominus prese a espandersi verso il basso, e dai detentori
del banno e responsabili della pace pubblica scese gi gi "per li rami" del ceto superiore fino a
illustrare gli stessi cavalieri.
Ci accadr comunque solo pi tardi: nel momento che qui c'interessa, cio tra la fine del decimo
secolo e i primi dell'undicesimo, i milites e i proceres sono ancora ben  distinti fra loro, per quanto tra loro vi sia
- non lo si sottolineer mai abbastanza - stretto rapporto e genere di vita comune.
Alla fine del decimo secolo, nella zona di Mcon, il processo d'incastellamento era ormai avanzato: i
castellani del conte detenevano gi, ciascuno per il suo districtus - cio per il territorio affidatogli,
centro amministrativo e militare del quale era la fortezza - il diritto d'esercitare il banno. Per quanto
vigesse ancora la distinzione giuridico-formale tra liberi e non liberi, in realt i liberi pi poveri, non
potendosi permettere l'equipaggiamento completo, erano sottoposti a corves militari meno onorevoli
del servizio a cavallo, mentre i pi ricchi, detentori d'una signoria fondiaria o di allod, erano in
condizioni di tranquillamente armarsi di tutto punto e adempiere a tutti i servizi della militia affidando
ai servitori la gestione dei loro beni e potendo cos darsi alle armi per un certo periodo di tempo senza
preoccupazione per i loro campi e per i loro interessi. Essi pertanto frequentavano l'ost, l'esercito, e il mall, il tribunale.
Ne viene di conseguenza che il miles era di solito il gestore dei suoi campi, un uomo che
lavorava: ma che al momento opportuno aveva modo di farsi sostituire nel lavoro per dedicarsi solo alle
armi. Dipendendo essenzialmente dalla disponibilit di beni, vale a dire dalla ricchezza, il ceto dei
milites non era chiuso: i liberi che si arricchivano potevano entrare a farne parte; coloro che
s'impoverivano al di sotto d'un certo segno viceversa ne uscivano.
Allorch alla fine del secolo l'autorit del conte di Mcon venne a cadere, si apr nel Mconnais
il lungo periodo delle castellanie indipendenti, che doveva durare fino al 1160. I castellani si liberarono
dal legame giuridico comitale e si appropriarono del diritto di banno: la castellania divenne una sorta di
allodio. Inizi parallelamente un convergente movimento dei milites - molti dei quali erano in quella
zona alloder - verso il vassallaggio nei confronti dei castellani: movimento che mut il volto sociale
del paese, e che era del resto giustificato dall'insicurezza dei tempi in seguito al polverizzarsi dei
pubblici poteri(89). Alcuni cavalieri prestavano addirittura un periodico servizio stanziale nella fortezza
del senior, dove avevano un domicilio personale. Anzi, i milites castri, i quali prestavano servizio di
cavalcata e di stanza ai loro castellani quando esso era un fatto di diritto pubblico che dipendeva dal
banno comitale, allorch il rapporto fra conte e castellani si fu spezzato presero a considerare tale
servizio come debitum per i loro beneficia. La zona di Mcon rimase comunque, essenzialmente, una
zona di allod, nella quale pertanto il gruppo dei milites non aveva bisogno, per mantenersi, dei
beneficia offerti dai seniores. Quindi, per il Mconnais, l'equivalenza di miles e vassus era
improponibile: n tutti i milites erano vassi, n (e questa seconda cosa era vera, del resto, anche per le
zone pi profondamente feudalizzate) tutti i vassi erano milites(90). Potrebbe reggere un po' di pi
quella di miles e liber giacch l, anche se non era infrequente che i non liberi si arricchissero e
giungessero a un "genere di vita" elevato, servit e cavalleria rimasero incompatibili; d'altro canto, se
 vero che tutti i milites erano di condizione libera, il reciproco non era vero: anzi, molti liberi poveri,
non potendosi armare da cavalieri e godere quindi delle relative prerogative, videro dequalificarsi il
loro status fino a confondersi con i non liberi. Se non si era milites, si era insomma rustici: e il rustico,
se giuridicamente poteva essere libero o servo, socialmente assomigliava al secondo.
In altre zone della Francia il quadro sociale dello sviluppo della cavalleria fu relativamente
simile a quello borgognone, per quanto con infinite varianti. Certo quella del miles doveva essere
sempre pi una posizione, dappertutto di rilievo e invidiata, nella quale si ambiva rientrare o far credere
di rientrare. Ne  a quel che pare prova una disposizione del 971 proveniente dal cartulario dell'abbazia
di Beaulieu presso Limoges, dove si trattava di iudices servi, cio di funzionari di rango servile posti a
capo dei domini abbaziali: erano servi chiamati a coprire una funzione d'una certa importanza, e per
questo potevano andare armati; appunto per ci si voleva che non si confondessero neppur
esteriormente con i milites:
E cos in ogni curtis o villa imponiamo che gli iudices servi si comportino cos: nessuno di loro
o dei loro discendenti sia promosso miles; e nessuno porti scudo, spada n altra arma se non una lancia
e un solo sprone; n portino la veste tagliata sul davanti e sul dietro, ma chiusa(91).
Gli iudices servi di Beaulieu erano scelti tra i servi del fisco reale di Caymerac, appartenente
all'abbazia: si trattava pertanto di fiscalini, e hanno costituito uno dei principali argomenti usati come
prova da quanti hanno voluto sostenere che i ministeriales e le relative istituzioni ebbero in Francia uno
sviluppo paragonabile a quello delle terre d'impero, contro le teorie "classiche", della storia delle
istituzioni francesi, che ci negavano. All'esistenza di "cavalieri-servi" farebbero anche pensare certi
esempi, datati all'XI secolo, di alienazione di milites insieme con determinate terre(92). Quindi in
Francia, come in Germania o in genere nelle terre soggette all'impero anche se con minor frequenza, i
signori sia ecclesiastici sia laici presero di buon'ora l'abitudine di utilizzare i servi per funzioni
domestiche o dominiali, incluse le militari, determinando oggettivamente una loro promozione sociale.
Vero  che, almeno nel caso di Beaulieu, si cercava di impedire la confusione quanto meno apparente
tra milites e servitori armati vietando a questi i "distintivi" di quelli: ma il provvedimento avr
funzionato? E precauzioni del genere saranno state diffuse? In ogni caso il documento di Beaulieu
c'informa che nel Limousin, fra il terzo e l'ultimo quarto del decimo secolo, ai soli milites era consentito
l'uso di spada e scudo nonch di due accessori che qualificavano la loro legittima condizione di
guerrieri a cavallo: gli sproni e la veste tagliata in modo da non impacciare nel salire in sella e nello scendervi.
Naturalmente, il rango dei milites variava da zona a zona, crescendo in misura proporzionale al
crescere dell'insicurezza, del disordine, quindi della necessit di guerrieri. In Normandia, dove non si
svilupp il sistema delle castellanie e dove al contrario l'autorit ducale si mantenne sempre assai forte,
i milites rimasero a lungo in disparte. A giudicare dai documenti, non pare che l'esser miles rivestisse
un particolare valore, ed  anzi problematico stabilire dove passasse la differenza tra chi lo era e chi no:
al di sotto dei proceres e degli optimates la posizione dei liberi doveva essere piuttosto indifferenziata.
Semmai, almeno verso il secondo quarto dell'XI secolo, fece la sua apparizione una militia
direttamente dipendente dal duca(93).
In Fiandra, dove - a somiglianza della Borgogna e a differenza della Normandia - s'incontrano
dei milites castri(94), la situazione era diversa; e cos in Lorena. L, come in generale nelle terre
d'impero, il dato che pi colpisce  la presenza, tra coloro che prestano il servizio militare a cavallo, di
ministeriales, cio di funzionari la cui personale condizione giuridica era sovente quella di semiliberi o
di non liberi. In Lorena si svilupp, appunto tra il decimo e l'XI secolo, una forte ministerialit, cui si
affidarono funzioni di carattere domestico, dominiale, militare: tutto ci dovette condurre questo
gruppo a un prestigio sociale e a una condizione economico-civile, insomma a un "genere di vita",
superiori di gran lunga a quello di certi liberi, per quanto la condizione giuridica permanesse inferiore.
Quanto all'utilizzare i ministeriales a fini militari, pare che fossero i domini ecclesiastici a precedere i
laici nel farsi una scorta di servi a cavallo: anche perch costavano meno, non avevano bisogno di
honores e, data la loro condizione giuridicamente dipendente, ci si poteva fidare di loro molto di pi
che dei vassalli di libera condizione. Erano probabilmente guerrieri a cavallo di condizione non libera
quelli che formavano la Ecclesiae militia la quale, nel 954, difese il monastero di Lobbes dagli
Ungari(95). E dei non liberi v'erano di sicuro tra "his qui militiam exercerent" cui il vescovo di Liegi
Notger, alla fine del secolo, distribu un terzo dei domini del principato(96). La stessa terminologia usata
indica che erano dei servi quei satellites o gregarii milites che nel 1047 costituivano l'esercito del
vescovo Wazone di Liegi. Spesso, in Lorena, ci si imbatte - assicura il Ganshof - nel caso di un servo
cui  concesso un terreno del quale pagher un censo solo "si more militis noluerit deservire; si vero
voluerit, nichil solvat"(97). Questo comportarsi more militis finiva per forza di cose con l'approdare a
una promozione sociale. Del resto, il caso dei fiscalini di Beaulieu prova che era abbastanza difficile
distinguere tra chi era miles e chi, pur svolgendo analoghe funzioni, non lo era: specie se questi tendeva
a farsi creder tale. La militia era - e lo sarebbe rimasta fino quanto meno a parte del dodicesimo secolo - un
ceto "aperto", ancora piuttosto fluido e indistinto sul piano giuridico per quanto si tendesse a tipizzarlo
su quello sociale, morale e comportamentale.
In certe zone tra quelle che hanno concorso a formare l'attuale Belgio, comparvero dei
particolari tenanciers, che venivano definiti caballarii ed erano distinti dai milites(98). Si tratta di
subalterni cui si affidavano compiti di corriere e di scorta, e ai quali si concedevano per questo delle
tenures a titolo di beneficium. I Gesta abbatum Sanati Bertini affiancando, sia pure nel distinguerli,
milites e caballarii, mostravano che tra le due categorie v'era una certa affinit. Il Ganshof ha ritenuto
che da questi caballarii si siano potuti reclutare pi tardi dei ministeriales adatti, per il fatto che erano
abituati a usare il cavallo e a maneggiare le armi, a costituire una guardia a cavallo dei seniores: in una
descrizione dei domini dell'abbazia di Prm dell'893 compaiono degli scararii, che paiono evoluzione
dei caballarii carolingi e che si mantennero fino al dodicesimo-tredicesimo secolo  col nome di scararii, scaramanni,
ministeriales(99).
In Germania, e specialmente in certe zone di essa, le strutture della societ si erano mantenute
in modo pi staticamente fedele alle origini germaniche: la spaccatura dei liberi in milites e rustici non
si era verificata, n si era verificata in modo evidente, come invece ad esempio in Francia, la corsa al
vassallaggio. L'allodio vi restava discretamente diffuso. Naturalmente v'erano per anche vassi, casati
quando vivevano nelle tenures loro affidate, baccalarii o haustaldi quando viceversa stavano presso il
senior, nella sua casa, come suo seguito. Cos, uomini di condizione libera si trovavano a condividere
tipo di ufficio e genere di vita con gli armati signoriali di condizione servile: nella Gefolgschaft di
questi, si creava un tipo umano nuovo, che superava le vecchie divisioni politiche o giuridiche. V' chi
ha proposto di scorgere il trait d'union tra la ministerialit tedesca dell'et carolingia e quella dell'et
feudale nei caballarii, cio nel gruppo dei ministeriales che servivano a cavallo come messaggeri(100):
si trattava per di un gruppo abbastanza ristretto, anche se l'etimo della parola Ritter, in seguito usata
in tedesco per qualificare il cavaliere, racchiudendo in s l'idea del "viaggiare", del "correre", potrebbe
sembrare la conferma di una tale ipotesi. D'altra parte il termine Ritter, preceduto dal meridionale
Riddere, fu un tardo calco sul francese chevalier connesso col verbo reiten, "cavalcare".
Fu comunque con Enrico l'Uccellatore che il guerriero di condizione servile sal alla ribalta
della scena militare tedesca. Sotto la minaccia ungara, Enrico dette importanza ai milites agrarii,
"cavalieri-agricoltori" dotati di armamento pesante e tenuti a presidiare i centri fortificati fondati dal re,
nel quale si stabilirono anche guerrieri reclutati nei modi pi vari. Questa cavalleria pesante ebbe
rilievo nelle campagne contro gli Ungari e contro gli Slavi; a essa si dovette l'assoggettamento della
Boemia. Ma il documento di maggior rilievo di tutta la storia militare tedesca del decimo secolo  senza
dubbio alcuno il cosiddetto Indiculus loricatorum, cio una lista dei pi grandi vassalli di Ottone secondo 
tenuti a fornirgli dei loricati, vale a dire dei combattenti a cavallo equipaggiati di completo armamento
pesante(101). Abbiamo visto che nell'et di Carlo il Calvo l'armamento di un cavaliere pesante era
richiesto - come gi nel capitolare di Thionville - a chi possedeva almeno dodici mansi, cio
centoventi-centosessanta ettari secondo la stima generica che si usa abitualmente.  naturalmente
difficile tradurre dati del genere in cifre precise(102): comunque dall'Indiculus risulta che,
presumibilmente, fra i loricati dovevano esserci parecchi ministeriales. Si elaborava cos nella
Germania ottoniana quella situazione che sarebbe per tutto il medioevo rimasta tipica di quel paese: da
una parte il persistere d'una fanteria di liberi alloder, che in zone come la Sassonia si sarebbe
mantenuta assai a lungo; dall'altra il crescere d'una cavalleria di condizione servile, i ministeriales, che
nel dodicesimo secolo avrebbero dato vita alla grande cultura cortese tedesca(103).
Un processo di differenziazione tra i liberi atti alle armi e quelli che per motivi economici non
lo erano si era prodotto nel frattempo anche nel regno italico, e lo vediamo con chiarezza alla fine del
nono secolo nella distinzione tra arimanni e homines(104). Gi Lotario, in due capitolari dell'825,
distinguendo i liberi in primi ordinis e secundi ordinis a seconda che avessero tanto da potersi armare
direttamente o dovessero invece contribuire all'adiutorium dando o ricevendo "un contributo al fine
dell'equipaggiamento proprio o di un altro in simile condizione economica"(105), aveva approfondito il
divario tra chi portava le armi e chi non le portava. Il fatto che pi tardi l'adiutorium fosse stato
trasformato "in una contribuzione consuetudinaria, gravante su ogni famiglia arimannica"(106) non fece
che incoraggiare i comites, che in campo di arruolamento disponevano d'un certo potere discrezionale,
a sostituire agli arimanni uomini di loro fiducia, da loro stimati utiliores all'esercito: n tale sistema
doveva spiacere alle famiglie arimanniche, sollevate cos da un grave peso. Si riproduceva anche qui la
caratteristica dicotomia, sulla base della quale il guerriero del nono-decimo secolo poteva essere o un libero
possessore o un vassus; e secondo la quale d'altronde liberi possessori e vassi si trovavano,
nell'esercizio delle funzioni militari, a contatto di gomito, il che favoriva la loro reciproca attrazione, al
di l delle differenze sociali e giuridiche, e il loro comune differenziarsi rispetto alla massa degli
inermi, qualunque fosse la ragione che aveva resi quest'ultimi tali. Vero  che, almeno per quanto
riguardava la difesa territoriale, la leva generale di tutti i liberi non pare essere caduta in desuetudine
durante l'intero corso del decimo secolo. Ma in genere l'uomo stabilmente armato tendeva a divenire il
protagonista della situazione, non solo staccandosi dalla massa degli altri liberi, ma anche acquistando
importanza e dignit nei confronti dei grandi:
Nell'Italia centro-settentrionale, a partire dalla seconda met del secolo decimo  il vassallo che
promette di difendere il senior, superando quella condizione di totale soggezione che aveva
caratterizzato il rapporto di vassallaggio nell'ambiente franco, mentre il termine di vassus viene assai
spesso sostituito da quello di miles, trasposizione se non traduzione di arimannus, di exercitalis, a
comprovare la condizione di libert del vassallo, che promette di servire fedelmente, nella quanta di
guerriero di professione ed in relazione ed in proporzione allo stipendio che riceve sotto forma di
beneficio, ed assolve perci - come i conti, con i conti, con i liberi soggetti all'obbligo militare,
secondo le consuetudini locali - una funzione pubblica. Sul numero di questi milites non abbiamo
nessuna indicazione; non si  tentato nemmeno di contare tutti quelli che figurano nei documenti e
tanto meno di ricostruirne la genealogia;  molto se conosciamo le grandi casate intorno a cui,
immediatamente o mediatamente, si polarizzavano: Supponidi, Bernardenghi, Manfredinghi, Arduinici,
Guidi, Canossa, Cadolingi. Sappiamo per che i milites - i secundi milites - non formavano un ceto
omogeneo; c'erano tra loro dei vassalli maiores, dei capitanei, dei ricchi proprietari, tutti personaggi
gi in vista, che da un lato erano entrati in rapporto di vassallaggio con vescovi e conti per meglio
qualificarsi, dall'altro si servivano dei benefici che ne ricevevano e delle proprie terre allodiali per
reclutare e dotare di benefici dei vassalli minores e valersene per condizionare a proprio vantaggio
l'azione dei loro stessi signori(107).
Due elementi sono da ritenere, insomma: la non omogeneit di ceto, la funzione pubblica. Ci si
avviava verso la stabilizzazione di un gruppo relativamente ristretto di professionisti della militia,
mantenuti per mezzo di beneficia la cui provenienza erano i beni pubblici o ecclesiastici:  il ceto che si
sarebbe presentato con chiarezza, nel 1037, con la Constitutio di Corrado secondo(108). Si trattava d'una
militia regni feudalizzata, accanto alla quale si dovranno pur sempre porre gli armigeri di oscura
origine facenti parte delle "masnade" private, i mercenari che, attorniando i potenti, perpetuavano le
tradizioni comitative germaniche.
Una societ ordinata per la guerra e assillata dalla guerra era l'ibero-cristiana, in quell'alba di
Reconquista che fu il decimo secolo(109).
A Claudio Snchez-Albornoz va il merito di aver fra l'altro dimostrato - in senso assoluto e
anche in senso relativo, nell'ambito della polemica antibrunneriana - l'importanza della cavalleria e
degli arcieri a cavallo(110) come forza militare gi nella Spagna visigota, e al contrario la non
apprezzabilit delle innovazioni in tal campo introdotte dall'invasione musulmana. Semmai furono i
Goti rifugiati nel montuoso settentrione della penisola iberica a conservare il ricordo della loro
tradizione equestre, per quanto il paesaggio delle loro ridotte fosse singolarmente inadatto a
continuarla. Nel regno asturiano-leonese del decimo secolo era apprezzata una distinzione fra cavaliere e
pedone indicante la coesistenza e la differenziazione funzionale di due modi di armarsi e di combattere:
e ci in un tempo nel quale l'uso della leva generale era tutt'altro che abbandonato, anche se gi si
stava evolvendo dall'ambito puramente militare a quello fiscale.
Ma vi fu un momento dal quale in poi - com'era accaduto nella Gallia della seconda met
dell'ottavo secolo - la necessit di provvedersi di cavalieri divenne inderogabile, mentre il ruolo della
fanteria si avvi a farsi sempre pi secondario. Quando gli Asturiano-leonesi passarono al contrattacco
contro i musulmani, la guerra abbandon presto le montagne e le fortezze ch'erano state il suo teatro
nel nord, e che pertanto avevano visto l'azione della fanteria esplicarsi con efficacia. Allo sboccare
sulla meseta, con le sue distese desolate e riarse, i cristiani si resero conto che una guerra in quelle
plaghe cos lontane e diverse dalle loro basi settentrionali non poteva essere che una guerra rapida, di
movimento. V'era bisogno di cavalieri, tanto pi che, dalla met dell'ottavo secolo, anche l'Islam
spagnolo se n'era andato fornendo sempre pi(111). Ai primi dell'XI secolo anche nella Spagna cristiana
come pi o meno in tutto l'Occidente continentale il termine miles aveva perduto il significato di
soldato per assumere quello pi preciso di cavaliere(112): anche l come altrove, la fanteria non era del
tutto scomparsa, ma nonostante ci il combattente per eccellenza non si poteva concepire ormai se non a cavallo.
La posizione sociale di questi guerrieri a cavallo era varia. V'era, intanto, la cavalleria delle
milizie particolari, delle guardie del corpo, sviluppo del comitatus goto: con certezza dai primi dell'XI
secolo - ma gi, senza dubbio, anteriormente - la militia palatii dei re asturiano-leonesi era un corpo di
cavalieri. Accanto a questi guerrieri professionisti, che dal servizio privato ricevevano dignit e
sostentamento, sono da porsi gli infanzones, cio - a quel che sembra - i discendenti dei primates, della
nobilt di sangue gota ch'era stata, prima dell'invasione islamica, qualificata dal possesso d'uno status
giuridico privilegiato. Quello status era rimasto agli infanzones: essi vennero inoltre provvisti di
stipendia - cio di beneficia - dai re di Len e dai conti di Castiglia oppure entrarono al loro servizio
vassallatico, sempre mantenendo tuttavia quelle funzioni militari che del resto, al tempo della
monarchia gota, erano gi state la ragione per cui i primates erano stati esenti da pene corporali e
dall'assoggettamento a servit. Alla fine del decimo secolo, il medesimo termine miles serviva ormai anche a
indicare gli infanzones. Era naturale che, in una societ cos profondamente modellata sulle necessit
militari, la qualifica di miles finisse con il soverchiare ogni altra e con il coprire e livellare tutta una
gamma di differenze sociali. Al di sotto di quella crosta, peraltro, esse permanevano, per cui l'uso
generalizzato della parola miles dava adito a confusioni ed esigeva continue precisazioni: ne era
conscio quel notaio della fine dell'XI secolo che definiva gli infanzones come "milites non infimis
parentibus ortos, sed nobiles genere necnon et potestate qui volgare lingua Infanzones dicuntur"(113), in
tal modo informando che v'erano anche milites infimis parentibus orti, milites ignobiles genere e cos
via. Insomma, si poteva esser miles provenendo dai pi vari ceti sociali: miles si era tuttavia, e ci
finiva con l'esser la cosa pi importante in tempi di continua guerra. La differenza - o una delle
differenze - tra le varie categorie sociali poteva consistere, status giuridico a parte, nel possesso delle
armi o dei cavalli da parte degli infanzones, mentre i milites delle comitive private venivano
equipaggiati dai loro seniores. S'immagina difficilmente qualcosa di pi lontano dagli infanzones, sul
piano sociale e su quello giuridico, di quanti vengono dalle fonti qualificati come clientes, homines,
mercenarii, vassalli, satellites: pure, la guerra e il genere di vita militare li avvicinava, li faceva vivere
a contatto di gomito, creava e cementava in loro lo spirito di gruppo preparando il terreno a un'etica
che non avrebbe tardato a emergere esplicitamente. Erano tutti milites.
Ma le esigenze d'una guerra sempre pi dura, e sempre pi di movimento, dettavano la
necessit di altri cavalieri oltre quelli ottenuti mediante il servizio pubblico degli infanzones e il
servizio comitativo delle truppe private. Nacque cos l'istituzione militare pi originale della Spagna
asturiano-leonese: la cosiddetta caballeria villana, composta di piccoli proprietari e di liberi enfiteuti
della valle del Duero - spopolata dalla fine dell'et visigota e ripopolata con l'avvio della Reconquista
- e destinata a integrare le altre forme della militia.
Originalit, ma anche perentoria necessit di questa integrazione. Ci si deve immaginare la lotta
di quella Spagna cristiana del decimo secolo, i piccoli regni del nord che dalle loro montagne si affacciano
sugli sterminati campi della meseta. Dinanzi a loro, a questo popolo di contadini e di pastori costretti a
vegliare continuamente in armi, il colosso musulmano: e si fa presto, col senno di poi e al sicuro dietro
un'invalicabile barriera di secoli e di carta stampata, a sentenziare con sussiego che si trattava d'un
colosso dai piedi d'argilla! La verit era che conquistare l'altopiano spazzato dai venti e dalla cavalleria
mora era difficile: pi difficile ancora tenerlo. La Reconquista poggia pertanto, fino dal suo nascere, sui
due pilastri del castello, fermo a segnare il confine dell'avanzata cristiana - un'intera regione prender
il nome e poi l'insegna araldica dal caratteristico proliferare dei castelli sul suo suolo - e della
cavalleria, pi mobile e pi leggermente armata di quella franca coeva, equipaggiata e montata cio
"alla moresca", "per i collegamenti e i rapidi spostamenti in una zona di operazione vasta, spopolata e
arsa"(114). Era necessario fornirsi di cavalieri che fossero legati al nuovo suolo da difendere: ma al
tempo stesso lo strumento del beneficium era inusabile per finanziare questo tipo di cavalleria, data la
scarsa fertilit della meseta e la fluidit del fronte della Reconquista, che le frequenti alterne avanzate e
ritirate dell'una e dell'altra parte modificavano continuamente. Furono i conti di Castiglia - obbligati a
combattere su tre fronti: contro i musulmani, ma anche contro i re cristiani di Len e di Navarra - a
mettere a punto nel terzo quarto del decimo secolo questo nuovo tipo di cavalleria, basata sul sistema
dell'esenzione fiscale accordata ai contadini che si fossero impegnati a procurarsi e mantenere a proprie
spese armi e cavallo e a servire come cavalieri in guerra. Il cavallo era animale abbastanza costoso, ma
tutto sommato comune nella Spagna del tempo: anche le armi costavano care, per quanto
l'equipaggiamento fosse meno pesante che non dall'altra parte dei Pirenei. Il caballero villano
sosteneva insomma un discreto sforzo economico per essere tale: ma la sicurezza, la dignit, la
promozione sociale che gliene derivavano facevano s che il gioco valesse la candela. Lo status che i
sovrani della Castiglia accordavano alla caballeria villana fin con l'avvicinarla oggettivamente al ceto
degli infanzones: nasceva cos il ceto dal quale sarebbe pi tardi scaturito quello degli infanzones;
anche se la caballeria villana non fu mai promossa in blocco, si creavano le condizioni per rinforzare i
ranghi della cavalleria nobile mediante altri apporti, provenienti dagli strati rurali subalterni.
La crescente importanza del combattere a cavallo e il parallelo contrarsi di quella del
combattere a piedi determinarono un ulteriore, interessante situazione. Si prese a passare una
ricompensa a quanti servivano a cavallo e a esentare in parte dal servizio militare quanti avrebbero
dovuto prestarlo come fanti. Le stesse forti perdite di uomini e di cavalli subite durante le varie
campagne, le aceifas, suggerivano una misura del genere: la morte in battaglia era la protagonista della
mobilit sociale nel ceto dei milites. I costi dei cavalli erano alti, e quelli del mantenimento degli
animali non lo erano meno; inoltre l'esempio dell'Islam spagnolo, che concedeva il soldo ai suoi
cavalieri, non poteva mancare di venir rimarcato e imitato in area cristiana. Agli infanzones veniva
corrisposto un compenso adeguato alle loro prestazioni militari e a esse subordinato per mezzo di
stipendia in terre o in moneta liquida, mentre essi finirono con frequenza sempre maggiore per servire
quali vassalli di un magnate; si assisteva, insomma, a una lenta feudalizzazione della militia
asturiano-leonese. Intanto l'obbligo di rispondere al fonsado, alla leva militare generale, si trasformava
sempre pi - per chi non poteva equipaggiarsi come cavaliere - in una tassa sostitutiva che liberava
dall'obbligo di servire in armi, la fossataria: la classe giuridica dei liberi si scindeva anche in Spagna,
come contemporaneamente stava avvenendo altrove, in un gruppo di guerrieri da un lato e un vasto
ceto di gente che non combatteva, ma lavorava e pagava, dall'altro.
Pi attardata, e pertanto pi conservativisticamente prossima all'antichit germanica, era la
situazione coeva delle isole britanniche e degli Angli, Sassoni, Frisoni, Juti che vi dimoravano. Questa
situazione attardata si mostrava in due direzioni: una sociale, vale a dire mantenimento degli antichi
obblighi militari per tutti i liberi; una tecnica, vale a dire scarso uso guerriero del cavallo, secondo le
tradizioni germano-occidentali: o meglio, uso del cavallo negli spostamenti, ma non in battaglia. Quella
anglosassone era una fanteria montata: giungeva a cavallo sul luogo di combattimento, poi smontava e
guerreggiava a piedi manovrando il pesante scudo di legno, la lunga spada, la grande terribile scure.
Anche tra gli Anglosassoni tuttavia, gi dalla fine del nono secolo, il servizio militare tendeva a
divenire un fatto censimentario: e pertanto gli obbligati a prestarlo, i milites, erano coloro che
possedevano delle terre. Secondo una vecchia teoria, occorrevano cinque hides - ogni hide
corrispondeva grosso modo a un manso - per incorrere nel servizio militare(115). Il livello minimo di
beni di fortuna richiesto per quel fine non si allontanava dunque da quello del continente nell'et
carolingia, anche se tale considerazione non pu dar adito ad alcun pi approfondito paragone, e anche
se l'armamento richiesto era un po' modesto: ci si accontentava che il miles disponesse di cavallo,
elmo, cotta di maglia, spada(116).
La chiave di volta del sistema militare anglosassone era il thegn, termine con il quale Alfredo il
Grande aveva tradotto il latino miles usato dal Venerabile Beda(117). La parola sembra qualificare una
condizione subordinata, appunto come miles in et bassolatina o meglio come comes o ministeri, non a
caso difatti thegn  connesso con l'antico altotedesco degan e significa appunto "ragazzo" (lo si
confronti con il greco tknon): il che ci ricondurrebbe a valori simili a quelli di puer, inteso come
"giovane", "guardia del corpo". Il thegn era essenzialmente il membro della Gefolgschaft
anglosassone, che a un certo punto veniva "casato" e da allora in poi si comportava come un
agricoltore-soldato, traendo dai suoi beni il necessario per equipaggiarsi.
Naturalmente, anche se la qualifica di thegn comportava uno status particolare - il suo
guidrigildo sembra equivalesse a quello di sei ceorlas - essa copriva nondimeno d'un uniforme manto
nominalistico, formale, un'estrema variet di condizioni pratiche. Si poteva essere thegn del re, di
qualche potente, della Chiesa; si poteva possedere personalmente tanto da esser tali, vale a dire le
richieste cinque hides e le armi, ma si poteva anche far parte di un gruppo di persone a ciascuna delle
quali fosse s riconosciuta qualit di thegn, ma che solidaristicamente possedevano il necessario per il
servizio di un solo thegn, servizio che ciascuna di esse rendeva a turno mentre una era responsabile nei
confronti della corona della funzionalit del sodalizio.
L'esser thegn poteva comportare insomma una gamma infinita di condizioni sociali ed
economiche, e anche un genere di vita diverso a seconda che si fosse "casati" o si appartenesse al
seguito domestico di un qualche magnate. Ma tra la fine del nono secolo e i primi dell'XI anche la societ
anglosassone conobbe, non meno di quella continentale, la spaccatura degli antichi liberi di fronte al
fyrd - cio al servizio militare - in due gruppi: chi possedeva cio, in un modo o nell'altro, tanto da
armarsi e chi invece, meno favorito dalla fortuna o dai grandi, scivolava nella condizione dell'inerme.
Certo, la natura economica di questa dicotomia permetteva un'apertura relativa, una qualche mobilit
sociale. Restavano comunque validi i tre principi complementari che gi abbiamo incontrato nel
continente e che preludevano alla civilt cavalleresca dei secoli successivi: primo, per armarsi
occorreva una discreta disponibilit di mezzi; secondo, tale disponibilit si poteva conseguire con le
proprie ricchezze oppure ottenere mediante il favore d'un principe, servendo nel suo comitatus; terzo,
la condizione di thegn tendeva a divenire ereditaria quand'anche all'ereditariet mancasse esplicita
sanzione giuridica, tanto pi che, se per distruggere un guerriero bastava un colpo ben assestato, per
farne uno adeguatamente preparato occorreva un lungo tirocinio iniziato dall'infanzia, insomma tutta
una vita. In pratica, dunque, il rapporto fra chi era in un modo o nell'altro, a questo o a quel livello, un
thegn, e chi non lo era, non si poneva in termini economici: v'erano senza dubbio molti thegnas poveri,
ad esempio quelli consorziati a quelli che servivano nelle Gefolgschaften, e molti che, senza essere
thegnas, avevano disponibilit economiche maggiori di essi. Ma il thegn aveva le armi e sapeva
maneggiarle; chi non lo era no. I milites avevano sugli altri il vantaggio della forza, dell'esercizio, della
salute. Ed  questa appunto la vera, grande linea di frattura della societ medievale tra nono e tredicesimo secolo:
al punto che in quei secoli il pauper non sar tanto l'indigente quanto il debole, l'inerme, il bisognoso
di protezione. E sar proprio il dovere di esercitare questa protezione dei pauperes a costituire il
nocciolo dell'autocoscienza cavalleresca.
Un lungo cammino ci ha condotto dalle steppe dell'Asia alle lande e alle foreste d'Europa, dai
culti sciamanici alle benedizioni cristiane di armi e di armati, dalla paolina militia Christi ai novi
milites solennemente accolti nella liturgia romano-germanica. Un cammino non sempre nettamente
segnato, n sempre lineare: ne siamo consapevoli. Ne  davvero uscito un quadro plausibile della
"preistoria" del cavaliere medievale? Ed era in fondo metodologicamente corretto e storiograficamente
legittimo cercar di rintracciate questa preistoria? Era necessario tanto lavoro solo per accingersi allo
studio del fenomeno cavalleresco nei suoi secoli di centrale sviluppo, tra undicesimo e quindicesimo secolo, e per
impostare il discorso critico relativo ai suoi posteriori numerosi revival(118).
Va da s che a tutti questi quesiti noi forniamo risposta affermativa, anche se l'opportunit
d'una ricerca di questo tipo e in questo senso non prova che il presente libro offra risposte anche solo in
parte sufficienti e soddisfacenti. Pu, anzi, esser vero il contrario: ma il problema resta, e con esso la
necessit di percorrere - meglio di quanto si sia qui fatto - il lungo cammino delle origini. Un cammino
alla ricerca dei segni di quel che ancora non c'era, con tutti i rischi - ma anche con tutto il fascino - che
ci comporta.
Tra la fine del decimo secolo e i primi dell'XI, la "classe" cavalleresca era formata. Essa era scandita
da un'estrema molteplicit di condizioni, suscettibile da luogo a luogo di profonde varianti.
Non era certo una classe sociale: v'erano milites ricchi e milites poveri; ve n'erano di inseriti in
un rapporto vassallatico ma "casati" e che facevano la vita dell'agiato possidente salvo correre alle
armi quando le circostanze, gli obblighi vassallatici contratti e i loro seniores lo avessero richiesto; ve
n'erano di facenti parte delle "masnade" signoriali, eredi del comitatus germanico con i suoi rituali e
con i suoi spiriti di fratellanza guerriera; ve n'erano infine di liberi alloder.
N si trattava d'una categoria giuridica, vista la variet di situazioni e di condizioni sottese alle
singole circostanze che determinavano l'impiego del termine miles. L'esenzione dal banno non
costituisce, da sola, elemento sufficiente all'individuazione d'uno status. V'erano milites di "nobile"
condizione, contraddistinti da speciale rango, come gli infanzones spagnoli; ve n'erano di soggetti al
servizio militare pubblico gestito da feudali e castellani; ve n'erano addirittura di non liberi, in deroga
all'antica norma germanica che consentiva ai soli liberi di portare le armi. Alcuni di loro erano milites
regni, altri compagni d'arme d'un magnate. La dicotomia pi netta passava forse di l, tra i milites che
esplicavano una funzione pubblica e quelli - la cui origine e le cui modalit di reclutamento
permangono oscure - che fungevano da private guardie del corpo. Ma dove terminava il miles e
iniziava il volgare sgherro, il campiere armato, l'accolito? Se  vero che tutti i milites erano armati,
ancor pi vero ed  che non tutta la gente armata aveva diritto alla qualifica di miles; ed  vero, ancora,
che tale qualifica era ambita al punto che molti, che non ne avrebbero avuto il diritto, intendevano
fregiarsene. L'uso di oggetti, abbigliamenti, vesti particolari - ne abbiamo un esempio nelle
disposizioni dell'abbazia di Beaulieu - e il permanere del costume della consegna delle armi,
complicato forse dai rituali iniziatici in uso nelle "masnade" come un po' in tutte le confraternite
militari, tutto quel complesso insomma di formule e gesti che sfoci pi tardi nell'addobbamento e che
fu accolto e cristianizzato dalla Chiesa, serviva a circondare il miles d'un prestigio particolare, che lo
distingueva dal resto degli armigeri. Ma, negli anni che hanno fornito oggetto alla nostra ricerca, questa
simbologia cavalleresca era appena agli inizi, e non  comunque documentabile. Dell'iniziazione
militare, ch'era certo qualcosa di complicato da residui magici pagani e che si tramandava oralmente, ci
restano scarsi fugaci cenni nell'epica e nell'iconografia dell'XI secolo; da parte loro i liturgisti - e
anche i cronisti, in genere chierici - tendono a ridurre queste forme iniziatiche a benedictiones ensis,
inserendole in un "innocuo" quadro liturgico consueto. Si dovr aspettare la fine del dodicesimo secolo perch
l'addobbamento esca dalla penombra, anche se a quel punto la liturgizzazione cristiana lo avr ridotto a
qualcosa di ben diverso da quel che doveva originariamente essere. Ed  sintomatico che la
sistemazione liturgica dell'addobbamento sia, appunto, coeva alle prime norme giuridiche che tendono
a far della cavalleria una classe "chiusa", non pi di fatto ma di diritto, fissando chi abbia e chi non
abbia diritto di accedervi.
Non classe sociale, non categoria giuridica, la militia dell'ultimo decimo secolo e del primo undicesimo era
semmai, forse, una "classe di genere di vita": genere di vita, appunto, contraddistinto dalla vita di
gruppo fra armati, dall'uso delle armi e - soprattutto - dalle prerogative di diritto e di fatto, dalle
necessit esistenziali, dagli atteggiamenti mentali che da ci derivano. I rischi affrontati in comune; il
comune servizio presso lo stesso senior laico o ecclesiastico, con la sia pur saltuaria reciproca
consuetudine che ne derivava; il livellamento delle occupazioni, dei gesti, delle competenze imposti
dalla professione delle armi; la coscienza di appartenere a un'lite nettamente distaccata dai rustici e
dalle loro umilianti fatiche: tutto ci creava uno spirito di gruppo che senza dubbio era pi forte delle
differenze sociali e giuridiche e in forza del quale anzi esse tendevano a esser poste da canto. Il
"sistema del dono", cos caratteristico del comitatus germanico e pi tardi della cultura cortese, attutiva
le differenze socio-economiche: per chi aveva ricchezze, la cosa pi bella e giusta era distribuirle agli
amici; per chi non ne aveva, il riceverne era un grande onore. E anche le differenze tra vassi casati,
liberi alloderii, milites delle "masnade" magari non liberi, erano di scarso rilievo. Contava, invece,
l'essere armati: la vera differenza era tra loro e gli inermi, tra i bellatores e i laboratores.
In tempi di assenza o di carenza dei pubblici poteri, quello stato di fatto e quella mentalit non
potevano che condurre a un'endemica situazione di soperchieria dei forti e degli armati sui deboli e sui
disarmati, dei potenti e dei loro accoliti sui pauperes, sugli humiles. Il ceto cavalleresco  pertanto al
suo nascere un ceto di prepotenti, di prevaricatori, di rapaci animali da preda: e accanto all'ancestrale
terrore ispirato dal loro apparire - blocchi di ferro sonante sugli spaventosi cavalli, figure cariche d'un
antico horror sacrale e d'una nuova terribilit apocalittica - v'era la paura originata dalla precisa
esperienza, dalle dure consuetudini alla violenza che gli armati erano assuefatti a esercitare non meno
che gli inermi a subire. Noi abbiamo cercato di fornire in queste pagine alcune risposte alla domanda
che uno studioso di genio si poneva qualche anno fa: perch il cavaliere medievale sia pi "bello", ai
nostri occhi, d'un agente di cambio. E abbiamo cercato anche di fornire una risposta a un'altra domanda, parallela, che potremmo rivolgerci: perch, cio, il cavaliere medievale sia pi "terribile", ai nostri occhi, d'un carrista o d'un aviatore odierni. "Bellezza" e "terribilit" che hanno una loro ragione archetipica, da noi lumeggiata negli antichi di-cavalieri e nei riti equestri sciamanici. Che la violenza dei milites del decimo undicesimo secolo assumesse agli occhi dei rustici del tempo le sembianze, archetipiche
appunto, d'una forza superiore, divina, irresistibile e inarrestabile - insomma, in fondo, d'una forza superiormente giusta -  forse l'aspetto pi tragico di quei tragici rapporti tra lupi e agnelli.
Ma ci ancora non basta. Il decimo secolo aveva veduto nascere e prosperare i milites e, nella lotta contro i pagani, ne aveva veduto sacralizzare l'operato. Una volta esauritosi il pericolo pagano, la loro abitudine alla violenza e alla prevaricazione doveva a sua volta essere stroncata. I milites avevano protetto l'Occidente: chi l'avrebbe, ora, protetto da quei protettori? Chi, se non alcuni fra loro stessi? E con il nascere dell'etica cavalleresca imperniata sul movimento della Pax Dei e sulla riforma ecclesiastica dell'undicesimo secolo, proprio questo accadde. I milites che aderirono al nuovo programma operarono appunto innanzitutto una conversio, vinsero prima se stessi e poi i loro colleghi che non
intendevano piegarsi all'etica nuova, che non intendevano farsi di nuovo protettori come erano gi stati un tempo, ma preferivano restare oppressori dei pauperes.
Da allora, il miles che non avesse accettato il nuovo programma sarebbe stato non pi cavaliere, bens "anticavaliere": che a esser cavalieri non bastavano pi le armi, il cavallo, la forza,
l'addestramento, il coraggio, ma occorreva una volont, l'adesione a una norma morale la cui accettazione era segnata da un rito iniziatico.
Fu l'unione d'un genere di vita e d'una specializzazione professionale con una missione etica e un programma sociale a fare il cavaliere medievale: unione di prodezza e di saggezza, di esercizio della forza e di culto della giustizia.
Certo, nella realt le cose andarono spesso diversamente: le vicende di gran parte della cavalleria restano assai poco esemplari. Ma l'autocoscienza rimase salda, e valic il medioevo fino a
giungere, per le vie oscure dell'inconscio e per quelle tortuose della semantica, a codici di valori che a tutt'oggi sono lungi dall'estinguersi. Ed  appunto questa, in fondo, la ragione principale per cui il cavaliere medievale, anche per noialtri homines oeconomici e cittadini d'un mondo desacralizzato,  pi "bello" d'un agente di cambio.
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FINE Parte 4.